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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 22/04/2010  -  stampato il 05/12/2016


Per evitare gli acciacchi della vecchiaia, niente di meglio del servizio di volontariato

Se poi ci si dedica all’aiuto dei più piccoli nei compiti scolastici, anche il cervello ne trae beneficio. Un gruppo di ricercatori dell’Università della California ha intervistato più di un migliaio di ultrasettantenni in buone condizioni di salute: un quarto si prendeva cura dei nipotini, il 28 per cento svolgeva attività di volontariato mentre meno del 20 per cento era ancora impegnato in un lavoro retribuito. «Rispetto a chi si godeva la pensione senza fare nulla, tutti costoro, dopo tre anni, avevano meno probabilità di trovarsi in condizione di fragilità, cioè di aver perso peso, forza e voglia di muoversi» Difficile, però, stabilire quale fosse la causa e quale la conseguenza: si potrebbe obiettare che all’inizio dello studio erano verosimilmente più attivi proprio coloro che stavano meglio. «Tenendo conto di questo,  emerge che solo il volontariato ha un effetto davvero protettivo». Una prova in più a sostegno del lavoro presentato l’anno scorso al Congresso annuale dell’American Geriatrics Society, secondo cui i pensionati oltre i 65 anni che fanno volontariato hanno un rischio di morire che è pari alla metà di quello degli altri loro coetanei. 
Sono stati sottoposti a risonanza magnetica  del cervello otto volontari seguendo un programma che prevede di affiancare tutori anziani ai bambini delle elementari in condizioni disagiate, per aiutarli in lettura e in matematica. Non è un impegno da poco: circa duemila uitracinquantacinquenni, in una ventina di città degli Stati Uniti, seguono corsi di aggiornamento di almeno quaranta ore prima di dedicarsi a questa attività che li assorbe per non meno di 15 ore settimanali. 

«Ma i frutti ci sono da ambo le parti» commenta la ricercatrice. Oltre ai miglioramenti nei bambini, ce ne sono anche sulle volontarie: «Sebbene le donne che abbiamo esaminato fossero considerate, all’inizio dello studio, ad alto rischio di declino cognitivo, perché, oltre a essere a basso reddito e non particolarmente colte, già “perdevano qualche colpo” nei test - spiega la ricercatrice, dopo sei mesi di sostegno ai bambini, la situazione appariva ribaltata: le aree del loro cervello, responsabili della cosiddetta “funzione esecutiva” da cui alla fine dipende l’autonomia, apparivano come riattivate».