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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 22/04/2010  -  stampato il 10/12/2016


XXI Consiglio Nazionale I vertici del Sappe riuniti ad Abano Terme

Il 2009 è stato contraddistinto dal Piano edilizio per le carceri, presentato nel mese di aprile dal Capo del Dipartimento, approvato solo il 13 gennaio 2010 dal Consiglio dei Ministri e ancora del tutto inattuato, anche se in questi giorni è stata firmata l’ordinanza dal Presidente del Consiglio dei Ministri che conferisce l’incarico straordinario delle carceri al Dott. Ionta: ormai il sovraffollamento della popolazione detenuta e le carenze di organico sono una emergenza sempre più critica ma di fronte a cui non viene assunto alcun effettivo, concreto provvedimento. In proposito, il SAPPe ha sempre risposto,  proponendo una nuova politica della pena, prevedendo un maggiore ricorso alle misure alternative alla detenzione e l’adozione di procedure di controllo mediante strumenti elettronici o altri dispositivi tecnici, come il braccialetto elettronico; efficienza delle misure esterne e garanzia della funzione di recupero fuori dal carcere potranno far sì che cresca la considerazione della pubblica opinione su queste misure: se ne è parlato ampiamente in occasione del Convegno tenuto a Roma l’8 marzo scorso, alla presenza dei Vertici ministeriali e del D.A.P..
Rispetto ad una situazione così dirompente per l’organizzazione penitenziaria è necessario interrogarsi su che cosa fare e quali iniziative intraprendere. Riteniamo che la politica debba dare delle risposte certe ed immediate. 
Il piano carceri è una prima e importante risposta, ma bisogna fare ancora di più.
Una attenta analisi consente di affermare che un numero rilevante di detenuti fa ingresso in carcere per fattispecie minori, di non particolare gravità e che non appaiono per nulla allarmanti socialmente.
Una riflessione equilibrata sulle norme penali che producono carcere e che non comportano un reale ritorno in termini di soddisfazione delle istanze di sicurezza, potrebbe condurre ad interventi normativi, secondo valutazioni da fare caso per caso, che possono essere orientati verso forme di depenalizzazione, oppure verso l’introduzione di sanzioni o misure cautelari (obbligatoriamente) alternative al carcere. 
Il fenomeno implica, inoltre, una necessaria discussione sui tempi del processo (che certamente incidono notevolmente sulle vicende della custodia) e sul rapporto tra la custodia cautelare e il dibattimento.
In un momento in cui si riconoscono una situazione di emergenza e una condizione di detenzione che non garantisce la dignità della persona e l’umanità della pena e si pensa alla costruzione di nuovi spazi detentivi, non si può non riflettere sui modelli di custodia e sui necessari interventi nella organizzazione della detenzione. Non è solo risolvendo il problema del sovraffollamento (se e quando si risolverà) che si migliorerà la qualità del tempo che le persone trascorrono in carcere.
Le difficoltà del sistema penitenziario colpiscono tutto il Paese. 
La situazione di sovraffollamento carcerario rischia di diventare uno strumento di stabilizzazione anche da parte della criminalità organizzata che, in modo nascosto, è in grado di approfittare delle tensioni e di stimolarle per collassare il sistema penitenziario, che è fragile, perché senza mezzi, poliziotti, educatori, risorse finanziarie. 
Tanto più sarà in crisi il presidio di legalità e sicurezza che il carcere rappresenta, tanto più la criminalità organizzata potrà strumentalizzare tale disagio e rafforzarsi. 
Un reale ostacolo alla criminalità organizzata può opporsi solo investendo adeguate risorse finalizzate al rafforzamento dei presidi di legalità: condizione essenziale è allora una maggiore presenza dello Stato sul territorio, attraverso le Forze dell’Ordine, tutte le forze di polizia, anche penitenziaria, perché la criminalità organizzata non vive solo nella società libera ma esiste ed agisce anche nelle carceri, dove recluta, istruisce, progetta e ordina. 
Appare opportuno ricordare che l’ultima relazione dei servizi segreti lancia l’allarme proprio sulla possibilità che i boss mafiosi continuino a comandare da dietro le sbarre. 
Ciò deve farci rendere conto di quanto sia sempre più importante sviluppare l’attività investigativa e di intelligence della polizia penitenziaria, al fine di evitare tali fenomeni, consentendo anche quella raccolta di informazioni necessaria allo sviluppo delle indagini di polizia. 
In tale direzione riteniamo che vada potenziata l’attività del NIC (Nucleo Investigativo Centrale) e modificata tutta quella normativa che, attualmente, non consente alla polizia penitenziaria di entrare  a far parte delle strutture interforze, come la DIA: in proposito, è stato istituito il Ruolo tecnico del Corpo di polizia penitenziaria.
Un’attenzione particolare va posta, in merito, alla Bozza di disegno di legge del Ministro della Giustizia sulla esecuzione delle pene presso il domicilio e sulla messa alla prova, che intende accompagnare il piano di adeguamento edilizio con norme che consentano di eseguire le pene più brevi anche in luoghi diversi dagli istituti penitenziari, o destinando il colpevole a prestazioni lavorative di pubblica utilità, fermo restando il principio che la detenzione, anche se breve, va comunque eseguita: l’attuale sistema sanzionatorio appare superato, quello che la collettività chiede - e che il SAPPe evidenzia da anni - è la certezza della pena.