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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 22/04/2010  -  stampato il 04/12/2016


Cella 211

Il giovane Juan Oliver (interpretato da un convincente Alberto Ammann) è riuscito a farsi assumere come guardia penitenziaria. Per non sembrare troppo sprovveduto il primo giorno di servizio, decide di rendersi conto in anticipo del nuovo luogo di lavoro e si presenta in carcere ventiquattro ore prima.
Purtroppo per lui questa non si rivela una scelta felice. Infatti, mentre si trova all’interno del braccio di massima sicurezza, viene colpito alla testa da un pezzo di intonaco che si stacca dal soffitto e perde conoscenza. Si risveglierà, più tardi, all’interno della cella 211 dove i suoi colleghi l’avevano disteso per andare a cercare soccorso. Nel frattempo, però, proprio all’interno della massima sicurezza è scoppiata una rivolta dei detenuti capeggiata dal pericolosissimo Malamadre.
A questo punto, l’unica speranza di salvezza per Juan Oliver è quella di fingersi anch’egli un detenuto e mimetizzarsi tra gli altri nel cuore della rivolta.
Cella 211 è un film di genere che si ispira apertamente al prison-movie americano laddove il  protagonista, Juan, è un personaggio ordinario calato in un contesto straordinario. 
Ma un occhio il regista Daniel Monzon lo strizza anche al maestro Hitchock allorquando decide di rovesciare i ruoli con il personaggio principale che si finge oppositore per sopravvivere e che si scopre, alla fine, capo carismatico e principale fautore della rivolta carceraria.
Una rivolta che, come accade nel miglior cinema di genere, ha una forte connotazione politica e affronta argomenti come la condizione carceraria e la denuncia delle violenze di regime, le questioni diplomatiche con il governo basco e la gestione dei terroristi dell'ETA.

E non manca, infine, la condanna del ruolo strumentalmente fondamentale dei media sull'opinione pubblica.