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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 22/04/2010  -  stampato il 05/12/2016


Il restauro di tre porte delle celle della Vicaria

Nell’ottobre del 2008, durante una visita alla Vicaria (il vecchio carcere di Trapani, altrimenti detto San Francesco), il Commissario Giuseppe Romano notò che in un angolo dell’androne d’ingresso giacevano tre porte in legno, due delle quali appartenevano a delle celle, l’altra era una porta di sbarramento, di quelle che chiudevano il corridoio della Sezione detentiva.
Quelle porte giacevano nel più totale degrado e quindi, preso da un lampo di genio, chiese al Presidente del Consiglio Provinciale, Peppe Poma (in quanto il vecchio carcere è di proprietà della Provincia Regionale di Trapani) se, il Carcere di Trapani si potesse intestare il compito di restaurare, a costo zero, quelle porte e riportarle così al loro antico e triste splendore.
Il Presidente Poma si dimostrò disponibile e quindi, dopo aver ricevuto il benestare anche dall’architetto Luigi Biondo, della Soprintendenza Beni Culturali di Trapani e chiaramente del Presidente della Provincia  Regionale avv. Mimmo Turano, il solerte commissario (che fortunatamente non aveva incarichi particolari di docenze, commissioni, corsi vari ecc. come quasi tutti gli altri commissari...) organizzò il trasporto delle porte al Carcere di San Giuliano.
Qui, grazie alla disponibilità dell’allora direttore, dottoressa Francesca Vazzana, nonché al Capo Area Educatori, dottoressa Luisa Marchica, fu elaborato un progetto, su base volontaria che prevedeva la partecipazione di n.2 detenuti – falegnami o restauratori – che avrebbero eseguito il restauro sotto l’esperta guida dell’assistente capo di Polizia Penitenziaria Leonardo Di Bella, nel tempo libero, provetto restauratore di mobili antichi.
Ed è qui, nella falegnameria dell’Istituto Penale che iniziò il lavoro di restauro, sotto la guida del Commissario Romano, novello storico delle carceri,  dal quale emerse che:
a) Le porte c.d. sicure appartenevano a due celle del 1° piano, la n.16 e la n.17. La terza porta, come già detto è un portoncino di sbarramento dal quale si accedeva all’interno della sezione. Le porte versavano in un grave stato di degrado. Dall’esame delle due porte emerse che le cerniere che giravano sui cardini, non erano altro che dei chiodi forgiati dal fabbro ed inseriti a martellate nel legno. Questi chiodi venivano denominati anticamente chiàncani. 
Le porte erano originali ed avevano più di due secoli di vita, nel corso dei quali avevano subito continue riparazioni; infatti si trovarono delle zeppe di legno laddove vi erano dei nodi delle tavole che erano saltati via; laddove si formavano dei buchi, erano state sovrapposte delle lapazze di legno, oltre che per coprire i buchi anche per rinforzare la sicurezza delle stesse. Gli spioncini furono aggiunti successivamente all’installazione delle porte, poiché inizialmente, sulla porta dovevano esserci solo delle minuscole bocche di lupo.
Ma, grande sorpresa ed emozione suscitò nei restauratori la scoperta di quelli che a prima vista potevano sembrare dei piccoli graffi sulla porta, in realtà ad un esame più attento si rivelarono delle stecche (tanto per prendere in prestito una parola dal linguaggio militare); in questa stecca, ogni piccola tacca rappresentava un mese di galera; infatti ogni 12 piccole incisioni ve n’era una più lunga che stava ad indicare l’anno trascorso; inoltre da una porta affiorarono dall’oblio in cui erano state relegate dalla vernice e dalla polvere  da oltre 150 anni, delle frasi incise sul legno di larice probabilmente con un chiodo che suscitarono nel Commissario Romano, un’intensa commozione; queste frasi, furono scritte con ogni probabilità da patrioti liberali che, venivano trasferiti alla Vicarìa, provenienti da ogni parte d’Italia, in transito, per essere poi trasferiti al loro destino definitivo sull’Isola di Favignana (Ergastolo di Santa Caterina o il Bagno Penale di San Giacomo); Su una porta fu inciso, da un detenuto, l’anno:1843.
b) La porta di sbarramento, in legno di Larice, inizialmente era a due mezzine ma col tempo, forse per intuibili ragioni di sicurezza, fu modificata. Infatti, una volta sverniciata furono visibili i segni di due ferri che chiudevano la mezzina, una sorta di porta a libro. Visibili anche dei tappi in legno dove c’era probabilmente una ulteriore serratura di sicurezza.
Infine, dopo un lavoro durato un paio di mesi le tre porte della Vicarìa, veramente irriconoscibili da come erano state prese in consegna, vedevano la luce e presto saranno esposte al pubblico affinchè tutti possano ammirare questi documenti della sofferenza umana.
Per la riuscita del progetto, del quale il Commissario Romano, che è stato il promotore e materialmente colui che ha seguito tutte le fasi del restauro fino alla costruzione di un carrello in metallo su ruote in modo da trasportare le porte per eventuali mostre, subì anche dei meschini attacchi sindacali, ma grazie alla sua tenacia   oggi  i cittadini  trapanesi si sono riappropriati di un pezzetto di storia della loro città.

Il Commissario Romano ha dimostrato che anche la PoliziaPenitenziaria può fare cultura.