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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 12/05/2010  -  stampato il 10/12/2016


Francesco Giuspino, ancora un suicidio nel Corpo. Cosa c' da festeggiare il 18 maggio?

L’omicidio - suicidio ad opera di un assistente capo della polizia penitenziaria in servizio alla Casa Circondariale di Brucoli (Augusta) ci ha lasciato letteralmente agghiacciati.

L’ennesimo suicidio di un appartenente al Corpo della polizia penitenziaria, stavolta “condito” dall’omicidio della moglie non può più farci stare zitti e dare ragione a chi, in primis i direttori degli istituti e a seguire i nostri dirigenti, in casi come questi scaricano facilmente la colpa su “presunti problemi familiari o di carattere economico” escludendo tout court che una delle concause scatenanti l’istinto suicida o omicida, possa essere lo stress accumulato in lunghi ed estenuanti anni di lavoro che esplode improvvisamente incontrollato fino a far commettere dei gesti terribili.
 
In questi ultimi anni, lavorando in un carcere del sud, dove l’età media è di 45 anni (e parlo di età media!) quindi parlo di gente arruolatasi nei primi anni ottanta e spremuti a dovere dalle notti e dalle condizioni lavorative che paradossalmente oggi si avvicinano a quel periodo, ho visto colpiti da infarto, con una terrificante cadenza, molti colleghi; a qualcuno è andata bene (si fa per dire) e si trova oggi con tre by pass e una vita finita sotto tutti i punti di vista; altri si sono malinconicamente congedati, altri meno gravi sono passati al servizio parziale. Ma se osate parlare con i direttori o con qualche Provveditore vi sentirete rispondere che ciò non può essere ricondotto allo stress accumulato in servizio;
 
Un mio amico ispettore di 48 anni, coordinatore di un piccolo Nucleo della Sicilia, a 48 anni se ne è andato con un infarto. Lavorava 12 ore al giorno alle prese con problemi sfiancanti: la mancanza di personale, le proteste per le uscite sotto scorta, l’esigenza di fare quadrare i conti della benzina, l’inconciliabilità tra l’equazione carenza di personale = non devi fare straordinario ma devi assicurare i detenuti in udienza; l’affanno per non dimenticarsi di niente salvo, in caso contrario, prendersi un avviso di garanzia; è legittimo chiedersi se lavorando così per anni, il cuore abbia potuto cedere? Ma certo se voi solleverete questo problema qualcuno dei nostri dirigenti vi dirà che non c’entra niente……
 
La verità è che ci stanno uccidendo lentamente. Assistiamo ogni giorno, inermi, allo stillicidio di chi va in pensione, di chi si ammala, di chi accusa lo stato ansioso depressivo e se ne va prima del tempo, di chi muore – però non a causa dello stress – di chi si ammala di ipertensione eppure nell’indifferenza totale dell’opinione pubblica i detenuti nelle patrie galere sono più di quelli pre indulto e gli agenti sono meno senza speranze che a breve arrivino rincalzi.
 
E’ normale che un’assistente capo di quella età, che nel fiore degli anni faceva 7 – 8 notti al mese, oggi è comunque costretto a farne al minimo 5? Ma quando può durare un fisico seppur integro, con un ritmo del genere?
 
Come fa il Dipartimento a rigettare tutte le cause di servizio? Pare che non ne accettino più una. Tutti i malesseri che ci siamo guadagnati in anni di onesto servizio, in realtà ce li portavamo dietro fin da piccoli, erano latenti, li abbiamo contratti quando eravamo a scuola.
Comunque consoliamoci: il 18 maggio si celebrerà la festa del corpo. Ma cosa c’è da festeggiare? Facciamo le circolari sul benessere, organizziamo corsi per il benessere ma per farli seguire dagli agenti dobbiamo andare a penalizzare a quelli che rimangono in servizio ai quali accorpiamo i posti che altrimenti non sapremmo come fare a coprire. Lentamente abbiamo levato le sentinelle, una volta baluardo contro i tentativi di evasione. Da gennaio “accomodiamo” la benzina per i mezzi dei Nuclei con anticipazioni di cassa o con i buoni (non s’era mai visto nulla di simile prima d’ora); facciamo traduzioni di 20 detenuti con 8 agenti di scorta (secondo il famoso modello organizzativo ce ne vorrebbero 41!!); non abbiamo il coraggio di dire al mondo: adesso basta! Ci avete rotto le palle! I detenuti non ve li mandiamo in udienza perché non abbiamo più benzina! Non abbiamo il coraggio di fermare le traduzioni perché sotto scorta, altrimenti i signori giudici ci denunciano; Non abbiamo il coraggio di denunciare i tagli economici per il lavoro dei detenuti, i quali lavorando di meno o non lavorando aumentano la loro aggressività sfogandosi guarda caso con gli agenti che stanno in sezione; mai come nel 2008/2009 si era assistito ad un numero così alto di aggressioni nei confronti di poliziotti penitenziari…forse negli anni 70 ma erano altri tempi – ci verrebbe da dire.
 
Non abbiamo personale eppure ci mandano le circolari imponendoci di diminuire drasticamente lo straordinario (equazione impossibile) ma i nostri dirigenti vanno anche oltre ci impongono di dare d’ufficio i congedi arretrati del 2008/2009 cosa che puntualmente viene eseguita in un caos totale che genera malessere, sconforto perché per fare ciò devono accorparsi posti di servizio con relative lamentele del personale che rimane – lamentele che produrranno in seguito assenze per malattie, o in certi casi scontri fisici con gli addetti all’ufficio servizi.
Ha fatto il giro d’Italia il caso di quell’assistente capo siciliano che, congedato d’ufficio per stato ansioso (tutto era nato da una tentata aggressione al comandante), ha fatto una guerra contro i mulini a vento denunciando a destra e a manca ed essendo denunciato e condannato a sua volta, che continua con le sue forme di protesta eclatanti, incatenandosi davanti al Palazzo di Giustizia, o sdraiandosi a terra per strada con tanti cartelli che riportano le sue vicissitudini. In questi giorni è stato visto che gira nei pressi del Tribunale con una bandiera italiana di cartoncino in testa con su la scritta “INFEDELI”.
 
Mi chiedo: rischiamo anche noi di contrarre qualche sindrome ansiosa? Se continua ancora così potremo impazzire? Questa tensione che ci portiamo dietro potrà sfociare in qualche gesto eclatante?
 
Presidente Ionta, mi creda, conoscevo Francesco Giuspino, aveva quasi la mia età, avevamo fatto sindacato insieme poi ne avevo perso le tracce. Era un assistente capo come tanti e come tanti cittadini, e non solo poliziotti penitenziari, pieno di problemi.
 
Ho chiesto in passato e continuo a chiedere: cosa facciamo noi – il Dipartimento – i nostri direttori sapientoni per aiutare i nostri colleghi in difficoltà? A parte qualche qualche corso di pseudo benessere che serve solo a foraggiare i tanti laureati in psicologia, cosa facciamo di concreto per aiutare i nostri colleghi che a causa di errori o di scelte sbagliate si sono trovati nei guai? Li rapportiamo disciplinarmente? Abbassiamo loro la classifica, colpendoli nelle doti morali, fino a farli diventare dei Mediocri? Mi creda, il 18 maggio non ci sarà nulla da festeggiare….ah, a proposito ci è stato imposto di festeggiare in periferia entro il 31 maggio; per la cronaca, ancora oggi 11 maggio anniversario del 150° dell’unità d’Italia, ancora non sono stati mandati in periferia i pur esigui fondi per organizzare uno straccio di cerimonia (non posso chiamarla Festa). Ci arrangeremo, non si preoccupi, con i soliti oboli da parte degli enti locali cercando di salvare l’onore della polizia penitenziaria, che probabilmente meriterebbe una classe politica più attenta e vicina alle innumerevoli problematiche irrisolte.