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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 18/05/2010  -  stampato il 05/12/2016


La discesa agli inferi

Rappresentano un esercito silenzioso. Si calcola, infatti, che siano almeno il 10% del personale di ogni istituto di pena. Si tratta di colleghi cui la vita ha costretto a fare delle scelte drastiche, vuoi per propria colpa, vuoi per circostanze sfortunate.

Separati, con moglie e figli da mantenere, con mutui onerosi da pagare, affossati da finanziarie o da altri colleghi che, che prendendo una lauta percentuale sui prestiti non esitano a trascinarli nel baratro senza fine di rate su rate, di prestiti con delega di consolidamento debiti; incalliti giocatori di cavalli o scommesse sportive e macchinette da video poker, pignorati, avvinti dal vizio ecc.
 
Hanno lo stipendio quasi interamente impegnato. Serve loro a far fronte ai numerosi debiti. Ad alcuni , dello stipendio, restano solo due o trecento euro al mese. Non possono vivere. Per tirare avanti mangiano dai genitori, o vivono di elemosine degli stessi (che gli fanno la spesa, gli pagano le bollette o le rate scadute).
 
Ad un certo punto, stanchi di questa vita, decidono di andarsene in convalescenza; o di fare qualche altro lavoro per arrotondare lo stipendio. Alcuni, spinti dalla disperazione, decidono di farla finita uccidendosi, altri escono di scena con gesti clamorosi: omicidio – suicidio.
 
Li riconosci da come sono vestiti: trasandati nella divisa e nell’aspetto. Ti chiedono sempre dei piccoli prestiti: dieci o venti euro (che non ritorneranno mai indietro); cercano di non pagare il caffè o la colazione allo spaccio, mimetizzandosi tra la folla. Sono tristi e disperati.
Alcuni (ma per fortuna pochi) scelgono la via estrema: quella di guadagnare con le attività illecite: portare droga in carcere, telefonini, macchine fotografiche per permettere a dei balordi di fare degli scoop fotografici.
 
Nessuno si cura di monitorare il numero degli agenti che si trova in queste condizioni. Un numero che sicuramente è aumentato in modo esponenziale per via della crisi che tutti stiamo vivendo. Questi agenti sono una vera e propria mina vagante all’interno degli istituti. Se sei a conoscenza della loro situazione non puoi farli montare all’interno delle sezioni, perché potrebbero divenire facile preda dei criminali; ma se non lo sai?
 
Ho parlato, di recente, con gente disperata. Persone border line, ai quali un rapporto disciplinare, o un semplice rimprovero in servizio può scatenare una reazione incontrollata, dagli effetti imprevedibili. Colleghi che solo per aver avuto abbassata la classifica (sulle doti morali) di qualche punto hanno avuto pensieri “molto cattivi” verso il comandante di reparto o gli addetti all’ufficio servizi sui quali proiettavano tutte le loro frustrazioni.
 
Non sono un moralista e non voglio fare dei moralismi sulle scelte di vita o su errori commessi che li hanno portato a vivere come barboni, ma sono miei colleghi, poliziotti penitenziari e quindi mi chiedo: E’ giusto lasciarli al proprio destino? Un destino di inevitabile degrado umano. Ed anche se è solo loro la colpa è giusto che il DAP non intervenga in qualche modo per recuperare questi desperados delle carceri, assistendo inerti fino alla fine ad una triste discesa agli inferi?