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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 26/05/2010  -  stampato il 07/12/2016


Dopo Milano anche i tribunali civili di Bologna e Roma condannano l'Amministrazione Penitenziaria

Dopo Milano anche i Tribunali civili di Bologna e Roma hanno condannato il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria a risarcire i famigliari di due detenuti morti rispettivamente nel carcere bolognese della “Dozza” e in quello romano di Rebibbia. 
Per quanto riguarda quello di Rebibbia, l’uomo, Marco Zodiaco, era deceduto mentre era in attesa di giudizio, a seguito di insufficienza cardiorespiratoria determinata da assunzione di sostanze stupefacenti. All’interno del carcere, ha rilevato il giudice del Tribunale civile di Roma, sarebbe stata introdotta della droga in dosi sufficienti per almeno due persone, il che deporrebbe per un’evidente carenza nei controlli da parte dei dipendenti dell’Amministrazione penitenziaria in servizio presso il carcere di Rebibbia. Sempre in base alla sentenza, la mancanza di controlli avrebbe integrato una chiara violazione di quelle disposizioni dell’ordinamento penitenziario che pongono a carico dell’Amministrazione l’obbligo di garantire il diritto di ogni detenuto all’integrita’ fisica. In secondo luogo, l’omissione sarebbe stata una concausa dell’evento letale, in quanto soltanto grazie alla carenza (o alla superficiale esecuzione) dei doverosi controlli sui detenuti stessi fu possibile a Marco Zodiaco (o ad altro detenuto che lui frequentava) entrare in possesso di sostanza stupefacente e, quindi, assumerla. Pertanto, il giudice ha stabilito che la responsabilità dell’Amministrazione consiste nel non aver impedito, come era suo dovere istituzionale, che il detenuto potesse avere la disponibilita’ di sostanza stupefacente. Il giudice ha dunque stabilito che il danno risarcibile e’ costituito soltanto da quello morale, patito dai famigliari, ed e’ quantificabile in 75.900 euro ciascuno in favore dei genitori, 42.900 ciascuno in favore delle due sorelle del detenuto morto e 49.500 dell’altro fratello minore. Sulle suddette somme dovranno essere calcolati gli interessi, per un totale complessivo di circa 350.000 euro. 
A Bologna, invece, il 21 febbraio 1996 FU arrestato un giovane franco-tunsino, Georges Alain Laid, colpevole di aver rubato nel negozio di scarpe Gianfranco Pini, nel centro di Bologna. Sette mesi dopo, Georges Alain Laid fu trovato morto alla Dozza. Si era impiccato con la giacca del pigiama alla maniglia del bagno della cella di isolamento, dove era stato rinchiuso in seguito a una rissa con altri detenuti. Sarebbe uscito dopo sei giorni. Dopo 13 anni l’Amministrazione penitenziaria è stata condannata a pagare 100 mila euro (con la rivalutazione e gli interessi dal ’96). Il risarcimento stabilito dal Tribunale di Bologna è stato confermato dalla Corte d’Appello per i danni morali ed esistenziali subiti dalla madre di Georges Alain. I giudici hanno stabilito che, almeno in sede civile, il carcere è responsabile del decesso, anche se dovuto a suicidio. 
All’inizio della vicenda fu ipotizzato l’omicidio, tant’è che la Procura aprì un’inchiesta e due agenti della polizia penitenziaria e un ispettore furono  arrestati con l’accusa di voler coprire l’assassino e di averlo aiutato a mettere in scena un finto suicidio. Un’ipotesi che agli occhi dei più apparve fin da subito assurda, tranne che a pochi, compreso qualche politico prevenuto nei nostri confronti. I periti dell’accusa e quelli della difesa arrivarono a conclusioni opposte, i primi affermarono che Georges Alain era stato ucciso, i secondi che si era suicidato. Alla fine, proprio per l’impossibilità di stabilire la dinamica, il pm chiese l’archiviazione e il gip la accolse. L’opposizione all’archiviazione fu respinta, ma la causa civile andò avanti. E, per due volte, la parte offesa ha avuto ragione: nel 2004, con la sentenza di primo grado, e nell’ottobre scorso, con quella d’appello. Sulla base della motivazione sia in caso di omicidio, sia di suicidio la responsabilità dell’amministrazione penitenziaria sussiste comunque in virtù del rapporto che a essa lega funzionari e agenti.
Si tratta di una responsabilità oggettiva. Nonostante il proscioglimento degli agenti in sede penale, in ogni caso, secondo i giudici civili, la vigilanza non fu sufficiente e il detenuto non sarebbe dovuto restare solo, in isolamento. 
Questa, secondo i magistrati, fu una decisione inopportuna, perché Laid era solito procurarsi traumi ripetuti, perché pochi giorni prima della morte gli era stato diagnosticato uno stato ansioso-depressivo per la morte del fratello, perché questo stato era caratterizzato da idee autosoppressive. Per tutti questi motivi i medici avevano segnalato la necessità di sottoporlo ad attenta sorveglianza e di tenerlo in cella con altri detenuti. Non solo, il giovane era tossicodipendente e, poche ore prima della sua morte, fu accertato che era ubriaco. Una tesi, questa, diversa da quella sostenuta dal Pubblico Ministero, secondo il quale si trattò di un evento imprevedibile.
A questi due casi si aggiunge quello di Milano, di cui abbiamo già reso ampia documentazione in un precedente articolo.
Si tratta di tre casi diversi l’uno dall’altro: quello di Milano, come si ricorderà, era riferito ad un detenuto morto per aver inalato gas da una bomboletta. I suicidi per impiccagione e per inalazione del gas costituiscono quelli più frequenti in carcere, potremmo dire la totalità, tranne rare eccezioni, come quello avvenuto a Rebibbia, per assunzione di sostanze stupefacenti. Com’è noto, la media dei suicidi in carcere è di circa settanta all’anno. 
Visto il principio giurisprudenziale di merito (speriamo in un’inversione di tendenza della Cassazione) che si sta affermando, se tutti i famigliari dei detenuti morti suicidi in carcere dovessero ottenere una sentenza di risarcimento la situazione diventerebbe davvero difficile da sostenere per l’Amministrazione, ma ciò che ci preoccupa maggiormente è il rischio di una possibile rivalsa nei confronti del personale, laddove dovesse riscontarsi la colpa grave nel comportamento degli stessi; cosa non impossibile, viste le enormi difficoltà in cui opera lo stesso personale di polizia penitenziaria.
Forse è il caso che l’Amministrazione cominci a preoccuparsi di stipulare delle assicurazioni.