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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 26/05/2010  -  stampato il 08/12/2016


Ufficiali degli Agenti di Custodia Evoluzione o involuzione del sistema organizzativo del Corpo?

Nel rispetto della linea editoriale di questa Rivista che, fin dalla sua nascita nel lontano 1994, ha voluto rappresentare una sorta di melting pot dell’amministrazione penitenziaria dove ospitare pareri, opinioni e punti di vista di tutte le figure professionali che si muovono e lavorano al proprio interno, siamo ben lieti di ospitare l’apprezzato e qualificato intervento del gen. Alfonso Mattiello, direttore del Gom e illustre rappresentante della categoria degli ufficiali del Corpo.
Il Gen. Mattiello ci ha onorato di un bell’articolo di carattere storico che racconta efficacemente alcuni aspetti del nostro passato professionale.
Ci auguriamo che questa possa essere solo la prima occasione di una collaborazione editoriale che diventi fissa e continuativa, non solo con Alfonso Mattiello ma con chiunque altro, ufficiale del Corpo, voglia inviarci un suo contributo.
 
 
In occasione dell’Annuale del Corpo di Polizia Penitenziaria è stato fatto omaggio agli invitati di una pubblicazione inedita sulla Polizia Penitenziaria  che fa espresso riferimento alla storia, ai simboli e ai valori del Corpo.
Debbo dire che sono stato profondamente colpito dal contenuto di questa pubblicazione che, ripercorrendo con immagini e con parole la nostra storia recente, mi ha ricondotto alla mente quella che è stata anche parte della mia storia, avendo ormai più di 33 anni di servizio effettivo nel Corpo ed essendo, tra l’altro figlio d’arte - mio padre e mio nonno hanno servito lo Stato con questa divisa fin dal 1921-.
La nostra storia è una storia di sacrifici e di sofferenze ma soprattutto è una storia di uomini e donne, servitori dello Stato, che hanno sempre rispettato quei principi, quei simboli e quei valori che vengono di nuovo richiamati nella pubblicazione a cui facevo riferimento.
Rivedere le vecchie fotografie e rileggere le motivazioni delle onorificenze concesse ai nostri colleghi che hanno sacrificato la vita, mi ha motivato a scrivere su quello che era il nostro mondo prima della riforma e di come esso si sia trasformato dopo il 1990.
Alla fine della guerra gli Agenti di Custodia non superavano le10-12.000 unità e nei 40 anni successivi gli organici furono incrementati di circa 20.000 unità, molti dei quali furono assunti dopo gli anni ’70 per contrastare in modo efficace l’insorgere della violenza terroristica e criminale che insanguinò il Paese richiedendo un grande sacrificio di vite anche all’Amministrazione Penitenziaria.
Il Corpo disponeva di tre Scuole (Portici, Cairo Montenotte e Parma), che lavoravano a pieno ritmo per addestrare i giovani che venivano  arruolati negli Agenti di Custodia e nei periodi di sospensione dei corsi il personale delle Scuole veniva movimentato per alleviare il lavoro degli altri colleghi o per intervenire nelle rivolte che spesso animavano la vita degli Istituti Penitenziari.
La nostra organizzazione era tale che a livello centrale il cd. Comando del Corpo degli Agenti di Custodia era inserito all’interno dell’Ufficio II della Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena e si occupava solo del personale militare, era diretto da un Magistrato e tutti i capi-reparti e capi-sezione erano Ufficiali e Sottufficiali degli Agenti di Custodia. 
L’Ufficio aveva più o meno le stesse competenze che oggi ha la Direzione Generale del Personale e della Formazione con la differenza che, allora, la presenza di numerosi appartenenti agli Agenti di Custodia a capo delle varie articolazioni dell’Ufficio poteva garantire una competenza specifica che, almeno in teoria, doveva essere migliore.
Vorrei, per il momento, soffermarmi su quest’aspetto dell’organizzazione dell’epoca per meglio comprendere qual’era la posizione degli Ufficiali degli Agenti di Custodia e anche per chiarire certe valutazioni che oggi vengono fatte sui vari forum dalle Organizzazioni Sindacali da persone che parlano per sentito dire, senza però aver avuto la possibilità di conoscere quello che è stata l’evoluzione o l’involuzione, per come la si voglia meglio intendere, del sistema organizzativo del Corpo.
Come si può apprendere dalla pubblicazione edita dall’Amministrazione Penitenziaria, e che raccomando a tutti di leggere, il ruolo degli Ufficiali fu istituito nel 1945 con un organico di pochissime unità e fu delegato ad occuparsi solo dell’addestramento nelle scuole e della disciplina, senza mai chiarire quale dovesse essere effettivamente il loro compito all’interno di un Corpo, che, da civile fu trasformato in militare con un Decreto Luogotenenziale negli anni in cui il Ministro di Grazia e Giustizia era Togliatti che, mi sembra di ricordare, non fosse né democristiano né appartenente a schieramenti di destra. In poche parole le stellette agli Agenti di Custodia furono date da un Ministro Comunista.
In tutti gli anni che vanno dal ’45 al ’71 l’organico degli Ufficiali fu di pochissime unità impiegate a  Roma (Ufficio del personale militare e di Custodia), nelle Scuole e nei Comandi Regionali.
I famosi Comandi Regionali istituiti con circolari interne non ebbero mai un riconoscimento normativo, e gli Ufficiali che vi erano impiegati si occuparono per molti anni di casermaggio, dell’armamento e del vestiario.
Nel periodo di massimo splendore del ruolo degli Ufficiali, l’organico non superò le 66 unità complessive senza mai essere completamente coperto. In quegli anni iniziò anche ad essere animata la discussione, fra le varie categorie professionali, circa la necessità di affidare agli Ufficiali, negli istituti, le attribuzioni già proprie del maresciallo degli Agenti di Custodia con la qualifica di Titolare del servizio di custodia.
Ricordo benissimo che alla fine degli anni ’70 l’allora Ministro Morlino riunì i vertici della Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena per sapere se gli Ufficiali fossero d’accordo ad essere inviati come titolari del servizio di custodia negli Istituti più grandi. 
Su questa riunione e su i suoi esiti si riferì che gli Ufficiali si fossero rifiutati di fare i Comandanti degli Istituti, ma nessuno chiarì che l’Ufficiale più elevato dell’epoca, che svolgeva le funzioni di Comandante del Corpo Col. Spinaci, rispose al Ministro che non c’era nessuna preclusione da parte degli ufficiali a ricoprire quei ruoli a condizione che fossero chiariti, con atti formali, le competenze che avrebbero avuto gli ufficiali ed i rapporti da tenere con il Direttore dell’istituto, al fine di evitare d’essere considerati semplicemente dei sostituti dei marescialli e che, come costoro, non avrebbero avuto la possibilità di comandare un bel niente ma di assumere solo gli oneri dovuti ad una situazione gestionale molto critica.
Gli anni ’70 furono anni bruttissimi per l’Amministrazione Penitenziaria e per il Corpo degli Agenti di Custodia, perché il loro organico limitato non era sufficiente ad arginare le continue esplosioni di violenza che si verificavano all’interno di molti Istituti Penitenziari.
Parlo di anni che videro il verificarsi di migliaia di evasioni e di diverse decine di omicidi fra detenuti con il sacrificio di tanti appartenenti al Corpo.
Sarebbe interessante oggi parlare con alcuni degli appartenenti al corpo degli Agenti di Custodia dell’epoca, tutt’oggi in servizio, e farsi narrare le storie di quegli anni, anche per farsi spiegare come in molte delle  situazioni più drammatiche e negli episodi più cruenti di quegli anni fossero presenti anche alcuni degli Ufficiali del Corpo.
Oggi la maggior parte del personale in servizio è stata assunta dopo il 1990 e quindi poco sa dell’organizzazione precedente, molti infatti ritengono che gli Ufficiali siano stati esclusi dalla riforma perché considerati  strumenti d’oppressione nei confronti del Corpo da parte dei vertici dell’Amministrazione.
Vorrei chiarire che dal ’45 al ’90, nonostante le continue richieste, non fu mai emanata una Legge che chiarisse lo status giuridico degli Ufficiali e le loro competenze, la preoccupazione principale dei vertici dell’epoca fu quella di continuare ad assicurare lo status quo dei rapporti di poteri esistenti all’interno del sistema carcere.
E’ anche doveroso ricordare che il ruolo esercitato da alcuni Ufficiali dell’epoca all’interno dell’Ufficio Centrale, soprattutto negli anni precedenti la riforma, non fu certamente esaltante e i contrasti esistenti fra di loro non consentirono, nel momento in cui il testo di riforma nasceva, di intervenire per renderlo più appropriato alle nuove esigenze che si andavano affermando.
Gli Ufficiali dell’epoca hanno anche pagato lo scotto della provenienza dai ruoli dell’Esercito, quindi, senza un preparazione culturale e professionale specifica, così come sarebbe stato necessario per chi aspirava ad esercitare funzioni di vertice in un Corpo di Polizia.
Molte di queste problematiche erano note agli Ufficiali dell’epoca e, alcuni progetti di riforma  del Corpo, tenevano conto di tutti questi aspetti che era necessario trattare, ma furono messi da parte nelle lunghe discussioni parlamentari che portarono poi alla riforma del ’90.
Alla fine la soluzione fu trovata con la famosa legge 395/90 che, riformando il Corpo, lo ha privato per 10 anni di un ruolo direttivo e oggi, a circa 20 anni dalla riforma, il Corpo non ha ancora risolto molti dei problemi che già furono oggetto di manifestazioni e di proteste negli anni pre-riforma.
Ringrazio dell’ospitalità concessami in queste pagine dalla redazione del SAPPE e spero di poter nuovamente intervenire per trattare argomenti molto più specifici ed importanti che riguardano gli aspetti operativi dei servizi affidati al Corpo di Polizia Penitenziaria.
 
 
Alfonso Mattiello
Generale di Brigata
Direttore del Gruppo Operativo Mobile