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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 06/07/2010  -  stampato il 07/12/2016


Il DAP e via Arenula, in realtÓ sono sedi disagiate

Spesso mi capita di visitare (per lavoro) la sede centrale del titanico Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, meglio conosciuto come D.A.P.

Fino a qualche anno fa non era raro imbattersi in colleghi che, soprattutto se un po’ anziani, si riferivano al DAP come a “Il Ministero”, confondendo il Ministero della Giustizia che ha sede in Roma in via Arenula presso il Palazzo Piacentini (dall’omonimo architetto che nel 1913 lo progettò) e uno dei suoi Dipartimenti, quello dell’amministrazione penitenziaria che ha sede anch’esso a Roma presso il “Palazzo di cemento grigio con tante finestre”, lungo via Silvestri.

Ho sempre pensato che l’incapacità di distinguere le due sedi, dipendesse dall’ignoranza che ammanta le persone che lavorano all’estrema periferia, le quali non riescono a cogliere l’importanza di quelle diverse denominazioni e quindi non apprezzano le differenze di attribuzioni, di competenze e di responsabilità che sono alla base della nostra moderna Nazione democratica e che differenziano il Ministero dal Dipartimento.

Con il tempo ho iniziato a ricredermi, anche perché ho avuto modo di passare qualche ora a Palazzo Piacentini e ho iniziato ad accorgermi che in quei corridoi, dentro quelle stanze, si aggiravano le stesse facce che c’erano al DAP e ormai da tempo, ho iniziato anch’io a nominare il DAP come “il Ministero”.

Da quelle facce ho iniziato a sviluppare una mia personalissima teoria che mi fa capire se quel posto, come sede di servizio, è un posto da consigliare o meno.

Ebbene, di tutte le sedi di servizio (non moltissime, ma nemmeno poche) dove ho avuto modo di soffermarmi per missioni o altro, il DAP è forse il posto più triste nella nostra amministrazione.

Dipende dai valori che ognuno di noi ha, questo è certo, perciò per molti il DAP è la sede per eccellenza, quella dove risiede il potere vero, lì dove si può conoscere qualcuno ed ottenere “il favore”; ma se vi capitasse per caso di passare al DAP dopo una giornata passata al mare, all’aria aperta, in compagnia di amici, non potreste non guardare quelle facce e non potreste non accorgervi del modo in cui cammina la maggior parte delle persone.

Lente, curve, rassegnate, sfaticate.

Il DAP è un’immensa fabbrica di persone demotivate, rassegnate, senza uno scopo nel lavoro. Non si faccia l’errore di confondere questo stato d’animo con la sindrome da burnout, quella cioè che colpisce le persone che vivono situazioni da stress lavorativo dovute al fatto che non riescono a mettere in pratica gli onerosi compiti che il lavoro le chiama ad assolvere. Alle persone che lavorano al DAP infatti, non viene richiesto nulla.

Per il DAP dovrebbe essere inaugurata una nuova sindrome, quella da “mancanza di obiettivi nel lavoro”. E’ così da quando ho iniziato “a frequentarlo” e i vari Capi del Dipartimento che si sono succeduti hanno contribuito, ognuno per proprio conto, ad aggravare la situazione.

Uno degli ultimi scossoni che ha peggiorato l’umore di chi lavora al DAP è stata l’era Caselli, quando il Procuratore di Palermo, allora simbolo di onestà, rettitudine, riscatto verso le ingiustizie di ogni genere, è salito al soglio dipartimentale. In quei giorni, in quelle settimane, subito dopo la nomina di Gian Carlo Caselli a comandare il DAP e quindi la Polizia Penitenziaria, si respirava tutta un’altra aria. C’era gente, soprattutto tra noi poliziotti, che aveva stampato il sorriso sulla bocca. A maggior ragione, gli animi si riscaldarono come non mai quando si seppe che Caselli aveva avocato a sé tutte le pratiche possibili ed immaginabili ed aveva riempito la propria scrivania di decine di faldoni contenenti le pratiche più refrattarie al loro dipanarsi: segno inequivocabile che di lì a poco sarebbe stata “Rivoluzione!”. Sono stato testimone diretto e posso anche giurare che in quei giorni ho visto pure persone lavorare e lavorare felici.

Nei mesi seguenti però, quando fu evidente a tutti che la Rivoluzione! stentava a farsi largo, le persone tornarono ad incurvarsi e a spostarsi lentamente da una stanza all’altra, dove potevano passare quegli unici momenti davvero belli e spensierati: quelli in cui si parla delle ultime partite di calcio.

Allora si parlò di “montagna che ha partorito un topolino”, ma non me la sento di giudicare negativamente il Dott. Caselli. Forse anche lui è stato colpito dalla sindrome che ancora non ha un nome e che aleggia al DAP e, ripensandoci bene, negli ultimi mesi di permanenza al DAP, pure lui l’ho visto camminare un po’ curvo...

Da allora le cose sono solo peggiorate tranne qualche guizzo momentaneo che, per assurdo, non fa che intristire ancora di più le persone le quali, in cuor loro, lo sanno bene che basterebbe poco per far funzionare qualcosa al DAP.

Perciò tu: tu che lavori nel tuo istituto di periferia, tu che fai ore su ore di straordinario non pagato in mansioni non riconosciute, esposto a malattie sconosciute, non lamentarti e dedica un pensiero a chi lavora nella sede più disagiata della nostra Amministrazione.

E pensa anche allo stress che si respira in via Arenula, dove ogni giorno centinaia di persone spendono le proprie energie per dimostrare che sono più capaci di chi hanno intorno. E’ un lavoro difficile, talmente difficile e stressante che poi a fine giornata non rimane né il tempo né la voglia per fare altro.