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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 28/07/2010  -  stampato il 10/12/2016


Uno Stato autorevole e le crisi di un paese

L’allarmante situazione delle carceri italiane sta determinando in molti istituti penitenziari tensioni tra i detenuti e inevitabili problemi di sicurezza interna che ricadono sulle donne e gli uomini della Polizia penitenziaria, come purtroppo dimostrano gli eventi critici che con sempre maggiore frequenza si verificano ogni giorno nelle carceri italiane. La situazione rischia di degenerare, con più di 68mila detenuti stipati in celle idonee ad ospitarne 43mila: non si può perdere ulteriore tempo, lo diciamo da tempo, considerato anche che il Corpo di Polizia penitenziaria è carente di più di 5mila unita. Bisogna anche trovare soluzioni concrete. In questo contesto l’ok dato dall’Aula della Camera all’esame in sede legislativa del ddl Alfano che prevede la possibilità di scontare l’ultimo anno di pena ai domiciliari può essere un primo passo per ripensare organicamente il sistema penitenziario del Paese. 
Mercoledì 7 luglio scorso, con una maggioranza di 409 voti, l’Aula della Camera ha deciso l’esame in commissione Giustizia in sede legislativa del ddl che prevede l’esecuzione domiciliare delle pene detentive inferiori ad un anno, per far fronte all’emergenza carceraria. Come Sindacato più rappresentativo del Corpo di Polizia Penitenziaria abbiamo l’obbligo morale di perseguire un’attività di proposta e di indirizzo sulle problematiche penitenziarie, seguendo le indicazioni che sono frutto della nostra decennale esperienza sul campo. Il grave momento di crisi che ricade per ora unicamente sulle donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria e sulle loro famiglie ci impone di trovare e discutere su soluzioni che possano essere comprese e condivise dai cittadini e fatte proprie dal Governo. E il SAPPE intende fare la propria parte. Serve una nuova politica della pena, necessaria e non più differibile, che ‘ripensi’ organicamente il carcere e l’Istituzione penitenziaria. Si abbiano il coraggio e l’onestà politica ed intellettuale di riconoscere i dati statistici e gli studi Universitari indipendenti su come il ricorso alle misure alternative e politiche di serio reinserimento delle persone detenute attraverso il lavoro siano l’unico strumento valido, efficace, sicuro ed economicamente vantaggioso per attuare il tanto citato quanto non applicato articolo 27 della nostra Costituzione. Proprio un preciso richiamo all’individuazione di misure alternative al carcere per una serie di reati di minore allarme sociale allo scopo di risolvere il problema del sovraffollamento dei penitenziari italiani è stato l’intervento più importante sollecitato dai penalisti di Napoli (e condiviso anche dal SAPPE) i quali, su iniziative delle Camere penali del distretto e dell’associazione ‘’Il carcere possibile Onlus’’, hanno organizzato lunedì 12 luglio scorso una ‘’Giornata di lutto’’ per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla grave situazione di emergenza che si vive nelle carceri italiane. Per il presidente della Camera penale di Napoli Michele Cerabona l’applicazione di sanzioni alternative al carcere da estendere a tutta una serie di reati per chi ritorna a commettere reati, sull’esempio di quanto avviene soprattutto nei paesi anglosassoni, si applicherebbe invece la detenzione in carcere con aggravamento della pena.
C’è un altro settore del penitenziario sul quale è necessario intervenire con urgenza: ed è quello legato all’alto numero di detenuti stranieri in Italia, che erano 25mila (il 37% di quelli presenti) il 30 giugno scorso e che nella Casa di reclusione di Mamone Lodè sono l’84% dei presenti, in quella di Isili e nella Casa circondariale di Padova il 75%. Complessivamente, i più numerosi sono i marocchini (5.295), seguiti da rumeni (3.332),  tunisini (3.235) e albanesi (2.955). Il SAPPE, si sa, da sempre sostiene che i detenuti stranieri debbano scontare la pena nel Paese di provenienza. Ma il problema dell’affollamento delle carceri italiane e’ legato anche alla difficoltà di trasferire proprio i detenuti stranieri. E per questo e’ preoccupante che i trattati internazionali siglati recentemente non stiano funzionando. Lo ha detto, intervenendo ad un convegno sull’attività internazionale del Consiglio Superiore della Magistratura, il ministro della giustizia Angelino Alfano che giudica negativamente ‘’il fatto che occorra ancora il consenso del detenuto per il suo trasferimento e perchè sconti in patria la pena. Il fatto che in Italia ci siano tanti detenuti stranieri che si rifiutano di firmare significa che nonostante i disagi delle nostre carceri, queste vengono considerate un approdo sicuro. I trattati bilaterali non stanno funzionando’’. L’amara constatazione fatta dal Ministro dovrebbe indurre a rivedere certe norme eccessivamente garantiste, che alla fine non consentono di risolvere criticità e problematiche importanti, come quella legata appunto alla eccessiva presenza di stranieri nelle carceri italiane, che nel solo anno 2009 si sono resi protagonisti di ben 3.688 dei 5.714 atti di autolesionismo che si sono verificati negli istituti. Non è possibile che chi si è reso responsabile di reati in Italia, più o meno gravi, abbia la facoltà di decidere come e dove scontare la propria pena! Questo pone inevitabili problemi di legalità e sicurezza. Ebbe a scrivere tempo fa Luciano Violante, magistrato già presidente della Camera dei Deputati, che il senso di sicurezza di un Paese deriva dal grado di accettazione e di diffusione della legalità, intesa non secondo il vecchio modello della rispondenza dei comportamenti individuali e collettivi ad un modello legale, ma come prevedibilità delle conseguenze giuridiche derivanti al cittadino dal comportamento proprio o altrui. La grande parte dei cittadini si astiene dal commettere reati per ragioni di educazione civile e non perché minacciata dalle pene.  Ma c’è un’altra parte di persone per le quali la minaccia di una certa punizione è una forte remora e la consapevolezza, al contrario, che non ci saranno conseguenze negative, è un incentivo a delinquere. Tra queste persone vanno annoverati quegli stranieri che vengono da Paesi nei quali c’è un controllo sociale e religioso molto forte e per le quali il venir meno di questo tipo di controllo, unitamente a situazioni di miseria e disperazione, può diventare una spinta a delinquere.  D’altro canto chi ritiene che i delitti rimangono impuniti si sente insicuro, a prescindere dalla reale condizione di sicurezza propria e del proprio territorio. Naturalmente la legalità intesa come prevedibilità delle conseguenze del proprio comportamento non può intendersi in senso assoluto. Il problema sorge quando l’imprevedibilità e l’incertezza superano una soglia di tollerabilità e questa soglia è legata indissolubilmente al funzionamento della giustizia. Il sentimento di insicurezza non è alimentato soltanto dal potere criminale, ma anche dagli arbitrii, dalle omissioni, dai ritardi del potere pubblico. Il cittadino si sente spesso solo e privo di tutela anche di fronte all’esercizio arbitrario del potere, alla difficoltà di rivolgersi alle istituzioni intese come servizio.  Sicurezza significa anche certezza della pena e della sua esecuzione. Non basta fare i processi in tempi compatibili con la civiltà giuridica di un paese avanzato. Occorre poi che la pena sia effettivamente applicata e scontata.  Le proposte di amnistia e di indulto vanno contro questa esigenza, perché eludono e non risolvono i problemi, perché sottraggono senso e credibilità alle regole, il cui rispetto diventa un elemento opzionale e non un fondamento indefettibile della convivenza civile, perché sono di per sé fattori che generano insicurezza. Uno Stato autorevole deve anche tenere conto del comportamento del detenuto durante la detenzione ai fini della riduzione della pena e garantirgli condizioni di vita in carcere rispettose della sua dignità di persona, tali da consentirgli, attraverso la formazione, lo studio, il lavoro, di rientrare nella vita sociale come cittadino non dimezzato. 
Ma è a mio avviso indispensabile, per uno Stato autorevole, coltivare e rafforzare i diffusi sentimenti di ammirazione e fiducia degli Italiani nei confronti delle forze di Polizia, valorizzando il ruolo di tutti gli operatori della sicurezza, rafforzando il loro ruolo di cerniera sociale con strumenti e competenze che consentano di affinare ulteriormente la loro capacità di risposta ai cittadini e di presenza sul territorio. Questa capacità delle forze dell’ordine merita il riconoscimento dei cittadini, ma merita anche l’attenzione della classe governativa e politica del Paese, che deve saper valorizzare e premiare concretamente il ruolo sociale, l’impegno, la professionalità delle persone che quotidianamente mettono a rischio la propria vita per difendere la sicurezza del Paese. La presenza visibile delle forze di polizia sul territorio scoraggia la commissione dei reati, consente un intervento rapido in caso di necessità, indica ai cittadini che lo Stato non è assente o distante, rende percepibile al cittadino che il potere pubblico si occupa di lui e lo rende perciò più tranquillo. E allora perché in questo Stato (che sembra amaramente perdere giorno dopo giorno la sua autorevolezza per le continue rivelazioni di inaccettabili scandali che vedono coinvolti faccendieri senza scrupoli, politici ed anche uomini delle Istituzioni; in cui il degrado morale ha raggiunto livelli allarmanti tali da costringere alle dimissioni addirittura Ministri in carica…) la classe politica e governativa  concepisce, come nella manovra finanziaria attualmente in discussione, norme che pregiudicano in modo irreversibile la funzione di polizia e delle forze armate poste a tutela della sicurezza dei cittadini, condizione imprescindibile per la legalità e lo sviluppo economico del Paese? Ma con quale faccia può, chi prende 10/15/20mila euro al mese di stipendio, dire a chi ne prende 1.500€ che “bisogna fare dei sacrifici”? I privilegi devono essere tagliati in questo Paese, non i diritti. 
E a proposito di privilegi, i parlamentari italiani (scelti dalle segreterie dei partiti, imposti agli elettori e ‘ratificati’ con il voto grazie ad una legge truffa e vergogna) ne sanno qualcosa...