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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 20/08/2010  -  stampato il 07/12/2016


La Saggezza profetica degli Agenti di Custodia.

Cari vecchi agenti di custodia, siete stati il nostro passato. I giovani poliziotti penitenziari oggi vi ignorano; ignorano i vostri sacrifici, le vostre lotte sindacali contro le angherie, i vostri morti ma non sanno che tutto ciò che oggi ci circonda, nel nostro ambiente di lavoro, discende da voi: dai diabolici turni di servizio, allo slang carcerario, dai gesti quotidiani della perquisizione e della conta, al come contro.    

Agenti di custodia, così semplici ed ignoranti eppure così capaci di mandare avanti le carceri nei periodi caldissimi degli anni ’70 e del terrorismo¸così disprezzati dalla società civile e da sempre ignorati dalla politica, eppure capaci di gesti nobili fino all’estremo sacrificio.
Così popolari da colmare il gap culturale con pillole di saggezza. Si, nonostante non brillassero per livello culturale, gli agenti di custodia avevano capito al volo dove stavano, da chi erano comandati, e l’avevano sintetizzato in celebri motti o battute fulminanti che vale la pena consegnare ai giovani, talvolta, sprovveduti agenti di polizia penitenziaria che credono di essere più intelligenti dei loro predecessori.
Chiudo per un attimo gli occhi e mi rivedo giovane agente con il mab sulle spalle sull’inevitabile muro di cinta. Il capoposto era l’appuntato Amato, ma avrebbe potuto essere Caputo, Sudano o Mercurio, uomini che si erano arruolati subito dopo la guerra e che prima di andare in pensione trasferivano il loro bagaglio di esperienze nelle nuove generazioni. Capelli impomatati, e un grado rosso cucito sulla manica che ti faceva paura. Amavano ripetere “Siamo l’esercito di Franceschiello” perché eravamo malvestiti, con divise troppo larghe o troppo strette, con scarpe di pezza bucate; chi aveva la cintura di cuoio, chi un passamontagna da cacciatore, chi il giubbotto verde pisello, chi il cappotto adagiato sulle spalle e mai indossato come si deve; insomma un campionario di divise una diversa dall’altra. Ma oggi non succede qualcosa di simile? Basta leggere gli articoli su questo Blog sul SADAV…
 
Un’altra frase celebre che rimane scolpita nella mia mente era questa: “Cu si susi prima cumanna” (Chi si alza per primo comanda). Non è successo qualcosa del genere, ultimamente, circa delle nomine di generali a capo di un importante ufficio centrale?
Ma, per ultima, la frase che più di tutte racchiude il senso di abbandono che si prova in periferia rispetto a dei provvedimenti risolutivi di taluni problemi che tardano comunque ad arrivare nonostante le grida di allarme che si alzano dalla disastrate carceri: SEMU N’MANU A NUDDU! (Siamo nelle mani di nessuno).
 
Profetici gli agenti di custodia. Nonostante siano passati 30 anni dal primo giorno che misi piede in un carcere, queste frasi gridate dai vecchi appuntati nei corridoi, alla mensa, allo spaccio dopo qualche bicchierino di amaro Averna, mi echeggiano ancora nelle orecchie; se chiudo gli occhi posso vedere ancora le loro espressioni sul viso segnato dalle notti e sentire la rabbia mista a rassegnazione con la quale accompagnavano queste frasi. – Semu n’manu a nuddu! – amava ripetere l’appuntato Amato – che Dio l’abbia in gloria – Com’è vera ed attuale quella frase, nonostante siano passati trent’anni il senso di sconforto che ci pervade è sempre lo stesso.