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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 30/09/2010  -  stampato il 05/12/2016


Ucciardone mon amour.

Il mio amico commissario Ultimo (in graduatoria) mi raccontò un giorno che dopo aver lavorato all’Ucciardone, di aver subito, quella sensazione che si prova di ritorno dall’Africa, meglio conosciuta come mal d’Africa; in questo caso mal dell’Ucciardone, una sensazione che è un misto di malinconia, affetto, ricordi indelebili, insomma una sorta di saudade in salsa siciliana.
Si, l’Ucciardone di Palermo, il carcere per antonomasia gli aveva fatto questo effetto; la mattina quando lui arrivava a Palermo e incrociava quel maestoso muro di cinta carico di storia ed intriso di sofferenza umana, provava rispetto per quel luogo storico dal quale, nel tempo, erano transitati migliaia di detenuti, molti oppositori del regime borbonico, briganti, banditi, mafiosi e che custodiva segreti mai svelati come l’omicidio Pisciotta. Un luogo sicuramente affascinante. Attraversare quei viali, ammirare quelle poderose mura o i secolari ficus del piazzale grande era uno spettacolo che si rinnovava ogni giorno, per il quale il mio amico Commissario si sentiva un privilegiato solo per il fatto d’esserci.
E quanta sofferenza ancora pervade il mio amico Commissario quando si parla dell’Ucciardone in termini negativi, da parte dei radicali o del garante dei diritti dei detenuti... ma bisogna fare i conti con la realtà e cioè: cosa nel tempo è diventato l’Ucciardone? Un carcere invivibile dal punto di vista dei detenuti, stipati in 10 – 12 detenuti per stanza, dove d’estate la temperatura delle celle e delle sezioni detentive sono degne di una sala macchine di una petroliera; dove il caldo fa proliferare migliaia di scarafaggi e dove i ratti delle fogne fanno capolino nei passeggi sbucando fuori dai tombini, attirati da pezzi di pane o formaggio lanciati apposta dai detenuti che per passatempo poi, riempiono bottiglie d’acqua di due litri e dopo aver preso la mira, le lanciano come bombe sui topi spiaccicandoli sull’asfalto. 
Dove la zona detentiva di transito dei detenuti che vengono arrestati, denominata da decenni con ironico cinismo, canile”, oggi fa discutere e crea scandalo tra i benpensanti come i radicali sempre attenti ai diritti dei detenuti.  Ma è un carcere invivibile anche per gli agenti (ma già, a loro non pensa nessuno – carne da macello – costretti dal pendolarismo a bivaccare in due caserme (una ex sezione detentiva e l’altra c.d. La Rotonda) spesso alle prese con la mancanza d’acqua, con problemi di docce, con il caldo terribile. Costretti dall’alto numero di assenze dal servizio ad accorpamenti plurimi di posti di servizio e spesso ad operare con uno o due agenti per sezione (in una sezione in media vi sono ristretti 300 detenuti!), costretti a fronteggiare le legittime proteste dei detenuti, da soli, senza sottufficiali e fronteggiando situazioni calde solo grazie al loro altissimo senso del dovere e una grande professionalità. Eppure il DAP sembra aver dimenticato i glorfiosi agenti dell’Ucciardone, abbandonandoli a se stessi, con una mancanza di personale di 180 unità, che ha del surreale, tra distaccati, ammalati, sindacalisti, legge 104 ecc.
Il mio amico Commissario Ultimo diceva a questi ragazzi che, solo per il fatto di trovarsi all’Ucciardone e recarsi ogni mattina in sezione, solo per quello avrebbero meritato almeno 50 euro al giorno in più come gratifica; e non scherzava, parlava sul serio il mio amico...

Cos’è diventato oggi l’Ucciardone? Un carcere decadente dove si è riusciti, nel tempo, perfino a distruggere la 9^ sezione, quella un tempo riservata ai mafiosi e dove gli stessi scontavano la pena in un clima di estrema severità – gestita da una squadra di agenti preparati e indomiti – tanto che i detenuti mafiosi spesso lamentandosi con il Comandante chiedevano: Ma chi ssemu n’ta na sezioni 41 bis? - Oggi la 9^ sezione, dove un tempo vi lavorò anche l’indimenticato Giuseppe Montalto, è una sezione detentiva come le altre. E’ un carcere che non potrà mai essere ripristinato con le prescrizioni dettate dall’Ordinamento Penitenziario, non si capisce pertanto l’ostinazione con la quale si sono portati avanti i lavori dell’8^ sezione. Il mio amico Commissario “Ultimo” dice con amarezza e con una lacrima che gli scende sul viso, che l’Ucciardone è un carcere da chiudere e da consegnare ai cittadini palermitani come monumento; che ne facciano un museo o un centro congressi poco ci importa. E’ un carcere che calpesta la dignità di detenuti e poliziotti penitenziari, la pena scontata all’Ucciardone è una pena doppia; lavorare all’Ucciardone per un poliziotto penitenziario oggi è una sofferenza sia per il carico di lavoro che per quella sensazione di sgradevole abbandono da parte del vertice del DAP, che li pervade quando, di sera montano da soli, in sezioni di 300 detenuti.