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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 29/10/2010  -  stampato il 08/12/2016


Le carceri italiane: si salvi chi puņ

La situazione nelle carceri italiane continua ad essere sempre più drammatica, per sovraffollamento e carenza di personale, ma anche per disorganizzazione gestionale. Questa situazione è ormai nota anche all’opinione pubblica, non solo agli addetti ai lavori, grazie alle continue denunce delle organizzazioni sindacali che hanno ormai assunto una dimensione ed una notorietà pubblica evidenti, attraverso la partecipazione alle varie trasmissioni televisive che si occupano della questione carceri e ai tanti interventi sulla carta stampante, nazionale e locale. Ormai la gente conosce i problemi del carcere. 

Anche la politica li conosce molto bene, sempre per le stesse ragioni; li conosce bene, ma se ne occupa poco. Sono tanti anni che la questione carceri è all’attenzione dei politici. E’ diventata un po’ come la questione meridionale, tutti ne parlano da più di cinquant’anni, ma nessuno se ne occupa seriamente. 
Il primo e più attuale riferimento alla questione carceri, dal punto di vista politico, è il disegno di legge Alfano riguardante le pene detentive brevi, di cui ci siamo già occupati lo scorso mese. 
Come già scritto, il disegno di legge è stato approvato in Commissione Giustizia alla Camera dei Deputati, in sede deliberante. Dopo essere approdato a Palazzo Madama, nella stessa commissione, il Partito Democratico non ha dato l’assenso alla sede legislativa, salvo poi accogliere la proposta del sottosegretario Caliendo e del Presidente Berselli di ritirare gli emendamenti presentati. 
Un comportamento inadeguato il primo, molto più responsabile il secondo. 
La stessa maggioranza aveva deciso di non presentare emendamenti, vista l’urgenza del provvedimento.
Siamo tutti d’accordo che il provvedimento è insufficiente per risolvere i gravi problemi delle carceri. Mentre mancano 6500 agenti della Polizia Penitenziaria, potremo assumerne solo 1800, ai quali si aggiungeranno quelli previsti per il turn over; non dovrebbero essere tantissimi i detenuti che andranno agli arresti domiciliari, viste le modifiche apportate al disegno di legge dopo le proteste della Lega Nord, ma nonostante ciò è indispensabile che il disegno di legge venga approvato al più presto, poiché, ormai, non siamo più in grado di garantire i servizi negli istituti penitenziari. 
Sarebbe quindi opportuno un atto responsabilità da parte di tutti i gruppi politici affinché anche al Senato si proceda in sede legislativa, in modo da ottenere l’approvazione del disegno di legge in tempi brevissimi. 
Qualche osservazione sul piano carceri. Sembra che ormai l’Amministrazione sia pronta per partire con le gare per l’aggiudicazione degli appalti, ma ci chiediamo con quali uomini verranno aperte queste nuove strutture. Sappiamo tutti che oggi, in Italia, ci sono circa 6000 posti detentivi disponibili, tra nuovi istituti e padiglioni detentivi ristrutturati o costruiti ex novo, ma inutilizzati proprio per carenza di personale. Basta citare Rieti, Ancona, Trento e tanti altri. Se il piano carceri verrà realizzato nei tempi previsti fra tre anni al massimo avremo altri 11 nuovi istituti penitenziari e 22 padiglioni nelle carceri già esistenti: un piano carceri sicuramente ridimensionato rispetto alla prima ipotesi, ma evidentemente importante per consistenza strutturale. Resta comunque il dilemma del personale di polizia ed amministrativo. Senza gli uomini non si possono aprire nuove strutture e nuovi padiglioni.
Alla dimensione politica, però, segue quella amministrativa. Continuiamo ad avere quattro regioni senza provveditori: Calabria, Puglia, Sardegna e Basilica, alle quali si aggiungerà il Lazio tra un mese. Queste regioni non hanno il massimo vertice che dovrebbe controllare, coordinare e dare impulso alle attività delle strutture dipendenti. Fermo restando tutte le osservazioni più o meno critiche che si possono fare sull’attività dei provveditorati e del loro vertice, resta comunque il fatto che tali osservazioni le possiamo fare fintanto che il vertice esiste. Quindi, farebbero bene i vertici del Dipartimento ed il ministro a mettersi d’accordo al più presto sui nomi da proporre in Consiglio dei ministri. In questi giorni ne sono circolati tanti, sembra che i vertici del Dipartimento abbiano presentato un lungo elenco di nomi, anziché concentrarsi su una cerchia più ristretta, in modo da agevolare anche il lavoro di chi deve decidere in via definitiva. Probabilmente chi ha presentato la lista non voleva inimicarsi nessuno degli interessati o dei raccomandati che dir si voglia, ovvero dei loro padrini politici. 
Spero che nessuno si sorprenda di questa mia franchezza, tanto è noto a tutti che la nomina a dirigente generale è strettamente politica e prescinde dai meriti acquisiti sul campo. Coloro che vinceranno questo terno al lotto, per posizione giuridica e, soprattutto, per trattamento economico, non è detto che saranno i più meritevoli. 
Comunque, al di là di tutto, è importante che si faccia presto, così come sarebbe importante un’inversione di tendenza sulla gestione dei vertici degli istituti penitenziari. Abbiamo circa 500 dirigenti penitenziari e, nonostante ciò, ci sono ancora istituti senza direttori. Abbiamo circa trecento commissari, tra poco arriveremo a circa quattrocento, ma in molti istituti continuano ad esserci gli ispettori al comando dei reparti; come dire, tra direttori e comandanti si salvi può; chi riesce a scappare per primo dal carcere è sempre il più intelligente, anche perché, poi, negli avanzamenti sono quasi sempre quelli che si collocano tra i primi posti in graduatoria. Anche qui bisognerebbe fare un po’ di chiarezza nella distribuzione degli incarichi. Chi non ha santi in paradiso non ha incarichi e, quindi, al momento della valutazione per l’avanzamento alla qualifica superiore si colloca negli ultimi posti in graduatoria.
Ecco perché penso che nello sfascio delle carceri ci siano tante responsabilità politiche, ma anche molte amministrative e gestionali.