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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 23/11/2010  -  stampato il 06/12/2016


Osservazioni sulla detenzione domicilare

L’attuale dibattito sulle soluzioni da adottare per tentare di uscire dalla grave situazione di sovraffollamento delle carceri sottovaluta il ruolo decisivo che può essere svolto dalla detenzione domiciliare ( art. 47 O. P.). La detenzione domiciliare consiste in una misura alternativa introdotta dal legislatore con legge 10 ottobre 1986, n. 663 nella prospettiva di favorire la risocializzazione del condannato; essa è stata riformata nel 1998 e con la legge n. 251 del 2005. 

 
Questa misura, sotto il profilo contenutistico, si sostanzia nell’espiazione della pena nella propria abitazione oppure in altro luogo di privata dimora ovvero in un luogo di cura ed assistenza; ai fini della legge, essa può essere applicata anche in una comunità terapeutica, poichè quest’ultima costituisce luogo di privata dimora. 
Alla luce delle diverse riforme intervenute in materia distinguiamo la detenzione domiciliare speciale, quella generica e quella anagrafica. 
In merito alla detenzione domiciliare speciale è necessario il requisito oggettivo rappresentato dalla quantità di pena comminata; il reo, cioè, deve essere stato condannato alla reclusione non superiore ai quattro anni. La legge, inoltre, ha specificato che tale limite massimo può consistere anche nella parte residuale di una maggiore pena in corso di esecuzione.
Altro requisito materiale, tuttavia, consiste nella esclusione di codesta misura allorquando il condannato sia stato affidato al servizio sociale; ciò poiché, nel quadro del fine rieducativi della pena, l’affidamento in  prova possiede una posizione di preminenza.
Tale misura può essere concessa solo alla donna incinta o alla madre di prole con età inferiore a dieci anni con lei convivente, al padre esercente la potestà genitoriale su prole di età inferiore a dieci anni, a persone in condizioni di salute particolarmente gravi, alle persone che abbiano compiuto 60 anni se inabili ed ai minori di anni ventuno per comprovate esigenze di studio, lavoro o famiglia. 
La detenzione domiciliare c.d. generica risulta essere, invece, quella che prescinde dai requisiti soggettivi (indicati in precedenza); essa può essere concessa a chiunque per l’espiazione di pena inflitta  in misura non superiore a due anni (l’art. 7 della legge n. 251 del 2005  ha, però, escluso l’applicabilità di tale misura ai recidivi reiterati).
Infine, la detenzione domiciliare anagrafica è quella contemplata per i condannati ultrasettantenni che non abbiano commesso reati di particolare allarme sociale.
L’ordinanza che concede la detenzione domiciliare può prevedere che il reo non abbia contatti con persone diverse da quelle che con lui convivono o che lo assistono; ciò può risolversi anche nel divieto di contatti telefonici o epistolari. Il provvedimento del Tribunale di sorveglianza, però, può anche consentire che il condannato si allontani dalla propria abitazione per esigenze assolutamente personali oppure per svolgere attività di tipo lavorativo.
La legge prevede inoltre che, allorquando il beneficiario si allontani illegittimamente dalla privata dimora, egli risponda del delitto di evasione (art. 385 c.p.) e che la denuncia per tale reato implica la sospensione della misura alternativa. 
Per quanto concerne la revoca, infine, va rilevato come  questa debba essere pronunciata nell’ipotesi di nuova condanna ed allorquando il comportamento del reo sia contrario alla legge o alle prescrizioni decise, oppure se  egli appare incompatibile con la prosecuzione della detenzione domiciliare.
Alla luce delle  considerazioni sopra esposte e dell’area di operatività della detenzione domiciliare, si può ritenere che specie la detenzione generica abbia delle potenzialità ancora non del tutto utilizzate nella prospettiva di diminuire il sovraffollamento delle carceri e procedere alla risocializzazione dei detenuti.
 
Prof. Pietro  Semeraro
Docente di Diritto Penale presso l’Università di Bergamo