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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 31/12/2010  -  stampato il 05/12/2016


Il dramma dei suicidi in carcere e l’umanità dei Baschi Azzurri

 

Il suicidio in carcere è sempre - oltre che una tragedia personale - una sconfitta per lo Stato.

Il Comitato nazionale per la bioetica ha recentemente sottolineato che il suicidio costituisce solo un aspetto di quella più ampia e complessa crisi di identità che il carcere determina, alterando i rapporti e le relazioni, disgregando le prospettive esistenziali, affievolendo progetti e speranze. 

La via più netta e radicale per eliminare tutti questi disagi sarebbe quella di un ripensamento complessivo della funzione della pena e, al suo interno, del ruolo del carcere, argomento rispetto al quale il primo Sindacato della Polizia Penitenziaria, il SAPPE, è da tempo impegnato nonostante la colpevole indifferenza di vasti settori della politica nazionale. 
E’ vero, aggiungono ancora gli orientamenti bioetici, che il suicidio è un atto di volontà frutto di una scelta individuale, a volte difficilmente comprensibile agli altri nelle sue motivazioni. Come tale va sempre guardato con cautela e rispetto. 
Ma il rispetto per il travaglio insondabile di chi decide il gesto estremo non solo non contrasta, ma, al contrario, spinge all’impegno collettivo per rimuovere tutte le condizioni capaci di favorire o far precipitare l’evento. 
Perciò, la prevenzione del suicidio rientra a pieno titolo nella difesa della salute e della vita, quale promozione di un ambiente che rispetti le persone e lasci aperta una prospettiva di speranza e un orizzonte di sviluppo della soggettività in un percorso di reintegrazione sociale. Nella situazione del carcere, la responsabilità sociale è particolarmente chiamata in causa per le caratteristiche di vulnerabilità bio psico sociale dei detenuti. 
I carcerati non rappresentano lo specchio della società di fuori. Sono più giovani, più poveri, meno integrati in termini sociali, economici, culturali. Sono più affetti da malattie fisiche e psichiche. 
Dunque, il carcere è un luogo di contraddizioni rispetto alla protezione della salute: contraddizione fra la domanda di sicurezza e il rispetto di fondamentali diritti umani. 
L’Osservatorio permanente sulle morti in carcere ha condotto una interessante ricerca proprio sulla triste realtà dei suicidi in cella dai quali emergerebbe che i regimi detentivi più duri causano un aumento del numero di suicidi mentre soltanto il 40% dei suicidi avvengono tra i detenuti comuni, che sono il 90% della popolazione carceraria. 
Dopo aver analizzato il rapporto tra frequenza dei suicidi e sovraffollamento delle carceri, l’Osservatorio ha approfondito lo studio ricercando le possibili relazioni tra il regime detentivo al quale un detenuto è sottoposto e la risoluzione dello stesso di togliersi la vita dei 64 suicidi compiuti nelle carceri italiane alla data del 18 dicembre 2010 (saliti purtroppo a 64 il giorno successivo, con la morte di un detenuto a Genova Pontedecimo), 26 hanno riguardato persone che si trovavano in reparti e in celle detentive comuni: il 90% circa della popolazione carceraria vive in queste sezioni e celle, con la possibilità di relazioni sociali, lavoro, studio, etc., più ampie rispetto al restante 10% dei detenuti. Il 60% dei suicidi è avvenuto, non casualmente sottolinea l’Osservatorio, nei reparti e nelle celle di coloro che hanno minori possibilità di trascorrere la pena costruttivamente, o almeno con la prospettiva di dare un senso alle proprie giornate. 
Al regime di 41-bis sono sottoposte poco meno di 700 persone (l’1% della popolazione detenuta), ma contribuisce per quasi il 4% al bilancio dei suicidi; in altre parole chi è al carcere duro ha una probabilità 4 volte maggiore di morire suicida rispetto ai detenuti comuni. Anche esaminando periodi di tempo più lunghi, l’Osservatorio sostiene che il risultato è il medesimo: nel quinquennio 2004- 2008 i suicidi di detenuti in 41-bis sono stati il 4,86% del totale. 
Quest’anno i suicidi in cella di isolamento sono stati 10 (2 nelle cosiddette celle lisce, cioè prive di qualsiasi mobile o suppellettile, che vengono utilizzate proprio per cercare di impedire ai detenuti di uccidersi). 
In termini percentuali sono il 16% del totale, dato un po’ inferiore rispetto agli anni 2004- 2008, quando fu del 26%. Altre situazioni di disagio marcato si evidenziano nei reparti per collaboratori (5 suicidi) e nelle infermerie (5 suicidi), dove spesso vengono spostati i detenuti che hanno ripetutamente messo in atto comportamento autolesionistici o tentati suicidi. 
Anche i reparti protetti, o precauzionali, fanno registrare un elevato numero di suicidi: 4, pari al 7% del totale. 
L’Osservatorio ha rimarcato anche i 3 suicidi avvenuti nel “reparto internati” del carcere di Sulmona, la cosiddetta Casa di Lavoro, dove sono rinchiuse persone che hanno scontato per intero la pena ma restano in carcere in quanto sottoposte ad una misura di sicurezza detentiva: internati a tempo indeterminato, finché un’apposita commissione ritiene che non siano più pericolosi per la società. 
Questa condizione, che l’Osservatorio definisce ergastolo bianco, è particolarmente alienante, ed ha determinato il 5% di tutti i suicidi, in un gruppo di sole 200 persone, pari allo 0,25% della popolazione detenuta. 
Un’analisi approfondita che mette in evidenza la drammaticità del fenomeno, questa dell’Osservatorio permanente sulle morti in carcere. 
Qualche considerazione desidero esprimerla in relazione a come, sugli organi di informazione, viene spesso trattato il tema delle morti in carcere, ed in particolare mi riferisco all’ultimo suicidio in carcere, quello avvenuto a Pontedecimo. Abbiamo tutti, e l’ho personalmente, il massimo rispetto per il dolore dei familiari del detenuto M.F., 24 anni, morto suicida nel carcere genovese di Pontedecimo. Siamo certi che l’autopsia chiarirà qualsiasi dubbio al riguardo e, con altrettanta certezza, confidiamo che Magistratura svolga con la consueta serenità e autorevolezza i pertinenti accertamenti. Leggendo però alcune ricostruzioni giornalistiche, sembra quasi che il ragazzo in carcere ci fosse finito per sbaglio, e ci fosse rimasto per l’ostinazione vendicativa di uno Stato che non ha voluto tener conto delle sue condizioni di salute psichica; condizioni, come si dice in questi casi, «incompatibili con la detenzione». Si rischia così, ancora una volta, di perdere di vista la realtà dei fatti e il senso dell’equilibrio, fornendo all’opinione pubblica un’immagine dell’Istituzione penitenziaria e in particolare degli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria non rispondente alla realtà. A Genova Pontedecimo, come nelle oltre 200 carceri italiane, le donne e gli uomini della Polizia penitenziaria lavorano ogni giorno con professionalità, zelo, pieno rispetto delle leggi, umanità ed abnegazione. 
Il carcere è un ambiente in cui vigono le leggi dello Stato, non anarchia criminale o libertà di uccidere in cui può accadere di tutto e di più. Il solo pensarlo è offensivo e inaccettabile, per tutti gli operatori penitenziari ma soprattutto per chi lavora 24 ore al giorno nella prima linea delle sezioni detentive, e cioè i Baschi Azzurri della Penitenziaria. 
Siamo proprio noi i primi a chiedere che il carcere sia una casa di vetro, trasparente, aperta per quanto possibile alla comunità esterna, perché non abbiamo nulla da nascondere. 
Pontedecimo è un carcere sovraffollato, con buona pace di chi ha sostenuto il contrario alla stampa sapendo di non dire la verità, perché i posti letto regolamentari accertati dall’Amministrazione penitenziaria sono 96 (43 per donne e 53 per uomini) ed i detenuti presenti sono invece 177 (96 uomini e 81 donne, con una percentuale del 55% di stranieri).  
 
I poliziotti e le poliziotte penitenziarie di Pontedecimo, che dovrebbe essere 167 ed in forza sono invece 115 (52 in meno), nel solo 2009 sono intervenuti tempestivamente a Pontedecimo salvando la vita a  9 detenuti che hanno tentato di suicidarsi ed impedendo che i 57 atti di autolesionismo posti in essere da altrettanti ristretti potessero degenerare ed ulteriori avere gravi conseguenze. 
E spesso questi nobili gesti delle donne e degli uomini della Polizia penitenziaria, che quotidianamente lavorano con grande professionalità nelle carceri genovesi, liguri e nazionali, non hanno il risalto mediatico che invece meriterebbero. 
Sono dunque certo che i colleghi della Polizia penitenziaria del carcere genovese di Pontedecimo attenderanno con serenità gli esiti dell’inchiesta della Magistratura su una presunta istigazione al suicidio di M.F. . 
Perché il nostro è un lavoro duro e difficile ma svolto ogni giorno nel pieno rispetto delle leggi e dei regolamenti con passione, competenza, professionalità ed umanità.