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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 01/02/2011  -  stampato il 03/12/2016


L’INVIDIOSO MUORE TANTE VOLTE QUANTO L’INVIDIATO OTTIENE IL PLAUSO DELLA GENTE.

 

Il migliore fra gli uomini è quello che arrossisce quando lo lodi e rimane in silenzio quando lo offendi.
L’uomo non è niente altro che quello che decide di essere, esiste solo nella misura in cui si realizza e non è niente altro che l’insieme dei suoi atti e l’opera del suo vissuto.
Tuttavia, qualche volta incontriamo individui che sfuggono a questo ragionamento, uomini che sono sopraffatti dai sentimenti dell’invidia e della superbia.
Sociologicamente l’invidia è considerata un aspetto negativo, un vizio, che consciamente o inconsciamente mina la personalità, dimostrando l’immaturità dell’individuo preda della superbia e della menzogna.
L’invidia può avere radici molto profonde nella personalità di un soggetto. Può essere causata da una mancanza di affetto, o da un’eccessiva competitività, o anche da desideri che sono frustrati.
Essendo le cause così rilevanti, spesso è difficile per un soggetto riuscire a risolvere il proprio problema.
Alla base dell’invidia c’è, quasi sempre, la disistima e l’incapacità di vedere le cose e gli altri prescindendo da sé stessi: in questo senso, si può affermare che l’invidioso è generalmente frustrato, ossessivo, manipolatore, con pochi scrupoli e sicuramente ipocrita.
L’invidioso assume spesso atteggiamenti e comportamenti ben precisi e riconoscibili. Tra i più tipici comportamenti dell’invidioso c’è il disprezzo dell’oggetto invidiato, una celebre e proverbiale rappresentazione di questo atteggiamento è la favola di Esopo La volpe e l’uva.
L’invidioso può rivolgere la propria invidia non solo verso oggetti materiali, ma anche verso presunte doti possedute dall’invidiato, per esempio, una particolare avvenenza, intelligenza o capacità, uno spiccato fascino, un ruolo sociale o istituzionale e, soprattutto, il successo.
In questi casi, l’invidioso reagisce tentando di disprezzare o di sminuire l’invidiato o quanto dall’invidiato rappresentato, perché ai suoi occhi questo è colpevole di evidenziare ciò che l’invidioso non ha. In un certo senso, è come se si sentisse sminuito dall’esistenza dell’invidiato e in qualche modo, danneggiato da questo.
Questo sentimento  è sempre stato condannato dalla società, tanto che l’invidia è considerata, dal punto di vista morale, un vizio. L’invidioso infatti ha il vizio di svalutare le persone che percepisce come migliori di sé e spesso non si limita al pensiero o alle fantasie di tipo aggressivo e distruttivo, ma cerca di danneggiare oggettivamente l’invidiato, ostacolandolo in ogni suo progetto o iniziativa.
Egli infatti è colpevole, agli occhi dell’invidioso, di essere apprezzato e stimato dalla società più del dovuto, e comunque più di quello che l’invidioso desidererebbe, anche in confronto a sé stesso.
La consapevolezza che il soggetto odiato a causa dell’invidia non nutra alcun sentimento negativo nei confronti dell’invidioso non migliora in quest’ultimo il rancore e l’ostilità provata.
Quasi nessuno ammette di essere invidioso.
Pochissime persone ne parlano apertamente, perché svelare questo sentimento è come rivelare al mondo la parte più meschina e vulnerabile di sé stessi.
Esistono due tipi di invidia : quella buona e quella cattiva. L’invidia buona rappresenta comunque un sentimento doloroso che si prova nel vedere qualcun altro riuscire laddove vorremmo noi, ma in questo caso non si provano sentimenti negativi come odio e rancore per l’invidiato e non si cerca di ostacolarlo, o di togliergli ciò che possiede.
L’invidia, in un certo qual modo, corrisponde all’emulazione ed è accompagnata da un desiderio profondo di arrivare allo stesso livello dell’altro.
L’invidia positiva è dunque uno stimolo, una motivazione verso il miglioramento, che consente di  colmare le proprie lacune, spesso con la ricerca di medaglie e di trofei vari da ostentare a un pubblico che ne ignora la valenza, ma che servono a farci sentire personalità, degna del ruolo che ricopre l’invidiato.
L’invidioso pensa così di valorizzare i propri punti di forza, anche se incoscientemente, non sapendo che trae in inganno solo se stesso, o chi gli sta intorno in quanto succube per ragioni d’interesse.
Quindi l’invidioso si adopera per cercare di somigliare sempre di più al modello vincente rappresentato dall’altro, che lui sente come antagonista, giungendo allo scadimento in un comportamento anale, pari all’imbecillità più assurda.
                                                                                                                                              
Ed è così che l’invidioso non muore mai una volta sola, ma tante volte quanto l’invidiato vive salutato dal plauso della gente.
 
 

Cesare Cantelli