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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 07/02/2011  -  stampato il 02/12/2016


Serve lo sport alla Polizia Penitenziaria?

Potevo raccontare dell’ennesima impresa di Carolina Kostner anche questo mese, avrei potuto fare un paginone intero dedicato alla scherma, al nuoto, all’atletica, al judo o al pentathlon delle Fiamme Azzurre, oppure potevo scrivere di Astrea, raccontarvi dei nuovi acquisti, delle prospettive dei gruppi sportivi, delle iniziative e delle manifestazioni a cui prenderanno parte nel futuro più  prossimo i vari agonisti del Corpo, ma in questo spazio di gennaio non troverete invece né classifiche né foto di atleti con i loro risultati. 
 
Niente di tutto ciò. 
 
Solo una riflessione che si impone riguardo al senso stesso di mantenere uno spazio come questo per raccontare tutte le vicende che ruotano intorno al pianeta sport della Polizia Penitenziaria.
Innanzitutto serve lo sport alla Polizia Penitenziaria? 
 
Serve parlare e scrivere dei ragazzi che gareggiando rappresentano i colori ed il nome del Corpo pur se nascosto dalle due denominazioni Astrea e Fiamme Azzurre?
 
Pareri divisi tra gli appartenenti su questo.
A ciascuno il suo pensiero, lungi da chi scrive persuadere qualcuno che lo sport è bello e utile in un momento storico dove sovraffollamento delle carceri e mancanza di personale fanno pensare, ad una parte di chi svolge quotidianamente il suo lavoro in sezione, che alla Polizia Penitenziaria più che un gruppo di atleti servirebbe l’equivalente numerico di una squadra olimpica di nuove forze; che una medaglia ai prossimi mondiali o i play off  agguantati dalla squadra di calcio sono praticamente inutili a rallegrare un sistema che vive, in ogni minuto di servizio dei baschi azzurri, in mezzo a delle criticità spaventose. 
 
Però, a beneficio di tutti coloro che esprimono malumori e quasi considerano una perdita di tempo anche il solo parlare di sport nell’Amministrazione Penitenziaria (figuriamoci scriverne), sgomberare il campo da qualche luogo comune legato al fatto che, a buon diritto, un settore agonistico anche da noi esiste (come in tutte le altre quattro Forze di Polizia dello Stato ed in tutti i Corpi militari nazionali peraltro, ed è una realtà importante) forse può essere utile. Innanzitutto dov’è previsto che da noi si svolga dell’attività sportiva?
 
E’ presto detto. Lo prevede la legge n 395 del 1990 istitutiva del Corpo di Polizia Penitenziaria che all’art. 3 recita: “Il Corpo di Polizia Penitenziaria può svolgere attività sportiva e può inoltre costituire una propria banda musicale”.
A cosa serve un gruppo sportivo in una Forza di Polizia o in un Corpo militare? 
 
E’ utile a veicolarne l’immagine. Così come avviene in tutte le occasioni nelle quali gli uomini e le donne in divisa possono incontrare la gente comune, parlare di sé, delle loro specializzazioni, dimostrarle magari (si pensi alle applaudite esibizioni del nostro gruppo cinofili, a quanto sia attrattiva per i più piccoli la possibilità di salire e farsi fotografare sulla moto di un collega quando la Polizia Penitenziaria capita nello stand di un evento o in qualche piazza), allo stesso modo lo sport ci porta al di fuori dei confini di una sezione, di un provveditorato, di una scuola di formazione e ci fa conoscere e apprezzare anche da chi non è direttamente collegato ad un ospite delle patrie galere (e che magari non sempre ci apprezza quando proprio non ci taccia di scarsa professionalità o peggio). 
 
Il problema sollevato da molti sul fatto che da parte degli atleti si dica poco o non si dica per niente che sono agenti, ispettori o sovrintendenti della Polizia Penitenziaria  è reale solo in parte perchè nella maggioranza dei casi non è colpa dell’atleta che non ammette di far parte dei baschi azzurri, ma, ad esempio, dei giornali che riportano le cronache sportive dicendo Fiamme Azzurre e non specificando di quale corpo siano un’emanazione sebbene l’atleta il più delle volte lo dica di far parte della Polizia Penitenziaria. 
 
Polizia Penitenziaria che quando invece viene citata dal giornalista che vuole essere più preciso diventa, nella migliore delle ipotesi, il corpo degli agenti di custodia, delle guardie carcerarie o peggio dei secondini, con il solo Sappe molto spesso a condurre quella importante crociata volta a correggere chi ci definisce con un nome che non ci è proprio e che  infastidisce parecchio l’ascolto o la lettura.  
Inoltre non tutti sanno che, sotto l’attuale gestione delle Fiamme Azzurre e dell’Astrea se qualcuno in maniera scientifica ha omesso di citare o ringraziare l’Amministrazione, che è dietro alla possibilità di ogni agonista di  fare lo sportivo di mestiere, è stato sempre richiamato con forza a ricordarsi chi è e da dove viene.  
 
Ancora, per conoscenza, è bene sapere che oltre a citarla per motivi di opportunità e di appartenenza, anche non costretti insomma, molti dei ragazzi dei  nostri gruppi sportivi sono sinceramente orgogliosi di essere parte della Polizia Penitenziaria, che hanno scelto la Polizia Penitenziaria potendo anche pensare di andare altrove e che non sono estranei  all’eroismo di coloro che quotidianamente si spendono e si consumano nel lavoro in sezione per ciò che è considerato il servizio d’istituto per eccellenza della Polizia Penitenziaria.
 
Qualche esempio per coloro che pensano che gli atleti delle Fiamme Azzurre sono solo quelli che fanno carriera a suon di medaglie.
 
Laura Gibilisco: (Gs Fiamme Azzurre settore lanci). 
«In prospettiva futura, pur sperando di poter restare in ambito sportivo, essendo particolarmente amante della divisa, non esclude che potrebbe anche lavorare operando nell’espletamento del servizio d’istituto della Polizia Penitenziaria, a contatto con l’umanità dolente del carcere. Laura è insomma un ottimo esempio di come lo sport in persone concrete e realiste non faccia  perdere di vista l’importanza di essere innanzitutto parte integrante della Polizia Penitenziaria, tramite la sua grande famiglia di essere atleti, ma di potervi far affidamento anche nel futuro a quella grande famiglia, ritornando magari dopo la parentesi agonistica a vestirne la divisa, per un lavoro che in maniera più caratterizzante ne ricordi l’impegno quotidiano al servizio del Paese».
 
Ilaria Bianchi:  (Gs Fiamme Azzurre settore nuoto) mi racconta la sua filosofia di vita:  
«C’è un solo tipo di successo, quello di fare della propria vita ciò che si desidera. In  prospettiva futura  Ilaria vorrebbe tentare di inseguire la carriera in Polizia Penitenziaria».
Martina Rosati e Sergio Fattorello (settore atletica e tiro a volo del Gs Fiamme Azzurre), data la laurea in giurisprudenza  vorrebbero far carriera nell’ambito della Polizia Penitenziaria...
 
Lorenza Canali: (Gs Fiamme Azzurre settore atletica) 
«Lorenza in futuro si vede impegnata in prima linea nella collaborazione con la Polizia Penitenziaria in quel delicato ed importante processo che riguarda il trattamento e la rieducazione dei detenuti. Studiando attualmente scienze dell’educazione, Lorenza potrebbe diventare uno degli educatori che giornalmente contribuiscono a far si che i detenuti lascino il periodo di detenzione come persone migliori. Oltre a questo crediamo che intanto saprà ancora a lungo far bene sui campi di atletica. Una ragazza completa in ogni senso: da applausi a scena aperta».
 
Valeria Roffino: (Gs Fiamme azzurre settore atletica) 
«Essendo specializzanda in Servizio Sociale, vorrebbe, in prospettiva futura, dopo l’agonismo di una carriera che le auguriamo lunghissima,  poter essere utile all’Amministrazione Penitenziaria come assistente o operatrice  sociale».
 
Sono solo  pochi contributi che spero siano indicativi del fatto che chi fa sport non si dimentica  necessariamente dei colleghi che sono impegnati in sezione o si sente immune da tanti spiacevoli servizi pesando che non gli tocchino mai nella vita, come qualcuno sottolinea.
 
Basta dire che quelli dei gruppi sportivi sono parte di una élite dimentica della sua provenienza e del compito gravoso di altri colleghi impegnati in prima linea in funzioni a contatto col pianeta carcere. 
Basta pensare o scrivere che coloro i quali non fanno risultati vanno immediatamente  impiegati in sezione, quasi fossero dei perdigiorno e braccia sottratte al servizio. 
Lo sport è sacrificio, fatica, impegno e disciplina costanti per far si che la macchina-corpo sia performante al massimo e possa eccellere.
Chi nasce come atleta dei gruppi sportivi della Polizia Penitenziaria, è un elemento specializzato in uno sport che potrebbe praticare in qualunque altro gruppo, come accennavo sopra, che sceglie di stare nel nostro perchè ci crede e nelle manifestazioni sportive ufficiali difende uno scudetto con su scritto Polizia  Penitenziaria gruppi sportivi.
 
Non ho mai sentito colleghi degli altri Corpi militari e di Polizia  lamentarsi dei propri atleti pur soffrendo spesso le stesse critiche situazioni operative che si respirano anche da noi.
In Polizia Penitenziaria che succede invece? Si dice di atleti delle Fiamme Azzurre o calciatori dell’Astrea che dovrebbero andare a fare servizio, si pensa che i gruppi sportivi siano un gruppo di raccomandati che lavorano a beneficio di se stessi anziché al servizio del nostro Corpo.
 
Giudizi tristi questi, esperiti tra appartenenti  ad una stessa famiglia lavorativa, pressoché unici rispetto a quelli riscontrabili altrove, che raccontano di una disunità che non ci fa onore..
Che terribile modo di rappresentarci, che brutta abitudine il non valorizzare ciò che di buono esiste nella Polizia Penitenziaria  anche nel suo settore sportivo. 
La Polizia Penitenziaria vale  molto, lo sappiamo: oltre a fare bene il suo servizio d’istituto, tra le varie specializzazioni, è  però anche fatta di atleti che la distinguono e la collocano al vertice delle discipline praticate sotto l’egida del Coni.
 
Se la memoria non mi inganna, due anni fa, durante la sfilata del 2 giugno ai Fori Imperiali per la festa della Repubblica, quando i nostri colleghi in marcia venivano finalmente annunciati sotto l’occhio delle telecamere in diretta tv, il commentatore disse: «Entra ora il reparto della Polizia Penitenziaria». 
Tra le altre cose: «Polizia Penitenziaria che ha un importantissimo gruppo sportivo: le Fiamme Azzurre». 
Erano passati poco prima Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza, Marina, Aeronautica ed Esercito, ma di nessuno di questi nessuno ha accennato i  successi sportivi o l’esistenza di un gruppo sportivo di valore.
L’Astrea e le Fiamme Azzurre sono un esempio cui guardare per molti settori sportivi nazionali, ma noi non siamo mai profeti in patria e questo è il primo peccato capitale che commettiamo quando anziché pensare a valorizzare il buono che siamo ci facciamo prendere dalla sindrome di Calimero: di colui che si sente cioè sempre piccolo e nero. 
 
Ed  è spesso per questo che forse, non credendoci per primi di essere monete di valore, i rappresentanti degli altri corpi o l’opinione pubblica ci svalutano considerandoci come da par nostro ci vediamo.