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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 07/02/2011  -  stampato il 04/12/2016


Polizia Penitenziaria Area sicurezza e Comandanti di Reparto

Quando si parla di carcere, volenti o nolenti, si finisce sempre per parlare di detenuti, di ristretti, di misure alternative alla detenzione, di indulto, di amnistia, di edilizia penitenziaria, di spazi detentivi, di trattamento, oscurando  completamente il Corpo di Polizia Penitenziaria, di cui se ne parla unicamente in  caso di eventi negativi, dimenticando le difficilissime condizioni di lavoro in cui questo opera e che, di sovente, rappresentano le vere cause di tali eventi.   
Infatti, non vi è chi non veda come tale Forza di Polizia ogni giorno si trovi a svolgere la propria professione in un ambiente, quello carcerario, connotato da sofferenza, disagio, disadattamento e sovraffollamento, la cui contiguità con il delinquente e più in generale con la devianza produce effetti spesso usuranti e determina, in definitiva, una privazione indotta della propria vita personale, quasi in una sorta di indesiderato processo di osmosi, tanto da poter affermare che più di una professione trattasi, per certi aspetti, di una vera e propria missione anche e soprattutto alla luce della endemica  ed anemica carenza di personale.
Attualmente, infatti, la provvista organica a disposizione dei vari Istituti penitenziari risulta essere a dir poco inconsistente, a fronte delle piante organiche formalmente ed originariamente previste. Dotazione organica che non fa altro che depauperarsi gradualmente e progressivamente: una emorragia che sembra non volersi arrestare.
Tale dato assume una connotazione ancora più allarmante nel periodo estivo poiché, a fronte del piano ferie, le unità a disposizione diminuiscono ulteriormente oltre ogni accettabile livello minimo di sicurezza.
Ne consegue che la dotazione organica effettiva in forza, se di forza può parlarsi, negli Istituti penitenziari, a cui vanno ovviamente riconosciuti tutti i diritti dei lavoratori previsti dai vincoli normativi, sia a livello centrale, che a livello di contrattazione decentrata,  risulta quanto mai inadeguata rispetto alle esigenze di servizio, con l’effetto di dover affidare la vigilanza custodiale di decine e decine di detenuti ad una sola unità del Corpo.
Si pensi, a tal proposito, che nel periodo estivo il personale del Corpo si trova ad usufruire, nella maggioranza dei casi, solo del periodo minimo sindacale di ferie, diversamente non sarebbe possibile garantire la vita intramuraria, a discapito di ogni livello minimo di sicurezza, con la conseguenza, però, che il personale è costretto a sopportare carichi di lavoro estenuanti e a dir poco usuranti al limite della dignità umana, saltando, talvolta, anche i pasti, con l’inevitabile abbassamento degli standard di vigilanza.
Da qui la necessità di far ricorso, senza considerare le malattie giornaliere emergenti e contingenti, ogni giorno provvisoriamente all’accorpamento se non quando alla soppressione, in ordine di priorità decrescente, di alcuni posti di servizio per una frazione di turno, per l’intero turno, per più turni nella stessa giornata o per più giornate, con le inevitabili ricadute che ciò produce sull’ordine, sulla sicurezza dell’Istituto,  sulla salvaguardia dell’incolumità dei ristretti,  sullo stato psico-fisico del personale e sulle responsabilità che i Comandanti ed i Direttori sono costretti, ogni giorno, ad assumersi per garantire la regolare vita delle strutture penitenziarie.
E’ di tutta evidenza, che l’accorpamento di posti di servizio o la loro soppressione, crea delle falle, in cui possono finire per annidarsi eventi pericolosi o peggio ancora infausti. Ma è altrettanto evidente che in presenza di una significativa e afflittiva carenza di personale, l’operazione di accorpamento se non quando di soppressione di cui sopra (per quanto oculata, mirata o concertata possa essere),  si rende indispensabile, pena la paralisi degli stessi Istituti.
D’altra parte, non si può pensare di gravare ulteriormente il personale, annullando  i diritti sindacali dello stesso, che certamente non possiede ancora il dono dell’ubiquità, così come i Comandanti e i Direttori non hanno ancora sviluppato la capacità di clonare le poche unità a loro disposizione.      
Tra gli effetti maggiormente pregiudizievoli della carenza di personale, forse, vi è quello di precludere, a volte, l’onerosa misura custodiale della sorveglianza a vista, quale regime di vigilanza intensificata e diversificata, tanto da dover essere surrogata dalla meno incisiva misura della grande sorveglianza,  con tutte le responsabilità che ne derivano per i Comandanti ed i Direttori, responsabilità che verrebbero meno qualora gli Uffici Superiori si adoperassero prontamente per trasferire i predetti ristretti presso le idonee strutture: ma così non è quasi mai. 
Va, inoltre, evidenziato come nel corso degli anni la mole di lavoro dei Nuclei Traduzioni e Piantonamenti è notevolmente aumentata, tanto che la primitiva aliquota di personale a questi assegnata non è più sufficiente a garantire le ingenti traduzioni, per non parlare dei piantonamenti. Infatti, quasi tutti i giorni gli stessi sono costretti ad attingere personale all’interno degli Istituti, aggravando ancor di più la sofferenza organica di questi ultimi.
Si evidenzia, altresì, che risulta quotidianamente quasi impossibile ai Comandanti assicurare il servizio di vigilanza armata e in quei rari casi in cui si riesce a predisporre il presidio armato, questo si risolve in una unità virtuale, in quanto, di norma, sono costretti a dirottarla presso altri posti di servizio, al fine di compensare le assenze contingenti ed emergenti, a nulla rilevando il servizio di pattuglia eventualmente previsto: così l’assenza delle sentinelle ormai ha assunto un carattere fisiologico e non più patologico. La domanda allora nasce spontanea: avete mai visto una oreficeria senza sistema di allarme o di videovigilanza? 
L’assenza della vigilanza armata risulta essere ancor più grave laddove si consideri che, per molti Istituti, gli impianti di antiscavalcamento e di antintrusione, quando esistono, sono fuori uso, e non surrogati, quasi mai, da impianti di videosorveglianza che coprano l’intero periplo penitenziario, eppure i Comandanti non mancano di segnalare tempestivamente e reiteratamente agli Uffici Superiori tali disfunzioni, la cui indifferenza sorprende alquanto, soprattutto alla luce del fatto che molti Istituti vedono la presenza di detenuti appartenenti ad ogni tipologia detentiva, tra cui spiccano coloro  sottoposti al regime del 41 bis, il cui rilevante spessore criminale e delinquenziale è di tutta evidenza, oltre al fatto che vari Istituti insistono su aree poste in aperta campagna, con recinzioni perimetrali esterne alquanto basse, per cui facilmente scavalcabili da malintenzionati o peggio ancora dai ristretti. 
Ad aggravare pesantemente lo stato delle cose vi è il cronico  sovraffollamento, i cui attuali livelli, mai raggiunti prima,  hanno spinto il Ministro della Giustizia a proclamare lo stato di emergenza, a cui, a tutt’oggi, non è seguito nessun risolutivo intervento, a parte quelli dal sapore vagamente demagogico.  
Tra gli effetti del sovraffollamento vi è quello, tra l’altro, della saturazione dei Reparti isolamento, con la conseguenza che i Comandanti si trovano, spesso, nella problematica situazione di non sapere dove allocare i detenuti che necessitino, a vario titolo anche contingente, di tale tipo di regime penitenziario.
In particolare, nelle varie strutture penitenziarie, i reparti isolamento, in cui dovrebbero essere allocati esclusivamente i detenuti da separare dalla restante popolazione detenuta per motivi sanitari, giudiziari o disciplinari sono andati, a causa, appunto, del crescente sovraffollamento, a perdere tale connotazione, con forti accenti di promiscuità, con la conseguenza di dover applicare, contestualmente, molteplici e differenti regimi penitenziari, aggravando ancor di più il lavoro del personale.
A ciò si è andato ad aggiungere, per varie ragioni, l’aumento esponenziale di quei detenuti  che necessitano, per motivi oggettivi e soggettivi, di essere allocati nelle sezioni c.d. protette, le quali, in ragione di ciò, non riescono più ad assorbire tale tipologia di ristretti. 
Da qui la necessità di richiedere frequenti sfollamenti le cui destinazioni fuori regioni impegnano, non poco, il nucleo traduzioni e di riflesso gli Istituti.      
Alla stregua di quanto sopra, un ruolo di primissimo ordine va attribuito, quindi, al Corpo di Polizia Penitenziaria, il cui prezioso contributo alle Istituzioni, spicca per la dedizione, l’abnegazione, la serietà, il silenzio operoso nell’adempimento dei doveri istituzionali, chiamato, in un prossimo futuro, ad occupare spazi sempre più rilevanti nell’ambito dell’attività extra moenia, come avviene già, oggi, con il servizio di traduzioni e piantonamento.
Invero, la Polizia penitenziaria, a differenza delle altre Forze dell’Ordine, che hanno a che fare con il delinquente e più in generale con  il deviante, solo per alcuni momenti normativamente prefissati, vive a stretto contatto con il detenuto per tutta la durata della espiazione della pena. Proprio la presa in carico, in un primo momento del detenuto e poi  dell’uomo, rende peculiare tale Forza di polizia, a cui spetta, nei limiti delle risorse a disposizione, la salvaguardia e la rieducazione di ciò che la società troppo spesso ripudia, rinnega e relega ai suoi margini.
In questo percorso detentivo/rieducativo la Polizia penitenziaria assume un ruolo di assoluta protagonista, sia nel cogliere quei segnali di  disagio che possono preludere a gesti auto-etero lesionistici e finanche autosoppressivi, sia nell’attivare rapidamente gli interventi del caso. Un Corpo di Polizia che faticosamente ha saputo affrancarsi dai detenuti e affacciarsi alla società con tutto il suo potenziale di professionalità, in cui la coercizione ha lasciato il posto, con il tempo, alla persuasione e alla interazione tra le diverse aree che compongono amministrativamente l’Istituto. 
Un Corpo di Polizia che riflette nella diarchia tra il Direttore ed il Comandante di Reparto tutta la sua singolarità e problematicità, giacché, all’interno della cornice gerarchica, possono inserirsi elementi e momenti di frizione se non quando di opposizione, tali da rendere la gestione del carcere assai difficile: sul punto occorrerebbe  ripensare il rapporto di subordinazione in termini funzionali e non più gerarchici.
Sulla base di queste considerazioni il pianeta carcere meriterebbe la dovuta attenzione da parte di tutti gli attori sociali, e non certo le sporadiche e quanto mai propagandistiche visite dei politici, in special modo nel periodo estivo.
Parimenti, l’Autorità Giudiziaria, dovrebbe rifuggire dalla logica del capro espiatorio, dal momento che un moderno diritto penale dovrebbe ripudiare responsabilità connesse a posizioni apicali, unicamente formali, e poco sostanziali, non corredate da quel sostanziale corredo di poteri, di uomini e di mezzi che una struttura penitenziaria dovrebbe immancabilmente avere, non fosse altro perché custodisce uomini.       
Dall’altro canto le responsabilità di certi eventi critici andrebbero ricercate nei livelli superiori di gestione: se un detenuto evade o tenta di evadere perché il sistema di antiscavalcamento non funziona, non dovrebbero rispondere, forse, gli Uffici Superiori che sono rimasti sordi alle molteplici segnalazioni in tal senso effettuate dal Comandante e dal Direttore, o che al più hanno risposto di non poter intervenire per mancanza di risorse economiche?
Sarà..ma allora, come si spiega che in caso di tentata o consumata evasione, si provvede immediatamente al ripristino del sistema antiscavalcamento e si dispongono inchieste rigorose che non hanno altro effetto se non quello di ricercare approssimative e frettolose responsabilità? Si preferisce vedere il dito piuttosto che la Luna.
Ritengo, pertanto, che l’istituzione della Direzione Generale del Corpo di Polizia Penitenziaria sia quanto mai improrogabile ed indispensabile, anche in considerazione del fatto che non si può continuare ad affidare la gestione del pianeta carcere a Dirigenti Generali, la cui matrice giudiziaria, li pone fuori dal contesto e li legata ciecamente al testo. 
 
Luca Pasqualoni
Commissario di Polizia Penitenziaria
Delegato Nazionale Sappe