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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 05/10/2009  -  stampato il 05/12/2016


Vince chi convince..

 

Vince
chi convince
 
l presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini ha deciso di querelare il Giornale e il suo
direttore per le affermazioni che lo stesso direttore aveva fatto qualche giorno addietro. Ricordiamo che Vittorio Feltri aveva scritto sul suo giornale un fondo attraverso il quale invitava il presidente
Fini a fare attenzione alle cose che diceva, perché esisterebbe un dossier sexy su Alleanza Nazionale o che, comunque, riguarderebbe personaggi dello stesso ex partito.
Quando Gianfranco Fini e il suo legale, l’avvocato e presidente della commissione giustizia Giulia Bongiorno hanno annunciato che stavano valutando se intraprendere azione legale contro Feltri e
il suo giornale, lo stesso direttore aveva vergato un altro fondo durissimo contro l’ex leader di AN, dal titolo «Ultima chiamata per Fini: o cambia rotta o lascia il PDL» nel quale ammoniva il presidente della Camera a stare molto attento a «delegare ai magistrati» il compito di fare giustizia, perché «oggi tocca al premier, domani potrebbe toccare al presidente della Camera. E’ sufficiente,
per dire, ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse riguardanti personaggi di AN per
montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme».
 
Il commento dell’entourage di Fini è stato il seguente: «E’ un attacco mafioso, inaudito e gravissimo».
A tale dichiarazione è seguita un’iniziativa concreta a difesa del presidente della Camera: tutti i parlamentari dell’ex partito di Fini hanno firmato un documento a sostegno del loro ex leader, anche se inizialmente non tutti avevano condiviso la lettera preparata da Italo Bocchino.
 
Si tratta di una vicenda che non è passata e non passerà inosservata, vista l’importanza dei personaggi coinvolti, così come non sono passate inosservate le dichiarazioni di Fini su questioni politiche ed etico sociali che negli ultimi tempi lo hanno allontanato molto dalle posizioni di altri esponenti del PDL. Ma un conto è dividersi sulle idee, altra cosa è suicidarsi con l’uso di veleni che nulla hanno a che vedere con la politica; veleni che stanno coinvolgendo tutti gli schieramenti e tutti
i partiti politici, a cominciare dalla storia delle veline, delle escort e delle cene in Puglia di questo o quell’altro esponente politico.
Sono storie a volte vere, altre volte arricchite dalla fantasia, ma ciò che emerge è che spesso si tratta di fatti che non riguardano la vita politica dei personaggi coinvolti.
 
Trattandosi, però, di persone che della propria immagine hanno fatto il motivo principale del loro successo, chi usa questi argomenti lo fa con la consapevolezza che queste storie hanno la grande forza di intimidire gli interessati oltre che influenzare l’opinione pubblica e, quindi, i consensi dei personaggi coinvolti, anche se in Italia i fatti privati non sembrano influenzare molto l’orientamento politico degli elettori, al contrario di quanto avviene nei sistemi e nelle società anglosassoni, con particolare riferimento all’America.
E’ quindi sulle idee che bisogna confrontarsi.
 
«Il PDL deve discutere sulle idee di Fini. Serve una tregua» ha affermato Giulio Tremonti in una recente intervista rilasciata al Corriere della Sera.
 
L’invito di Tremonti dovrebbe essere raccolto da tutti e in primis da Silvio Berlusconi, perché la politica non è un’azienda dove c’è un capo che decide per tutti, ma un luogo di confronto e di
dialogo, nell’ambito del quale si formano delle maggioranze e delle minoranze che comunque devono essere rispettate.
Sicuramente oggi Fini è in minoranza nel PDL rispetto ad alcuni temi, come quello degli immigrati, del testamento biologico, della laicità dello Stato e delle questioni etiche in generale, ma comunque
si tratta di temi che devono essere discussi e sviluppati anche all’interno di un partito conservatore, quale molti ritengono sia il PDL, anche se tale affermazione necessita di approfondimenti che
non possono essere fatti in questa sede.
 
Nell’intervista al Corriere della Sera Tremonti ha altresì affermato che «La macchina politica è come un computer.
E’ fatta di hardware e da software.
E’ fatta dagli apparati, che vanno dalla base verso i vertici – dagli amministratori locali agli organi di presidenza – e da idee e principi, simboli e messaggi.
 
Fini ha posto tutte e due le questioni: quella dell’hardware e quella del software.
Ci sono nella politica contemporanea due forme di hardware, e corrispondono all’alternativa non casuale tra partito della libertà e popolo della libertà. La scelta, nell’alternativa tra partito e popolo, è stata nel senso del popolo….Un computer è un corpus mecanicum, che resta inerte, senza il software.
 
E su questo campo, in questo mese, si è sviluppata l’azione di Fini.
Ed è su questo, su immigrazione, interesse nazionale, tipo di patria, globalizzazione, catalogo dei valori e dei principi, che non solo tra fondazioni ma dentro il PDL si può e si deve aprire una discussione, dove vince chi convince».
Vince chi convince. E se Fini convincesse più di Berlusconi?