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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 09/02/2011  -  stampato il 09/12/2016


Caro Enzima...

Caro Enzima,

certo che gli atleti delle Fiamme Azzurre non possono e non devono essere solo personaggi da copertina, buoni per la pubblicità o per qualche premiazione ufficiale in cui tutti possano sentirsi più belli e più bravi. E’ vero che la percezione degli atleti come appartenenti è ai minimi termini se si esclude qualche vittoria eclatante trasmessa in tv ( quando in tv o altrove ci si occupa anche di altre discipline oltre a fare il processo all’ultima di campionato e a far rivedere i gol di serie a) e si chiami la Polizia Penitenziaria col suo nome corretto, come dicevo nell’articolo che citi.

E’ verissimo pure che stare su un qualunque sito web, anche in questo, costantemente e con una preponderante visibilità, quasi per una “addiction” del webmaster di turno, non è ciò che serve a veicolarne l’immagine e renderli più amabili tra gli appartenenti  al Corpo questi benedetti atleti.

Ben venga sicuramente  il discorso della cultura sportiva,  l’idea di “sfruttare”, come rilevi, gli agonisti, la loro abitudine a ragionare in termini di produttività e di risultato per il benessere collettivo dei nostri colleghi.
 
Tu dici “ serietà, onestà e costanza e tante altre caratteristiche che fanno di un atleta una persona che è abituata ad agire e lavorare in un modo più efficace e più efficiente rispetto alla media, e, oltretutto, non potrà farne a meno”.
Forse parlando di atleti  messi alla prova pensavi a quella pragmaticità che la Lady di ferro Margaret Tatcher aveva voluto come imperativo durante la sua gestione per evitare disservizi ed inefficienze insieme ai concetti di trasparenza (dell’azione), responsabilità (del proprio incarico) e accountability (rendicontazione di ciò che si è raggiunto o meno). Pensi che gli atleti siano portatori di queste buone qualità date le loro caratteristiche di soggetti altamente motivati, abituati a ragionare in termini di risultato e di alta specializzazione nel fare ciò che fanno? bene, hai ragione, lo sono nella quasi totalità dei casi.
 
Riguardo alla parte: “pensa solo a quale patrimonio di conoscenze in termini di benessere psico-fisico è tuttora “racchiuso” in tanti atleti ed ex atleti del nostro Gruppo Sportivo e pensa a come potrebbe essere speso se veramente la nostra Amministrazione sapesse ragionare in obiettivi di breve, medio, lungo termine e impiegasse questo patrimonio al servizio degli altri colleghi, quelli che dalla cena del giorno prima fino al pranzo del giorno dopo, vanno avanti solo con qualche caffè… Quelli che devono garantire la sicurezza negli Istituti e che fanno fatica anche a piegarsi per allacciarsi le scarpe”  ho la presunzione di precisarti che, se venissero interpellati, proprio perchè come è indicato nell’articolo da parte di coloro che vivono di gare ed allenamenti non c’è un’estraneità totale alle fatiche e all’impegno dei colleghi che lavorano in carcere, nessuno degli atleti, compatibilmente con i suoi impegni stagionali, si rifiuterebbe di essere parte di programmi che possano andare a beneficio del benessere psicofisico di chi lavora in sezione.
 
Relativamente ai “progetti che perseguissero il benessere del personale” cui accenni, credo, riferendoti alla fase devastante dei suicidi dei nostri tra  il Natale 2007  ed il Capodanno 2008, se vai a rileggerti l’articolo del gennaio 2008 della sezione sportiva della rivista del Sappe si proponeva attività fisica, attività d’evasione, momenti in cui chi svolge il durissimo lavoro in sezione potesse ritrovare se stesso scaricando le tensioni, beneficiandone anche in termini di salute ed efficienza, ma alle Fiamme Azzurre da poter impiegare in questo senso non ha forse pensato nessuno ed è un peccato perchè l’essere visti con regolarità in carcere dai colleghi sarebbe oltretutto per gli atleti un modo per essere meno sconosciuti e distanti ai loro occhi, un’occasione di comunanza in cui non apparirebbero più come “l’élite” dai “figli di un dio minore” come rimproveravo nel finale ad alcuni del nostro glorioso Corpo che sono affetti dalla (immotivata) sindrome di Calimero.
 
Ancora nella sezione sportiva, vedi lo “sport d’evasione” si è andati avanti raccontando di come lo sport indirettamente, stavolta somministrato come attività da far svolgere ai detenuti, possa rendere l’ambiente carcerario più tranquillo per i nostri colleghi, di come gli episodi di autolesionismo siano statisticamente inferiori in tutti quegli ambienti detentivi dove i reclusi possano impiegare le loro energie in una qualche attività etc etc.
 
Lo sport non è fatto certamente solo di medaglie e vittorie, ma così come le medaglie e le vittorie nessuno se le porta da casa e non arrivano per investitura divina a chiunque degli agonisti se non lavora per raggiungerle, allo stesso modo i progetti che coinvolgano il personale non riguarderanno le Fiamme Azzurre se non vengono portati avanti con proposte concrete da chi abbia interesse e voglia di farli adottare.
Fino a quel momento, caro Enzima, lo sport in Polizia Penitenziaria sarà fatto solo di vittorie, medaglie,  calendari e feste del Corpo, abituati all’idea.
 
Riguardo poi ai colleghi o, come scrivi tu, al collega “che spara a casaccio le critiche demagogiche”, non l’ho mai pensato realmente come un nemico delle Fiamme Azzurre: ho solo raccolto un pò di malumore diffuso, mi sono limitata a spiegare le Fiamme Azzurre e l’Astrea per ciò che sono, ho voluto illustrare quel che pensano gli appartenenti ai due gruppi di chi  lavora in condizioni al limite della sopportazione nel più sperduto carcere del Paese, sperando che passi il messaggio che nessuno è estraneo al lavoro di tanti uomini di buona volontà come i nostri dimostrano di essere, che se Atene piange Sparta non ride e che i nemici, se si ha voglia di trovarli, non li si venga a cercare neppure tra i gruppi sportivi (sparando a casaccio critiche demagogiche).
 
Precisato ciò, ti invio un caro saluto e ti auguro sportivamente buon lavoro perchè  in quanto ad impegno nel rilevare le questioni di principio anche tu, alla tua maniera, non sei meno di un qualsiasi altro mio/nostro determinato collega agonista.
 
Lady Oscar