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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 03/03/2011  -  stampato il 05/12/2016


Esercizio “mafioso” dell’attività sindacale.

“Gli farò un’offerta che non potrà rifiutare”.

Questa è la battuta più famosa dell’intera saga de Il Padrino di Francis Ford Coppola, che tra l’altro compare anche tra le dieci battute cinematografiche più famose di tutti i tempi.
La frase viene pronunciata da Don Vito Corleone (nella straordinaria interpretazione di Marlon Brando) nell’esercizio del suo ruolo di Padrino di una famiglia mafiosa di New York.
A mio avviso, la battuta è diventata così famosa perché esprime sinteticamente la summa del pensiero mafioso.
L’offerta che non si può rifiutare viene veicolata, in genere, con un altro dei sistemi basilari del sistema criminale il messaggio mafioso.
Il messaggio mafioso è quell’avvertimento in codice che dice e non dice, quell’ ammonimento che minaccia velatamente, che dice a Pasquale perché Giovanni intenda.
Il messaggio mafioso è un tentativo di pressione sull’avversario di turno che contiene (espressa in codice mafioso) una grave intimidazione che potrebbe attuarsi se questi fa o non fa una determinata cosa oppure se non smette di fare o non fare una definita cosa.
Ovviamente, le due strategie (così come tante altre che fanno parte del sistema mafioso) non sono state inventate dalla mafia ma fanno parte di una serie di tecniche psico-sociologiche elaborate dall’uomo del corso dei millenni.
Il messaggio mafioso e L’offerta che non si può rifiutare fanno parte delle tante strategie di manipolazione dell’altrui volontà che si sono cominciate a sviluppare come disciplina filosofica fin dai tempi dei presocratici e si sono evolute attraverso Schopenhauer per arrivare fino ai nostri tempi come metodi psicologici, sociologici, pubblicitari o di management.
Altrettanto ovviamente, queste tecniche vengono applicate – tra l’altro – soprattutto alla politica e, di conseguenza, le ritroviamo anche nelle politiche sindacali.
Tutto questo ragionamento introduttivo mi è servito soltanto per arrivare alla conclusione che alcuni comunicati/lettere pubbliche/commenti web di taluni sindacati sono pervasi da insinuazioni, illazioni e sottointesi nella più classica delle configurazioni del messaggio mafioso.
E’ sotto gli occhi di tutti, ad esempio, l’ostinazione di qualcuno nel colpire i figli per punire i padri.
(Ma non c’era un precetto evangelico che diceva Non debbano i figli pagare le colpe dei padri?).
O, ancora, l’accanimento indiscriminato contro il personale di certi uffici e servizi soltanto perché quel personale è ascritto (e non iscritto) ad un’altra sigla sindacale.
Addirittura, in certi casi, si arriva a chiedere la chiusura o la soppressione di determinate strutture soltanto per smantellare quello che si ritiene un centro di potere altrui.
Non è un messaggio mafioso quando si evoca un principio (e spesso addirittura lo si inventa) soltanto per colpire questo o quel comandante, questo o quel dirigente ?
I sistemi mafiosi servono maggiormente per non uscire allo scoperto, per non essere contrattaccabili. Spesso sono indice di furbizia. Qualche volte sono parte di una strategia.
Ma, secondo me, la maggior parte delle volte sono soltanto indice di vigliaccheria.
E di incapacità di confrontarsi sul terreno della legalità.
Paul Valery (che non era uno del clan dei marsigliesi ma un filosofo francese) suggeriva che:
“Quando non riesci a demolire un ragionamento, prova a demolire il ragionatore.”
A questo è ispirata cosa nostra, a questo si ispirano certi sindacalisti incapaci di un confronto diretto e leale, inetti e senza principi morali e codici deontologici.
Purtroppo per noi, però, fino a quando ci sarà anche un solo collega che rimarrà iscritto a quei sindacati e fino a quando ci saranno iscritti a quei sindacati che lasceranno certi personaggi alla loro guida, ci dobbiamo rassegnare a subire le loro esternazioni scorrette, sleali e qualche volta mafiose.
 
L’Agente Furioso