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Home Page> Articolo> Pubblicato il: 14/04/2011  -  stampato il 09/12/2016


Se l’emergenza carceri da patologica si trasforma in fisiologica.

Emergenza carceri.

Più che l’indicazione della drammatica situazione del sistema penitenziario italiano la frase contratta “Emergenza carceri” è ormai diventata una vero e proprio slogan.

Il titolo di un convegno? Emergenza carceri. Il titolo di un articolo? Emergenza carceri. Un’interrogazione parlamentare? Emergenza carceri. Una dichiarazione del Garante? Emergenza carceri. Un’agenzia di stampa? Emergenza carceri. E si potrebbe andare avanti così con decine e decine di esempi ancora.
 
Siamo ad un passo dal rischio che  l’emergenza perda completamente il suo carattere patologico e diventi fisiologica al carcere e all’intero sistema penitenziario italiano.
 
E se la patologia muta in fisiologia, si rischia che il sistema abituato a contrastare fenomeni patologici smetta di farlo quando i sintomi cominciano ad essere percepiti come fisiologici alla propria esistenza.
 
In altre parole, se l’emergenza diventa normalità e lo straordinario diventa ordinario finirà che dovremo rassegnarci a gestire il sistema penitenziario come un gigantesco caravanserraglio molto simile allo scenario città-carcere del film di John Carpenter 1997 fuga da New York.
Allo stato in cui siamo mi sembra anche inutile, e un po’ frustrante, analizzare ancora una volta le cause ed i motivi che hanno provocato la degenerazione del sistema penitenziario italiano, a partire dall’indulto concesso nel 2006 che, senza essere accompagnato da una riforma strutturale dell’esecuzione penale, è rimasto un provvedimento tampone fine a se stesso e senza alcun effetto contrastante sulla crescita costante della popolazione detenuta.
 
Eppure, paradossalmente, c’è ancora qualcuno come Luigi Manconi che difende sic et simpliciter quel provvedimento affermando che "l'atto di clemenza ha fatto bene al carcere e alla società".
 
A sostegno della sua opinione, Manconi ha citato una ricerca dell'Università di Torino secondo la quale "più carcere si fa, più si delinque"  (senza peraltro tener conto di un possibile opposto assunto per il quale più si delinque, più carcere si fa).
 
Sempre a sostegno della propria opinione l’ex Sottosegretario alla Giustizia ha asserito che su trentamila indultati il tasso di recidiva è stato soltanto del 28,4 per cento, meno della metà del tasso di recidiva della popolazione detenuta che non ha beneficiato dell’indulto.
Per questo motivo, secondo lui,  l'indulto avrebbe contribuito alla sicurezza collettiva.
 
Peccato che nel suo ragionamento l’ex vice di Mastella omette di specificare che il tasso di recidiva degli indultati non tiene conto di chi è tornato a delinquere ma non è stato scoperto e, soprattutto, non tiene conto del fatto che se quasi diecimila indultati su trentamila sono tornati in carcere, l'indulto ha causato diecimila nuove vittime che, senza indulto, non avrebbero subito alcun reato.
 
Forse sarebbe doveroso sentire anche l’opinione delle vittime di questi reati (o dei parenti superstiti).
 
Per rimanere in tema di ricerche universitarie, è utile ed interessante citare quella della Bocconi di Milano di un paio di anni fa secondo la quale il sistema carcerario italiano risulterebbe assai costoso ed inefficiente.
 
Secondo i ricercatori della Bocconi la situazione è tornata critica, con la popolazione carceraria italiana risalita oltre i  livelli che spinsero all’indulto del 2006 e con un sovraffollamento cronico causato dal fatto che l’aumento di ricettività (+5,5% negli ultimi dieci anni) non è stato proporzionato all’aumento di detenuti (+22%) rendendo il sistema molto distante dall’offrire condizioni accettabili per detenuti e personale e risultando inefficacie allo scopo della riabilitazione.
 
Secondo i ricercatori, la soluzione al problema nel breve termine può anche consistere in provvedimenti legislativi o procedurali, come amnistia e misure alternative alla detenzione, ma in un ottica di lungo periodo la soluzione va ricercata soltanto nella gestione più efficiente delle carceri.
Per valutare l’efficienza del sistema, l’università ha studiato i dati di 142 carceri (su un totale di 206 presenti in Italia) nel periodo 2003-2005.
 
Dai dati raccolti si è constatata la ridotta dimensione delle carceri italiane, l’ottanta per cento delle quali ha meno di 300 posti. La popolazione detenuta  è risultata essere il 130% della capacità ricettiva del sistema.
 
Il rapporto medio poliziotti penitenziari-detenuti è di 0,85; la spesa per il personale rappresenta il 70% del costo medio per detenuto, con il rimanente 30% che copre vitto, spese mediche, strutture, ecc.
 
Raccogliendo i vari dati, infine, i ricercatori hanno elaborato un’analisi della funzione di costo delle prigioni italiane, scoprendo un tasso medio di inefficienza pari al 2,5, ovvero  le prigioni italiane spendono 2,5 volte più di quanto necessario per essere gestite in modo efficiente.
 
La spesa media per detenuto è chiaramente correlata negativamente al numero di detenuti presenti nel carcere e, dato che l’80% delle carceri italiane ha meno di 300 posti, ci sono notevoli economie di scala che potrebbero essere  sfruttate per guadagnare in efficienza.
 
In conclusione, dunque, i ricercatori indicano come soluzione ottimale programmare nel  lungo periodo la costruzione di carceri più grandi, e dunque più efficienti e, in una prospettiva più immediata, uno sforzo di ottimizzazione nell’utilizzo delle risorse con la chiusura di istituti fortemente sottoutilizzati, che può portare in tempi relativamente brevi a risparmi di spesa strutturali e non effimeri, stimabili in almeno un centinaio di milioni di euro.
 
Secondo quanto è dato sapere  il Piano Carceri presentato da Ionta dovrebbe essere orientato proprio verso un programma mirato a prevedere la costruzione di nuovi istituti con un maggior numero di posti, con iter più veloci per l’edilizia carceraria e circuiti differenziati per la detenzione, in linea, tutto sommato, con i suggerimenti dell’Università milanese.
 
Indispensabile, però, che questo Piano Carceri, così come qualsiasi altro intervento strutturale sull’esecuzione penale, arrivi a compimento prima che questa stramaledetta Emergenza Carceri subisca quella mutazione genetica che la potrebbe trasformare da emergenza patologica in emergenza fisiologica.