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Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria è autoreferenziale ed emarginato dalla società

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Oramai ci dobbiamo arrendere all’evidenza: il carcere non fa più notizia.

Parlare di penitenziari sovraffollati, degradati… da terzo mondo, non interessa più a nessuno.

Forse se ne è parlato talmente tanto da inflazionare (per così dire)  la notizia, da annoiare l’opinione pubblica.

Capita sempre più spesso di registrare reazioni del tipo: « … chissenefrega di come si vive in galera, dopotutto quelli sono delinquenti… chiudeteli dentro e buttate la chiave.»

Può sembrare cinico e crudele, ma la maggior parte dell’opinione pubblica la pensa così.

Oggi come oggi, l’esecuzione penale, nel suo complesso, interessa soltanto chi la vive per scelta, per dovere o per condanna.

Tuttavia, ho l’impressione che dentro i palazzi del potere (Dap e Ministero della Giustizia) si sia un po’ perso il senso della realtà.

Mi sembra che i politici, i vertici amministrativi e la dirigenza in generale, siano convinti che il carcere sia l’ombelico del mondo e che tutti (politica, governo, stampa, opinione pubblica) siano disponibili ad ascoltare e ad aiutare.

In realtà, invece, del carcere non frega niente a nessuno e il Dap è un enorme carrozzone autoreferenziale, quasi completamente emarginato dalla società.

Ad avvalorare questa ipotesi è sufficiente una breve analisi sociologica.

Le persone che in un anno entrano ed escono dal carcere sono, più o meno, centomila.

Familiari, parenti ed amici potrebbero essere circa trecentomila.

Avvocati, Magistrati e altro personale dell’amministrazione giudiziaria, centomila.

Le associazioni di volontariato potrebbero arrivare a diecimila.

Altrettanti diecimila potrebbero essere insegnanti, religiosi, esperti e consulenti.

Il personale dell’amministrazione penitenziaria, Polizia Penitenziaria e civile,  dovrebbe essere meno di cinquantamila al quale, ammesso e non concesso siano interessati, si possono aggiungere i familiari, per arrivare a cento/centocinquantamila.

Consideriamo, per eccesso, qualche altra decina di migliaia di persone in qualche modo interessate, tra politica, locale e nazionale, sanità, ditte esterne e altre figure.

In totale, parliamo di circa sette/ottocentomila persone.

Poco più dell’uno per cento della popolazione italiana.

Il dato, già di per se indicativo, diventa ancor più significativo se confrontato con il resto delle attività sociali del Paese.

La scuola, ad esempio, che riguarda decine di milioni di persone o la Sanità che riguarda praticamente tutti.

Per non parlare di sicurezza,  di informazione, di politica, di turismo,

di trasporti e di tanto altro ancora.

Statisticamente parlando l’esecuzione penale è quasi irrilevante.

Invertendo i termini della questione, potremmo affermare che il novantanove per cento della popolazione italiana non sa (e non vuol sapere) nulla di carcere e di sistema penale.

Ad onor di cronaca va anche detto che, spesse volte, sopraggiunge la solidarietà delle persone più sensibili (che, fortunatamente, non sono così poche) che si avvicinano alla realtà dell’esecuzione penale soprattutto quando si verificano gli eventi più tragici.

Anche se, il più delle volte, queste  persone non hanno quasi mai  potere decisionale per la risoluzione dei  problemi e non possono far altro che esprimerci solidarietà e aiutarci a coinvolgere la restante  opinione pubblica.

Il rischio vero è che, se l’amministrazione penitenziaria continua a rimanere così emarginata dal resto della società civile, l’esecuzione penale potrebbe soccombere sotto le macerie di un sistema al collasso sociale e strutturale.

Per evitare questo rischio, bisogna combattere contro l’indifferenza della gente comune e contro l’autoreferenzialità di dirigenti troppo spesso indaffarati soltanto a difendere la poltrona situata negli ultimi piani delle torri d’avorio.

Non possiamo fare a meno dell’aiuto della casalinga di Voghera e del commerciante di Benevento, ma abbiamo anche bisogno di un radicale rinnovamento della classe dirigente dell’amministrazione penitenziaria, troppo sedimentata sul potere ed arroccata a difendere le proprie rendite di posizione.

 

 

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