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La ricerca scientifica ha dimostrato che lo stress in servizio causa patologie cardiovascolari

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Quando arriva la torrida afa estiva (l’Italia sta diventando un paese tropicale), anche i topi scappano dalle carceri, come fossero navi che affondano.

Parecchi colleghi testimoniano che, da un po’ di tempo, tra la fauna autoctona dei penitenziari italiani non si vedono più i piccoli roditori.

Evidentemente, anche i topi risentono dei malesseri del sovraffollamento e siccome – a differenza di noi e dei detenuti – possono farlo, abbandonano questi luoghi insalubri (anche per loro) per cercare altre sistemazioni meno disagiate.

Insomma, sorci, zoccole e pantegane stanno abbandonando il vecchio barcone penitenziario che, oramai, è affondato per più della metà.

E i topi stanno scappando dopo che già l’hanno fatto i politici, i giornalisti, la società civile, i benpensanti e, perfino, i radical chic.

Probabilmente distratti dalla crisi economica e dall’emergenza immigrazione clandestina, Governo e Ministro della Giustizia sembrano aver completamente dimenticato il dramma  che si va svolgendo nelle carceri italiane, abbandonando custodi e custoditi al loro tragico destino.

Di contro, purtroppo, non possiamo contare certo su un Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria movimentista e propositivo.

Il palazzone di Largo Daga ricorda sempre più un castello kafkiano ermeticamente chiuso ad ogni alito di vento proveniente dall’esterno.

Tanti anni fa, in tempi difficili ma non certo drammatici come quelli attuali, per commentare l’immobilismo della dirigenza penitenziaria si usava dire che, mentre Roma discuteva, la città di Sagunto veniva espugnata, per stigmatizzare l’inutilità delle chiacchiere e sollecitare azioni ed interventi concreti.

Oggi, purtroppo, non è soltanto Sagunto ad essere espugnata, ma tutte le carceri italiane che, abbandonate dai topi, dalle pulci e dagli scarafaggi,  rischiano di essere occupate da malattie, violenza e sindromi suicidarie.

Non è certo un caso se, da qualche anno a questa parte, sono aumentati i problemi cardiaci dei poliziotti penitenziari.

Secondo uno studio dell’università olandese di Tilburg i soggetti con problemi di cuore e ”personalità  D”  (dall’inglese distressed, stressati) corrono rischi tre volte più alti di sviluppare serie patologie cardiache.

Lo studio è basato sui dati di più di seimila persone affette da problemi cardiaci di vario tipo e con personalità D.

Altro che “…il servizio non c’entra niente”  come dicono i nostri dirigenti di fronte ad un attacco cardiaco che coglie colleghi in servizio, sostenendo genericamente dubbi su difetti congeniti, o sugli effetti del fumo, o chissà che altro.

Ci resta solo la magra consolazione che, pur non essendo medici o scienziati come la maggior parte dei nostri dirigenti penitenziari, abbiamo sempre saputo che ci doveva essere per forza un nesso tra le patologie cardiache dei poliziotti penitenziari, lo stress del servizio e il pessimismo sul futuro del Corpo.

E nessuno può confutare il fatto che, nelle stracolme, sovraffollate, fatiscenti e degradate prigioni italiane ci sono quasi sessantamila detenuti e, soprattutto, ci siamo noi che non ce la facciamo più a controllarli.

Del resto, a parte gli studi scientifici universitari, è sufficiente contare le riforme certificate dalle Commissioni Mediche Ospedaliere per avere un quadro reale della situazione.

Serve altro?

 

 

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1 commento

  1. IURILLI MICHELE on

    D’accordissimo, ma ricordate ( e i poliziotti lo sanno) che nella calca delle sezioni, “vivono” e cercano di sopravvivere, anche gli infermieri insieme ai poliziotti e ai detenuti.

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