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Nicola Gratteri rilancia l’idea di costruire nuovi penitenziari utilizzando moduli prefabbricati

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Nicola Gratteri non è mai stato al Dap.
Non ha mai avuto esperienze professionali nel palazzone di largo Luigi Daga che gestisce l’enorme apparato dell’esecuzione penale in Italia.
Non ha fatto il Capo Dipartimento, né il Vice. Non è stato Direttore Generale dei Detenuti, né del Personale e, men che meno, è mai stato Direttore Generale dei Beni e Servizi che gestivano l’edilizia penitenziaria.
E pur tuttavia, Nicola Gratteri, in occasione di una lectio magistralis presso l’Università d’Estate di Soveria, ha indicato sic et simpliciter quale dovrebbe essere la strada più breve e più veloce per risolvere l’emergenza penitenziaria italiana.
E’ bastata una scintilla d’intelligenza, un po’ di logica e tanto senso pratico.
Secondo il magistrato, infatti, si potrebbero costruire in poco più di un anno 4 carceri prefabbricate di 5.000 posti ciascuno, per normalizzare la situazione.
Ebbene, vorrei tanto raccontare al dottor Gratteri una storiella di qualche anno fa.
Correvano i primi anni del secolo, forse il 2008 o il 2009, e venimmo a conoscenza dell’esistenza di una azienda veneta, specializzata nella costruzione di cabine prefabbricate per le navi, che aveva prospettato di utilizzare la stessa procedura per costruire le prigioni.
A supporto della proposta, quell’azienda portava esempi di opere realizzate all’estero con quei procedimenti, attive e funzionali da diversi anni.
L’azienda arrivò perfino ad offrire la costruzione a proprie spese di una sola struttura, a titolo sperimentale, per verificare la fattibilità e la funzionalità dell’opera.
Il carcere prefabbricato tipo avrebbe dovuto essere di circa 500 posti, al costo complessivo di circa la metà di quello che sarebbe costato con l’edilizia tradizionale e con tempi di realizzazione di sei mesi, al massimo un anno.
Noi del Sappe ci interessammo fin da subito alla proposta e siamo anche andati a vedere i moduli prefabbricati che erano realizzati in materiali che non richiedono manutenzione per almeno dieci anni e sono allestiti con arredamenti inamovibili, integrati nella struttura principale.
Ovviamente, l’intero carcere sarebbe stato automatizzato con la tecnologia più avanzata e funzionale esistente.
Insomma, si parlava di: economia di spesa, riduzione dei tempi di realizzazione, sicurezza certificata e miglioramento delle condizioni di lavoro del personale.
… e come è andata a finire?
Non so che fine abbia fatto quell’azienda, so soltanto che nessuno (e dico nessuno) volle prendere in considerazione quella proposta.
Premesso che un simile procedimento di costruzione escludeva tutta la fase della progettazione, lascio libero ognuno di immaginare le motivazioni che portarono al rifiuto pregiudiziale dell’offerta, con la raccomandazione di non dimenticare mai quello che diceva Giulio Andreotti al riguardo: “A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina”.
Per certi versi e sotto alcuni aspetti, la vicenda ricorda quella dei braccialetti elettronici che, per anni e anni, furono ignorati e/o boicottati.
In conclusione, non solo sono perfettamente d’accordo con Nicola Gratteri, ma, fosse per me, con quei tempi di esecuzione e con quei costi di realizzazione, avvierei seduta stante un grandissimo progetto di rinnovamento delle strutture penitenziarie italiane con l’obiettivo, nel giro di una decina anni, di rimpiazzare ogni penitenziario fatiscente o sovraffollato.
Il rasoio di Occam … spesso la soluzione più semplice è quella giusta.

2 commenti

  1. Antonio vitale on

    eviterebbero sprechi,scelte degli immobili . condizionate da esigenze particolari lievitazione dri costi e affidamenti strumentali

  2. Non è un caso se nel nascente governo Remzi sul nome di Gratteri quale ministro della giustizia ci fu il ‘NIET’ di Napolitano. Re Giorgio – ricordiamolo – é stato colui che, con i suoi silenzi, non ha mai permesso di chiarire fino in fondo il ruolo di alcuni ministri e capipartito nella scellerata trattativa stato-mafia. Personaggio scomodo Gratteri, tanto capace come magistrato, quanto inviso a certa politica; e questo, nella stranissima nazione chiamata Italia, é già un titolo di merito. Non ho le competenze per dare giudizi circa l’utilizzo di moduli prefabbricati per la costruzione di nuove carceri, ma una cosa è certa: il problema del sovraffollamento esiste da qualche decennio e nessuno lo ha mai affrontato in modo serio. Per risolverlo credo che sia necessaria non certo la bacchetta magica di certe soluzioni tampone, ma la forza di una programmazione politica che abbia una visione prospettica; proprio quella che manca nella nostra classe dirigente, tutta protesa – da sempre – al miope consenso immediato.

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