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41 bis: la Cassazione sul divieto di spedire o ricevere libri dal carcere

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Con ordinanza depositata il 29 aprile 2016, il Magistrato di sorveglianza di Spoleto ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 41 – bis, comma 2 – quater, lettere a) e c), della legge 26 luglio 1975, n. 354, nella parte in cui – secondo il "diritto vivente" – consente all'Amministrazione penitenziaria di adottare, tra le misure di elevata sicurezza interna ed esterna volte a prevenire contatti del detenuto in regime differenziato con l'organizzazione criminale di appartenenza o di attuale riferimento, il divieto di ricevere dall'esterno e di spedire all'esterno libri e riviste a stampa.

Il giudice a quo è stato investito della questione da un detenuto del carcere di Terni, il quale chiedeva di poter ricevere dai propri familiari libri e riviste a stampa tramite corrispondenza o pacco postale, ovvero mediante consegna in occasione dei colloqui nell'istituto penitenziario, previa disapplicazione della circolare del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria del Ministero della giustizia n. 3701/2014 dell'11 febbraio 2014, che ripristina le disposizioni preclusive già contenute nella precedente circolare n. 8845/2011 del 16 novembre 2011. Tale circolare prevede che siano rimossi dalle biblioteche degli istituti penitenziari i libri contenenti tecniche di comunicazione criptate; che l'acquisto di qualsiasi tipo di stampa autorizzata (quotidiani, riviste, libri) possa essere effettuato dai detenuti esclusivamente nell'ambito dell'istituto penitenziario, anche per quanto riguarda gli abbonamenti, i quali debbono essere sottoscritti dalla direzione o dall'impresa di mantenimento onde evitare che terze persone vengano a conoscenza dell'istituto di assegnazione del detenuto; che sia vietata la ricezione di libri e riviste provenienti dai familiari, anche tramite pacco consegnato in sede di colloquio o spedito per posta, come pure la trasmissione del predetto materiale all'esterno da parte del detenuto; che sia impedito, altresì, l'accumulo di un numero eccessivo di libri nelle camere di detenzione, anche al fine di agevolare le operazioni di perquisizione ordinaria; che sia evitato, infine, lo scambio di libri e riviste tra detenuti appartenenti a diversi gruppi di socialità.

Il Magistrato di sorveglianza di Spoleto aveva precedentemente accolto un reclamo dello stesso detenuto, disapplicando una circolare del Dipartimento amministrazione penitenziaria, perché ritenuta in contrasto con l’articolo 15 della Costituzione e ritenendo, sulla base di una interpretazione orientata degli artt. 41 – bis e 18 – ter dell’Ordinamento penitenziario che spettasse alla sola autorità giudiziaria disporre limitazioni e l’eventuale visto di controllo sui libri e sulle riviste spedite al detenuto o da questi trasmesse ai familiari.

Successivamente, però, la Corte di Cassazione si era espressa in senso opposto, ragione per la quale, nel 2014, l’amministrazione aveva emanato un’altra circolare, nel 2014, che ribadiva le disposizioni della circolare disapplicata.

La Corte di Cassazione ha annullato in plurime occasioni i provvedimenti dei magistrati di sorveglianza che avevano disapplicato la circolare ministeriale del 2011, ritenendo che le relative disposizioni rappresentino coerente esplicazione di un potere conferito all'amministrazione penitenziaria dall'art. 41-bis dell’Ordinamento penitenziario.

Tali disposizioni, secondo la Corte di Cassazione, non comprimerebbero eccessivamente il diritto allo studio e all'informazione del detenuto, il quale può sempre ottenere le pubblicazioni mediante l'istituto penitenziario, soffrendo soltanto una maggiore difficoltà nella loro acquisizione; maggiore difficoltà ampiamente giustificata, tuttavia, dal dato di esperienza per cui libri, giornali e stampa in genere sono molto spesso usati dai detenuti in regime differenziato per comunicare illecitamente con l'esterno. Sempre secondo il giudice di legittimità la ricezione della stampa non sarebbe, tuttavia, qualificabile come corrispondenza in senso stretto, concetto riferibile alle sole comunicazioni interpersonali tra mittente e destinatario, particolarmente tutelate in quanto strumento per il mantenimento di un nucleo di relazioni e di vita affettiva da considerare intangibile anche a fronte delle forme più intense di restrizione della libertà personale.

Nella specie, si discuterebbe, invece, della trasmissione di pubblicazioni che contengono espressioni di pensiero di terze persone destinate alla generalità dei lettori, rispetto alle quali verrebbe in rilievo una diversa facoltà del detenuto, quella di informarsi e di istruirsi, cosa peraltro non preclusa dalle disposizioni ministeriali che impongono canali di acquisto diversi e più controllati.

Il giudice a quo, nell’ordinanza di remissione, affronta soprattutto la questione della sostanziale incompetenza dell’organo che ha imposto le restrizioni, cioè l’Amministrazione penitenziaria, rispetto ad una competenza che egli ritiene essere di natura giurisdizionale, in relazione ad altre disposizioni normative dell’Ordinamento penitenziario (es. 18 -ter), come la possibilità, appunto, di limitare la corrispondenza, ovvero di sottoporla a visto di controllo, non condividendo in toto l’impostazione data alla questione dalla stessa Corte di cassazione. La Corte costituzionale ha sostanzialmente condiviso l’impostazione finora data dalla Corte di cassazione, avendo affermato, appunto, che  in assonanza con la giurisprudenza di legittimità, che le regole di cui si discute non incidono sul diritto alla corrispondenza del detenuto, quale riconosciuto – in termini coerenti, sotto il profilo considerato, con la condizione di restrizione della libertà personale in cui egli versa e perciò non collidenti con la previsione dell'art. 15 Cost. – dalla legge di Ordinamento penitenziario…

È, peraltro, palese che – in presenza di una immutata libertà di corrispondenza epistolare e di scelta dei testi con cui informarsi ed istruirsi – il mero fatto che il detenuto debba servirsi dell'istituto penitenziario per l'acquisizione della stampa, e non possa trasmetterla all'esterno, non determina livelli di sofferenza e di svilimento della sua persona tali da attingere al paradigma avuto di mira dalla citata norma convenzionale.

Ciò ricordato, deve escludersi che il divieto di scambiare libri e riviste con l'esterno, e con i familiari in specie, tramite il servizio postale possa essere assimilato – come ipotizza il rimettente – alla sottoposizione della corrispondenza del detenuto a visto di controllo, la cui disciplina nazionale – nell'assetto anteriore alla legge n. 95 del 2004 – è stata ripetutamente censurata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo.

La limitazione dei canali di ricezione della stampa e il divieto di trasmetterla all'esterno non solo non incidono affatto – come è ovvio – sulla segretezza della corrispondenza del detenuto (diversamente dal visto di controllo), ma neppure comprimono, alla luce delle considerazioni in precedenza svolte, la libertà di corrispondere a mezzo posta già riconosciutagli dalla legge nazionale in coerenza con la condizione di legittima restrizione della libertà personale in cui il soggetto versa: libertà – quella di corrispondere a mezzo posta – che continua a potersi esplicare, in tutta la sua ampiezza, tramite l'ordinaria corrispondenza epistolare.

È a mezzo di questa che il detenuto può continuare ad intrattenere le sue relazioni affettive con i familiari.

 

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