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Abbiamo messo insieme la teoria e la pratica: non c’è niente che funzioni… e nessuno sa il perché. Albert Einstein

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Potrà sembrare irriverente scomodare colui che ha inventato la teoria della relatività per parlare delle cose di cui diremo in seguito, ma Albert Einstein lo si può citare anche come filosofo, come uomo di grande saggezza e cultura. D’altra parte, lui è riuscito a spiegare come funziona l’universo, senza vederlo. Noi, il più delle volte, non riusciamo a trovare una soluzione a ciò che vediamo tutti i giorni.

Ormai anche il governo in carica, che rimarrà tale per la gestione ordinaria, ha terminato il suo mandato.

E’ il terzo governo della XVII legislatura: dopo Letta e Renzi è toccato a Gentiloni, in carica dal 2016.

Con la fine della legislatura e del governo Gentiloni finisce anche l’era Orlando alla Giustizia.

Un periodo nel corso del quale l’amministrazione penitenziaria ha continuato la sua deriva, guidata da dirigenti che hanno smarrito ogni utile ed efficace obiettivo.

In questi ultimi anni, purtroppo, complice una certa disattenzione delle forze più reazionarie (il termine non mi piace molto, ma non ne trovo uno più appropriato per indicare coloro che si oppongono alle derive ideologiche e ideologizzanti, di quanti non riescono a vedere la realtà per com’è, ma per come vorrebbero che fosse, ovvero che tentano di trasformarla non per renderla migliore, ma solo per adeguarla al proprio credo ideologico), alcune figure che hanno sempre rappresentato una corrente di pensiero minoritaria, diventate classe dirigente, hanno messo in atto una serie di iniziative volte a stravolgere l’organizzazione delle carceri, l’esecuzione della pena ed il ruolo della Polizia Penitenziaria.

L’input a questa deriva demagogica, da anni latente e spesso adeguatamente frenata da altre autorevoli formazioni di tutt’altro pensiero, è giunto dalla ormai famosa sentenza Torreggiani, con la quale la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, nel 2013, ha condannato l’Italia per la violazione dell’articolo 3 dei diritti umani, per i trattamenti inumani e degradanti subiti dai ricorrenti, per essere stati costretti a vivere in spazi troppo stretti all’interno delle carceri italiane.

Che la condizione delle carceri dell’epoca in cui furono proposti i ricorsi fosse indegna di un paese civile e giuridicamente avanzato come il nostro era evidente a chiunque conoscesse la situazione delle strutture penitenziarie dell’epoca. Come sindacato più volte citammo in vari interventi alcuni esempi, come quello di Napoli Poggioreale, dove c’erano oltre 2.900 detenuti; personalmente avevo visitato il carcere di Rimini, dove avevo visto convivere fino a 18/19 detenuti in un unico camerone, con i letti a castello.

Una situazione sicuramente non più tollerabile e da modificare.

Ci provò il governo Berlusconi, nella precedente legislatura, con il Piano carceri: furono stanziati circa 500 milioni di euro, per la costruzione di nuove carceri e nuovi padiglioni detentivi, furono avviate alcune riforme dall’allora ministro della Giustizia Alfano, ma il piano carceri stentò a decollare e finì per non vedere mai la luce.

Prevalse successivamente l’idea di cercare di far uscire più detenuti possibile, tra coloro che avevano un determinato residuo pena, ovvero venivano condannati ad una pena che consentiva di applicare le misure alternative. Fu introdotta anche la messa alla prova, istituto giuridico già previsto per i minori.

Furono temporaneamente aumentati i giorni di liberazione anticipata, da 45 a 75 giorni a semestre.

Queste iniziative consentirono a circa 14.000 detenuti di uscire dal carcere, facendo scendere le presenze al di sotto delle 54.000 unità, dalle precedenti 70.000 circa. Fu anche previsto un risarcimento di 8 euro al giorno per i detenuti che erano stati costretti a stare in spazi troppo stretti.

L’amministrazione, per evitare ulteriori condanne, pensò di riorganizzare le carceri, aprendo le stanze e lasciando i detenuti liberi per almeno otto ore al giorno, all’interno delle sezioni detentive, ma pochi di questi svolgevano e svolgono attività lavorative, ricreative, sportive e corsi di formazione, propedeutici e funzionali al recupero sociale del condannato, fermo restando che le carceri continuano ad ospitare oltre il 30% di detenuti in attesa di giudizio. Molti reparti divennero delle vere e proprie Babeli di nazionalità, lingue, culture e profili criminali. Segno dell’evidente fallimento di questa organizzazione/disorganizzazione è la crescita degli eventi critici: nel 2016 ci sono stati 8586 gesti di autolesionismo, 64 decessi per cause naturali, 39 suicidi, 1.011 tentativi di suicidio, nel 2017 i gesti di autolesionismo sono diventati 9.510, i decessi per cause naturali 78, i suicidi 48, i tentativi di suicidio 1.135.

Tutto questo avveniva con la Polizia Penitenziaria sotto organico di circa 6.000 unità, istituti senza sistemi di videosorveglianza, di antintrusione e antiscavalcamento e dove c’erano spesso non funzionavano e ancora non funzionano. Tutto andava avanti e va avanti, però, perché l’ideologia dominante voleva così. Le linee guida della politica penitenziaria e dell’esecuzione della pena sono state affidate a teorici che forse potrebbero fare bene nelle aule scolastiche, ma che fanno molto male quando assumono incarichi di responsabilità gestionale ed amministrativa.

Nell’alveo di questo pensiero si sono inseriti altri soggetti che, da sempre, teorizzano l’abolizione del 41 bis e del 4 bis, anche se il loro desiderio latente è l’abolizione del carcere, la liberalizzazione della droga.

Tra questi ci sono anche quelli che sostengono che se succedono gli scontri di piazza è sempre e solo colpa della polizia, mai di coloro che aggrediscono la polizia, sfasciano le vetrine dei negozi e le macchine. Allora perché non fare delle riforme più strutturali, provando innanzitutto ad introdurre il reato di tortura, cosa avvenuta, provando a modificare il 4 bis, in modo da far uscire dal carcere più facilmente gente che si è macchiata di reati come pedopornografia, pornografia minorile, estorsione aggravata, rapina aggravata, provando ad introdurre l’affettività in carcere (sesso in carcere), così le detenute possono magari farsi mettere tutte incinta ed ottenere la sospensione della pena, gli uomini e le donne che non hanno una compagna o un compagno possono sceglierli da qualche sito su internet. Hanno provato a fare tutto questo, pensando di costruire un carcere più umano, migliore. Cosa importa, poi, se i detenuti restano ad oziare tutto il giorno, commettendo spesso reati all’interno del carcere e non rispettando le regole.

La dignità per alcuni passa attraverso la documentazione delle perquisizioni ordinarie che fa la Polizia Penitenziaria, senza sapere, forse, qual è la finalità di quei controlli e quali sono le difficoltà operative.

Per 50 persone che vanno a colloquio si fanno almeno 100 perquisizioni, quando escono e quando rientrano, poi ci sono quelli che vanno al lavoro e così via. Questi sono i cambiamenti che sono stati introdotti e che si volevano introdurre.

Per il momento il decreto legislativo sulle riforme strutturali dell’ordinamento penitenziario è stato messo da parte. E’ prevalsa la ragione dei pratici rispetto ai teorici, agli ideologi, di coloro che sognano un mondo diverso, senza saper come costruirlo.

Come diceva Einstein “La teoria è quando si sa tutto e niente funziona. La pratica è quando tutto funziona e nessuno sa il perché”.

Noi abbiamo messo insieme la teoria e la pratica: non c’è niente che funzioni… e nessuno sa il perché.

Se è così, lasciamo fare ai pratici, meglio non sapere e far funzionare le cose.

 

 

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