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Aveva ragione Umberto Eco, Facebook ha dato diritto di parola agli imbecilli

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“Un contadino aveva due asini da utilizzare per il trasporto delle merci da vendere al mercato.

Uno dei due era sfaticato e, furbescamente, fingeva di essere sofferente e malfermo sulle gambe per evitare che il padrone gli affidasse carichi troppo pesanti.

Un giorno il contadino dovette portare al mercato un carico di sale ed uno di spugne.

Credendo che l’asino furbetto fosse mezzo infermo gli assegnò il carico di spugne, caricando quello di sale sull’altro animale.

Durante il viaggio, il povero somarello carico di sale ansimava e faticava ad andare avanti.

Il furbetto, invece, trotterellava leggero prendendo in giro lo sfortunato compagno che si ammazzava di fatica.

Ad un certo punto, però, arrivarono davanti ad un fiume molto profondo che sbarrava la strada e furono costretti ad attraversarlo.

Entrati nel fiume l’acqua sommerse i carichi sciogliendo il sale dell’uno e impregnando le spugne dell’altro.

Fu così che il primo asino nuotò leggero verso l’altra sponda e uscì senza fatica dal fiume, mentre il secondo, appesantito dalle spugne imbevute d’acqua, affondò nel fiume e morì annegato.”

Morale della favola, nella vita c’è chi porta sale e c’è chi porta spugne ma, prima o poi, arriva un fiume.

I furbi, che cercano sempre di portare le spugne per fare meno fatica, hanno tempo e modo di parlare (a vanvera) per criticare l’andatura di quelli che portano il sale.

Per fortuna, prima o poi, incontreranno un fiume sulla propria strada e allora o entreranno in acqua rischiando di affogare o se ne torneranno mogi, mogi, nella stalla dalla quale sono usciti.

Probabilmente, se ognuno portasse un po’ di sale e un po’ di spugne nessuno rischierebbe di morire affogato e nessuno avrebbe il tempo per star lì a criticare gli altri che si fanno carico di tutto il peso.

In una delle sue più belle omelie Papa Paolo VI ebbe a dire: “Bisognerebbe spiegare agli anziani che il mondo continuerà ad esistere anche dopo che loro non ci saranno più e, allo stesso tempo, bisognerebbe spiegare ai giovani che il mondo esisteva anche prima che loro nascessero.”

E Charles de Gaulle affermò che “… i cimiteri sono pieni di uomini dei quali il mondo non poteva fare a meno.”

Nessuno può salire in cattedra pretendendo di impartire lezioni di vita agli altri per “insegnare la verità”.

Senza girarci troppo intorno, mi riferisco nello specifico, a qualche fancazzista che, da qualche tempo, ha scoperto i social network e si diletta a straparlare su Facebook.

Questo, o questi, personaggi sembrano proprio quelli di cui parlava Umberto Eco quando sosteneva che i social media avevano dato diritto di parola agli imbecilli, a quelli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino.

Mi riferisco anche a quelle pagine che usano e abusano del termine Polizia Penitenziaria, arrogandosi il diritto di parlare a nome e per conto dell’Istituzione.

Mi riferisco a quelle pagine che pubblicano post come se fossero la più autorevole delle fonti, ma senza rivelare l’identità di chi scrive e, quindi, senza credenziali.

Chi sono costoro? Che titoli hanno per salire in cattedra? Cosa li legittima a parlare come se fossero docenti?

Come avrebbe detto il famoso avvocato Messina di Fiorello “…non lo sappiamo e non lo sapremo mai”.

Del resto, su internet, davanti ad una tastiera è facile pontificare e assumere toni di solenne superiorità, parlando in modo saccente e sussiegoso… altra cosa, però, è averne il titolo per farlo.

Il Papa, che parla urbi et orbi, è Dio in terra e ha il dogma dell’infallibilità.

Il bar di cui parlava Eco era pieno di commissari tecnici della nazionale di calcio, di politici illuminati e di filosofi della vita che avevano titolo a parlare grazie a un bel bicchiere di lambrusco.

Ma in quel bar conoscevamo il nostro interlocutore e ci facevamo due risate insieme a lui.

Chi sono, invece, questi pontefici del web che ci vogliono impartire lezioni di vita?

In alcuni casi circola pure il sospetto che non siano nemmeno colleghi in uniforme, che siano pseudo-intellettuali con velleità accademiche.

Non vorremmo che qualcuno, per necessità, cercasse di riciclarsi su internet sperando di riempire un vuoto comunicativo di stampo gossipparo, cimentandosi nel pettegolezzo e nel chiacchiericcio.

Per quale ragione, però, si sconfina in ambiti altrui?

Se, ad esempio, uno fa il regista e non riesce ad affermarsi nella sua professione rimanendo disoccupato, che può fare?

Dovrebbe provare a cimentarsi in ambiti limitrofi …sceneggiatura, fotografia, scenografia, video musicali, clip pubblicitarie.

Magari la televisione o anche la radio…

Ma che c’entra fare l’opinion maker della Polizia Penitenziaria?

Per impartire lezioni agli altri ci vuole autorevolezza.

L’autorevolezza è conferita dai titoli, dall’esperienza, dai risultati raggiunti e dal carisma acquisito.

E se uno questi titoli ce li ha in cinematografia non va ad insegnare logistica e organica militare.

La vita non è una pagina Facebook. Troppo facile pensare di risolvere i problemi con un post …

Chi scrive ricette miracolose per curare tutti i mali, chi sale in cattedra per insegnare agli altri, chi pensa di avere la soluzione a tutti i problemi dovrebbe, prima, dimostrare di avere i titoli per parlare.

Se si è sempre portato un carico di spugne non si può criticare chi si sobbarca i sacchi di sale perché ha un’andatura malferma; meglio fare attenzione, perché dietro ogni curva ci può essere un fiume.

Un asino si può anche fingere un cavallo, ma prima o poi sarà costretto a ragliare…

 

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