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Bullismo e baby gang

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In generale dopo l’arresto di un minorenne imputabile (14 ai 18 anni), il Pubblico Ministero della Procura Minorile, stabilisce se il baby gangster deve essere rimesso  in libertà oppure condotto in un Centro di Prima Accoglienza per Minorenni, sorvegliato della Polizia Penitenziaria, in cui rimane fino a quando l’Autorità Giudiziaria decide la sua sorte. Da quel momento in poi le possibilità a disposizione del giudice sono varie: custodia cautelare, collocamento presso comunità, permanenza in casa, prescrizioni, sospensione del processo e messa alla prova, sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto, perdono giudiziale.

Per i più il carcere risolverebbe la situazione in maniera definitiva, in virtù della sua riconosciuta capacità deterrente. Di avviso diametralmente opposto gli esperti che insistono: baby criminali non si nasce, ma si diventa.  La delinquenza di gruppo nasconde un malessere che è curabile.

È difficile dare un nome ad un disagio che è nella quasi totalità dei casi composito e stratificato: noia, ostilità, bisogno di riconoscimento, rabbia sociale, ideologie, narcisismo, paure. L’unica evidenza rimane quella violenza cieca, gratuita, che in molti minori/adolescenti, può trapassare in dipendenza vera e propria, un modo di vivere abituale.

Sul tema della devianza di gruppo minorile ed adolescenziale circolano immaginari collettivi che descrivono irrealisticamente il paese. Sembrerebbe che il fenomeno sia in aumento per qualità e quantità delle sue manifestazioni ma basta consultare i dati dell’Ufficio Studi e ricerche del Dipartimento Giustizia Minorile per rendersi conto che il fenomeno baby gang in Italia non aumenta tanto nel numero, ma si modifica per qualità e territori.

C’è una percezione della criminalità giovanile sovrastimata rispetto al dato reale . È difficile identificare il fenomeno e lavorare sulla sua conoscenza se non si tiene conto degli elementi “topici” che ricorrono nella maggior parte delle esperienze. La lista dei fattori scatenanti chiama in causa famiglie, scuola, società.

In generale i baby gangster italiani rientrano in due grandi categorie: quelli “a breve termine”, che commettono reati per così dire occasionalmente, in una fase specifica e transitoria della vita, e i recidivi “a lungo termine”, che commettono reati in maniera maggiormente pianificata e routinaria, spesso in connessione con una crescita ed un radicamento in ambienti socialmente deprivati o collegati alla criminalità organizzata.

In generale tra le cause del fenomeno baby gang vi sono fattori riferibili alla sfera dell’identità personale e del disimpegno morale (assumere un ruolo attraverso l’atto-reato, scarsa o nulla responsabilizzazione verso l’atto commesso). Disturbi della personalità e traumi patiti nella prima infanzia, insieme a fattori prettamente socio-familiari (padri deceduti/o poco autorevoli/o in carcere, abuso delle punizioni corporali, modelli di attaccamento disorganizzati, famiglie disaggregate, genitori separati o divorziati), nonché, ovviamente, fattori legati a precedenti esperienze di commissione di reati seguiti da interventi rieducativi e di risocializzazione fallimentari.

 

 

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