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Carceri e web sono la prima linea nella lotta al terrorismo islamico: noi della Polizia Penitenziaria siamo pronti?

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Carceri e web sono la prima linea nella lotta al terrorismo islamico.

Lo affermano  più che esplicitamente in una conferenza stampa sia il Presidente del Consiglio che il Ministro dell’Interno.

L’occasione per parlarne è stata la relazione che un gruppo di esperti ha consegnato al Governo, frutto di quattro mesi di lavoro su come prevenire l'estremismo jihadista, che prolifera sul web e nelle carceri.

Gentiloni e Minniti presentano la relazione della commissione sul radicalismo islamico: a rischio carceri e web

Il testo completo della relazione non è stato diffuso nemmeno alla stampa, ma evidentemente contiene argomentazioni sufficientemente convincenti per indurre le istituzioni ad individuare carceri e web come le “frontiere” su cui porre la massima attenzione.

Questo non significa che fino ad ora non è stato fatto nulla, ma forse non è stato abbastanza. 

Forse chi ha titolo e compito di prendere le decisioni nel DAP (tanto per fare un esempio in casa nostra), ancora non ha compreso bene la portata del problema in tutte le sue sfaccettature e le possibili implicazioni che si nascondono dietro la parola “web”, oppure, cosa molto più preoccupante, non è in grado di capirlo.

Di quali e quante siano le implicazioni da prendere in considerazione, ne ha parlato in un articolo su Il Sole 24 Ore, l’ex Generale della Guardia di Finanza Umberto Rapetto, già comandante del Gruppo Anticrimine Tecnologico che nel 2001 catturò e fece condannare gli hacker penetrati nel Pentagono e nella NASA: “È impreciso parlare di web, forse pericolosamente limitativo. La ragionevole fonte di angoscia risiede infatti nelle tecnologie, caratterizzate da una smisurata trasversalità (che le porta ad una sorta di onnipresenza) e dal loro inevitabile impiego duale (che determina l’utilizzo di strumenti per finalità ben differenti dall’originario scopo per i quali erano stati inventati e commercializzati).”

Cosa significa? Significa che ci troviamo di fronte ad una notevole accelerazione delle possibilità che i singoli componenti tecnologici ci mettono a disposizione, dei quali però non va considerato solo il singolo utilizzo per cui erano stati progettati, ma anche le risposte che possono offrire ai bisogni di persone interessate ad un loro utilizzo per fini criminali. C’è di più. Vanno considerate anche tutte le possibili combinazioni tra i vari prodotti e loro componenti che possono creare a loro volta altri strumenti, funzioni, utilizzi.

Siamo di fronte ad una “competizione” (ormai tristemente dichiarata) tra chi, per esempio, acquista una Playstation per fini ludici e chi la utilizza perché quel “giocattolo” offre un sistema di cifratura tale da consentire loro un vantaggio rispetto alle migliori agenzie di intelligence governative.

Il Generale Rapetto individua il primo fattore di questo vantaggio “nella pluralità di mezzi di collegamento, varietà assicurata sia sotto il profilo hardware (pc, tablet, smartphone), sia sotto quello software (deep web, dark net, instant messaging, spazi gratuiti in cui piazzare contenuti e disposizioni operative…), sia sul fronte delle opportunità di accesso (a partire dai mille hotspot – o punti di accesso – gratuiti a disposizione di chiunque desideri adoperare in modo anonimo una rete wi-fi libera).”

Quindi opportunità, bassi costi (se non addirittura gratuiti), facilità e pervasività d’uso tali da rendere praticamente “invisibile” chiunque.

Ma questo è solo il primo aspetto critico: “Il secondo punto di vantaggio è la sostanziale impreparazione delle Istituzioni a misurarsi su questo campo di battaglia”. Prosegue Rapetto: “quando un quarto di secolo fa imploravo che qualcuno mi desse ascolto, ho scoperto la totale insensibilità al problema della sicurezza informatica e in particolare alla drammaticità che avrebbe assunto il non farsi trovare pronti ad una sfida come quella odierna.”

E al DAP a che punto siamo?

Cosa possiamo dire a riguardo della preparazione della Polizia Penitenziaria, unica forza di polizia dello Stato, chiamata a misurarsi in prima linea in una delle due frontiere, quella delle carceri, nella lotta al terrorismo islamico? Ed è davvero l’unica frontiera dove la Polizia Penitenziaria è chiamata ad intervenire? Oppure la Polizia Penitenziaria è pesantemente esposta anche sulla seconda frontiera delle nuove tecnologie e (ed è l’aspetto più inquietante) nemmeno se ne rende conto (o meglio non se ne rendono conto coloro che la dirigono)?

I “segnali” che provengono dal DAP non sono affatto rassicuranti.

Quando una quindicina d’anni fa (molto più modestamente del Generale Rapetto) mi ritrovai a lavorare in un ristrettissimo gruppo di informatici della Segreteria Generale del DAP, venimmo incaricati di valutare le possibili implicazioni conseguenti alla possibilità di rendere disponibili alla popolazione detenuta, computer portatili, email e accesso ad internet. Erano tutte tecnologie ampiamente alla portata dell’amministrazione penitenziaria, in tutta sicurezza, a patto che venissero messe in atto e rispettate alcune semplici regole.

Prima fra tutte, quella di procedere preventivamente ad una  formazione specialistica del personale di Polizia Penitenziaria che sarebbe dovuto intervenire su tali tecnologie e, poi, anche lavorare su una consapevolezza diffusa a tutti i poliziotti penitenziari, sui possibili utilizzi fraudolenti di tali strumenti. Poi bisognava rimanere “al passo dei tempi”, specializzarsi, investire in tecnologie e uomini. Era evidente. Poi vennero le sperimentazioni e le soluzioni per “schermare” le carceri per difendersi dall’utilizzo dei primi telefoni cellulari, che già all’epoca iniziavano ad essere rinvenuti dentro le celle. Poi, invece, la Sezione Informatica venne prima dimezzata e poi ridimensionata ad assistenza tecnica.

Se oggi, dopo quindici anni, i computer portatili nelle carceri sono a disposizione di chiunque e dovunque senza che nessun poliziotto penitenziario possa realmente considerarsi “pronto” e si sta ancora parlando di email e accesso ad internet per i detenuti e, peggio ancora, si discute allegramente di skype per i ristretti al 41-bis, allora c’è più di una cosa che non va. Davvero non ci si rende conto di cosa significhi mettere a disposizione di un boss mafioso una comunicazione skype (sia pure con tutte le autorizzazioni e i controlli tecnici a monte)?

Francamente, a mio avviso, in tutti questi anni si sarebbe potuto fare di più e meglio. Sicuramente si poteva continuare ad “investire” nella Sezione Informatica della Segreteria Generale (magari anche avvicendando il personale scomodo) e, certamente, non si doveva permettere di far sciogliere l’Ufficio informatico del DAP sotto il naso, attraverso una fantomatica riorganizzazione del Ministero della Giustizia, relegandolo ad un mero problema di gestione del personale e di stanze da riallocare e, ancora peggio, scollegando quel che ne è rimasto dalla diretta dipendenza e comunicazione con il Capo DAP (come invece proponemmo noi del SAPPE). Ovviamente, bisognava ridefinire competenze e obiettivi dell’informatica, coinvolgendo aspetti come la formazione e la comunicazione. E, soprattutto, bisognava creare una task force che coinvolgesse il GOM, le banche dati, il NIC, gli informatici e le eventuali consulenze esterne.

Invece, ancora oggi, non abbiamo nulla di tutto questo … e non venitemi a parlare di banche dati, vi scongiuro.

I ragazzi della Torreggiani, Santi Consolo e la Sala Situazioni

Oggi, sono ancora più vere e più urgenti le considerazioni di Umberto Rapetto: “Si potevano anticipare i tempi, addestrare gli specialisti, attribuire compiti e responsabilità, disporre di una macchina da guerra fatta non solo di apparati troppo facili a comprarsi ma di risorse umane in grado di giocare la partita. Le attività di intelligence e quelle investigative non possono essere delegate ai più sofisticati sistemi hi-tech, ma hanno bisogno di analisti e detective capaci di interpretare quel che man mano accade e di suggerire le azioni maggiormente aderenti alle diverse necessità. Il brusco risveglio ha indirizzato alla ricerca di giovani talenti da pescare nelle Università, dimenticando che i teen-agers più brillanti non sono tra i banchi ma ai Centri Sociali e non considerando che l'esperienza di “sbirri” e “spie” non si acquisisce con un diploma.”

Con l’aumentare delle conoscenze, con l’avanzare della robotica, con la diffusione delle notizie, la diminuzione dei costi, la facilità di utilizzo di avanzati sistemi di comunicazioni criptate, fino a quando, nelle carceri, potremmo considerare estranee le altre considerazioni di Rapetto: “I terroristi frammentano le loro comunicazioni passando da un sistema all'altro ogni volta che si scambiano un messaggio. Il dialogo passa da WhatsApp a Telegram, ad una frase pubblicata tra i tanti commenti ad un articolo sul web, a Hangout, ad un sms su una scheda telefonica intestata a chissà chi ed utilizzata solo una volta, a Messenger, a file di testo da scaricare in FTP da un server accessibile solo con password e per pochi minuti, a Snapchat e così a seguire, spiazzando qualunque tentativo di pedinamento. La velocità è il primo nemico. E i terroristi l’hanno scelta come alleata.”.

L’altro nemico è voler ignorare, o anche solo sottovalutare, problemi e tecnologie tra le più disparate: come quella dei droni, per esempio.

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“Varrà la pena riflettere su quanto sta accadendo. – conclude Rapetto –  In qualche cassetto del mio vecchio Comando Generale forse ci sono ancora proposte ed appunti che, ormai datati, conservano miracolosamente una attualità straordinaria. E l’ormai arrugginito GAT potrebbe essere il primo serbatoio cui attingere per tirar su una squadra vincente.”

Varrà la pena andare ad aprire quei cassetti? Varrà la pena iniziare ad utilizzare il loro contenuto anche in ambito penitenziario? Varrà la pena mettere a confronto diverse competenze, punti di vista tra centro e periferia, esperienze dei giovani con quelle dei più anziani? Varrà la pena andare a leggere e ragionare, noi della Polizia Penitenziaria (e parlo di ogni ruolo della Polizia Penitenziaria, senza troppe ingerenze di direttori e dirigenti civili che tanto per loro la sicurezza è solo un ostacolo alle loro amicizie), su quegli appunti e ricalibrarli nello scenario attuale? 

Varrà la pena, oppure vogliamo davvero aspettare che le due frontiere, carceri e web, inizino a “dialogare” tra loro?

Perché se una cosa è certa, è che le tecnologie già lo consentono e qualcuno prima o poi sfrutterà questo “vantaggio”.

 

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