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Decreto Legislativo n.81/2008: Priorità all''ordine e alla disciplina ma senza tralasciare la sicurezza del posto di lavoro

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Era il settembre del 2016 quando ho iniziato a scrivere sulle pagine di questa nostra rivista, affrontando la delicata tematica relativa alla sicurezza sul luogo di lavoro.

Dell’argomento in questione abbiamo toccato numerosi temi, qualcuno dei quali lo abbiamo fatto con maggiore rigore, qualcun altro, invece, complice la difficoltà ed il tecnicismo della materia, con minore dovizia di dettagli. Sta di fatto, però, che molte altre tematiche, di questa complessa materia, dovranno ancora essere affrontate.

E’ mio intendimento in questo numero, non entrare nel merito di uno specifico argomento ma, in considerazione anche dell’anno trascorso, esortarvi a fare una riflessione.       

Cercare di capire cosa, al di là della norma e della conoscenza della stessa, ognuno di noi, lavoratore o datore di lavoro che sia, possa impegnarsi a fare all’interno del nostro ampio e diversificato ambito lavorativo.

Occupandomi da tempo della materia in qualità di rappresentante della sicurezza per i lavoratori, ho potuto constatare, infatti, che nei vari settori lavorativi dell’Amministrazione Penitenziaria molte cose debbono essere ancora realizzate per innalzare il livello di sicurezza sul posto di lavoro.

Negli ultimi anni, in campo carcerario, ad esempio, si vive, a mio avviso, una situazione molto preoccupante.

Ne sono testimoni ogni giorno i nostri colleghi, donne e uomini della Polizia Penitenziaria, che prestano la loro attività lavorativa presso i reparti detentivi di tutta Italia, in particolare dove è stata adottata la cosiddetta vigilanza dinamica.

Nei penitenziari, difatti, il concetto di sicurezza sul posto di lavoro viene identificato da tutti con la sola, così come prescritto dal Ordinamento Penitenziario, necessità di mantenere l’ordine e la disciplina all’interno dell’istituto. Attuare, cioè, quelle norme e regolamenti che hanno prevalentemente l’obiettivo di prevenire i problemi di gestione della popolazione detenuta. Su questo vorrei dire: nulla quaestio.

Il problema è che esiste anche un altro tipo di sicurezza, che è evidentemente meno “considerata” dai vertici del DAP: la sicurezza sul posto del lavoro. Il termine, dunque, è lo stesso, ma è la modalità di perseguirla che deve essere diversa.

Non vi è dubbio che un luogo di lavoro in cui un agente penitenziario è costretto a svolgere il suo dovere, lasciato spesso solo, ed in alcuni casi a vigilare perfino sezioni dislocate su più piani, per giunta con i ristretti lasciati liberi di “passeggiare” tutto il giorno per la sezione, sia poco, o per nulla, rispondente ai principi sanciti dal D.Lgs. n. 81/2008. Sono sempre più numerosi, infatti, i casi di aggressione che si verificano a danno di poliziotti penitenziari, e che avvalorano la tesi di una precaria sicurezza rivolta a chi presta la sua quotidiana attività lavorativa.

Nessuno può più celare questi episodi, così come non si può negare che queste nuove, discusse e discutibili, modalità di custodia hanno compromesso, e non poco, le condizioni lavorative di chi in carcere svolge la sua attività.

Questi casi, dunque, debbono far riflettere sulla necessità di mettere in campo più idonei ed efficaci strumenti che consentano a chi opera nei penitenziari di percepire, ed avere, una maggiore tutela della propria incolumità, sia fisica che psichica, così come novellato dalla norma in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro.

Magari partendo dall’incremento del numero del personale di polizia operante. Incremento, certo, che non può essere realizzato solo con il recupero di qualche decina di unità “distratte” in compiti diversi da quelli d’istituto, ma perseguito con una serio programma di assunzione di nuove e più numerose leve di agenti penitenziari.

Contemporaneamente, destinando concreti ed adeguati fondi volti ad un, oramai improcrastinabile, ammodernamento dei luoghi di lavoro, e, in taluni casi, a realizzare nuovi posti di servizio con una architettura più rispondente alle attuali modalità lavorative.

Arrivare, pertanto, a generare nel nostro ambiente lavorativo un vero, reale ed unanime concetto di sicurezza che contemperi da un lato l’indispensabile esigenza di governo e di buona custodia degli istituti penitenziari, più note come “ordine e disciplina”, e dei loro “utenti” detenuti e, dall’altro, l’altrettanto imprescindibile necessità di fare di ogni luogo di lavoro, quindi anche il carcere, un luogo sicuro dove poter lavorare.

 

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