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… e intanto nelle carceri aumentano gli eventi critici

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Quello che abbiamo scritto negli ultimi mesi sulla situazione dell’amministrazione penitenziaria e delle carceri in generale trova sempre più conferme, giorno dopo giorno. Gli eventi critici non accennano a diminuire, anzi, sono sempre più drammatici. Erano tanti anni che in carcere non si verificava un omicidio. Nei giorni scorsi è avvenuto anche questo: un detenuto ha ucciso il compagno di cella nel carcere di San Gimignano.

A seguito di un violento litigio tra due detenuti romeni uno ha ammazzato l’altro, usando uno sgabello di legno con il quale ha colpito più volte il compagno di cella. Il detenuto ucciso era un ergastolano in carcere per omicidio. « Nel carcere di San Gimignano – ha dichiarato il Garante dei detenuti della Toscana – che è classificato ad alta sicurezza, non c’è un direttore: è la direttrice di Grosseto che copre anche questa funzione recandosi presso la struttura un paio di volte a settimana. E’ una situazione che ho denunciato più volte e non è isolata. A Sollicciano è lo stesso, c’è un direttore a mezzo servizio, per così dire, che da Parma viene a Firenze». Il garante precisa ancora che nel carcere di Livorno era già successo un fatto simile, fortunatamente senza morti, e punta il dito contro l’utilizzo degli sgabelli che per le loro caratteristiche possono essere usati come armi improprie. Tra l’altro – aggiunge – la Toscana è stata senza un provveditore ad hoc per molto tempo. Nulla di nuovo, per noi, potremmo dire. Sono cose che denunciamo da anni e che accomunano ormai tutte le regioni d’Italia. Tanto per fare qualche esempio, manca un provveditore titolare in Calabria e in Emilia Romagna, mancano direttori titolari di sede in tanti istituti, mentre al Dipartimento ce ne sono in esubero, ci sono addirittura istituti dove manca il comandante di reparto. E non ci sono solo gli sgabelli ad essere pericolosi nelle celle; ci sono, per esempio, le bombolette di gas, quelle da campeggio, che i detenuti usano per cucinare e scaldare cibi e bevande. Alcuni di loro, i tossicodipendenti, le usano per inalare il gas come sostitutivo della droga, per provare un po’ di sballo, ma a volte, soprattutto quando infilano la testa nella busta di plastica, per aumentare l’effetto, perdono i sensi e anche la vita. Lo abbiamo denunciato tante volte, ma non interessa a nessuno. Nelle carceri entra droga, ma l’amministrazione non ha ancora provveduto, a ventidue anni di distanza dalla previsione normativa delle unità cinofile (d.P.R. 395/95), ad attivarle almeno in tutte le regioni; i telefoni cellulari si trovano nelle celle come nei negozi di telefonia, nel carcere di Verona ne sono stati trovati 30 in pochissimo tempo, ma nessuno ha mai assunto iniziative concrete per schermare gli istituti, ovvero per acquistare gli strumenti per la ricerca degli stessi. I detenuti evadono e il ministro dichiara che, comunque, la Polizia Penitenziaria li riprende subito. Quindi, si potrebbe dedurre che l’evasione, dal carcere o dal permesso, non sarebbe un grosso problema. Forse è per questo che non si investe in sistemi di sicurezza: videocamere, impianti antintrusione e antiscavalcamento, ecc.

Una seria riflessione bisognerebbe farla anche sulle modalità di concessione dei benefici penitenziari e sui soggetti da ammettere a fruirne. Com’è possibile, si sono interrogati molti cittadini, concedere la possibilità a un ergastolano di lasciare il carcere per recarsi tutti i giorni in treno a lavorare presso la Scuola di Polizia Penitenziaria di Cairo Montenotte? La legge lo consente, risponderebbero gli addetti ai lavori. Certo, la legge lo consente, ma forse una valutazione più attenta sulla pericolosità del soggetto consentirebbe di escluderlo.

Poteva lavorare ugualmente, ma sotto il controllo della Polizia Penitenziaria.

A lavorare alla scuola di Cairo Montenotte poteva andarci un detenuto meno pericoloso, magari con pochi anni da scontare. Molto probabilmente non sarebbe scappato.

A settembre abbiamo incontrato il Ministro Orlando, insieme a tutte le altre organizzazioni sindacali, il quale ha detto nel suo intervento che si sarebbe impegnato a ripristinare corrette relazioni, anche al fine di capire che cosa non avesse funzionato nell’applicazione, corretta, delle direttive politiche. Il problema, in realtà, non è la corretta applicazione delle direttive politiche, ma le direttive stesse che sono sbagliate. Lo abbiamo detto più volte: rendere le carceri più umane e più vivibili, fare stare meglio i detenuti, non vuol dire smantellare il sistema di sicurezza delle carceri stesse e delegittimare completamente la Polizia Penitenziaria. Far stare bene i detenuti non vuol dire solo aprire le celle e lasciarli liberi e indisturbati, ma farli lavorare, fargli svolgere attività formative, affinché, una volta usciti dal carcere, possano intraprendere un percorso di vita diverso; laddove è possibile, ovviamente, considerato che alcuni di essi, appartenenti alla criminalità organizzata ed altri, non potranno mai essere recuperati.

 

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