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E’ stato saggio rinviare la riforma penitenziaria. Evitata la destabilizzazione del carcere duro e del concetto stesso di pena

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Giovedì 22 febbraio scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato, ancora in via preliminare, solo una parte dei decreti delegati di attuazione della delega contenuta nella riforma del sistema penale (legge 106/2017): l’esecuzione della pena dei condannati minorenni, la riforma delle condizioni di vita detentiva e del lavoro penitenziario e le nuove modalità di giustizia riparativa e mediazione tra il reo e la vittima.

Tutto il resto, cioè il potenziamento delle misure alternative al carcere e della concessione dei benefici penitenziari con la eliminazione degli automatismi ostativi e l’innalzamento della pena del reato non ostativa alla concessione a 4 anni, è stato accantonato in vista di una approvazione (in via definitiva visto che camera e senato hanno già espresso i pareri) in un prossimo futuro. In piena campagna elettorale la riforma ambiziosa del sistema penitenziario, ispirata a una concezione avanzata e costituzionale di esecuzione penale, portata avanti nell’arco di quasi una legislatura dal ministro guardasigilli Andrea Orlando, ha dovuto perdere alcuni pezzi importanti per non lasciare campo libero alle forze di opposizione, che sulla sicurezza dei cittadini hanno improntato il braccio di ferro elettorale.

“Abbiamo varato tre decreti attuativi della riforma dell’ordinamento penitenziario”, ha detto il premier Paolo Gentiloni in conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri.

“Il nostro è un lavoro in progress. Lavoriamo con strumenti diversi con l’obiettivo innanzitutto che il sistema carcerario contribuisca a ridurre il tasso recidiva da parte di chi è accusato o condannato per reati”.

I tre decreti delegati, sui quali le camere dovranno comunque esprimere il parere, attuano la riforma con riguardo ai commi 82, 83 e 85 lettere f, g, h, p, r dell’articolo 1 della legge 106, relativi a esecuzione penale per i condannati minorenni, condizioni di vita detentiva e giustizia riparativa. Esecuzione penale per i condannati minorenni e al di sotto dei 25 anni. Centrale è la disciplina delle misure penali di comunità e la previsione di un modello che punti a “personalizzare” il trattamento.

E’ stata una scelta saggia, quella di rinviare la riforma penitenziaria. Era assurdo approvare con un colpo di mano l’ennesimo e assurdo svuota carceri in danno delle vittime della criminalità.  Per di più a fine legislatura.

Nei mesi precedenti l’annunciata riforma, il SAPPE si era fatto portavoce dei rilievi di autorevoli magistrati e associazioni di vittime della criminalità per denunciare i provvedimenti oggetto del decreto di riforma penitenziaria avrebbero indebolito il sistema giudiziario e carcerario: uno “svuota carceri” mascherato, fino alla rottamazione del 41bis. Altro che più sicurezza: in quel decreto erano contenuti un insieme di benefici a vantaggio di appartenenti alla criminalità organizzata e a quella comune, seppur violenti.

E’ stato dunque saggio rinviare la riforma penitenziaria.

La situazione delle carceri si è notevolmente aggravata rispetto al 2016. I numeri riferiti agli eventi critici avvenuti tra le sbarre nell’interno anno 2017 sono inquietanti: 9.510 atti di autolesionismo (rispetto a quelli dell’anno 2016, già numerosi: 8.586), 1.135 tentati suicidi (nel 2016 furono 1.011), 7.446 colluttazioni (che erano 6.552 l’anno prima) e 1.175 ferimenti (949 nel 2016). E la cosa grave è che questi numeri si sono concretizzati proprio quando sempre più carceri hanno introdotto la vigilanza dinamica ed il regime penitenziario ‘aperto’, ossia con i detenuti più ore al giorno liberi di girare per le Sezioni detentive con controlli sporadici ed occasionali della Polizia Penitenziaria.

Per noi del SAPPE lasciare le celle aperte più di 8 ore al giorno senza far fare nulla ai detenuti – lavorare, studiare, essere impegnati in una qualsiasi attività – è controproducente perché lascia i detenuti nell’apatia: non riconoscerlo vuol dire essere demagoghi ed ipocriti.

E la proposta è proprio quella di sospendere la vigilanza dinamica: sono infatti state smantellate le politiche di sicurezza delle carceri preferendo una vigilanza dinamica e il regime penitenziario aperto, con detenuti fuori dalle celle per almeno 8 ore al giorno con controlli sporadici e occasionali, con detenuti di 25 anni che incomprensibilmente continuano a stare ristretti in carceri minorili.

Non a caso il SAPPE è tornato a sottolineare l’alto dato di affollamento delle prigioni italiane: oggi abbiamo in cella 58.087 detenuti per circa 45mila posti letto: 55.646 sono gli uomini, 2.441 le donne. Gli stranieri sono il 35% dei ristretti, ossia 19.818.  Mancano Agenti di Polizia Penitenziaria e se non accadono più tragedie più tragedie di quel che già avvengono è solamente grazie agli eroici poliziotti penitenziari, a cui va il nostro ringraziamento.

Un esempio su tutti: negli ultimi 20 anni le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria hanno sventato, nelle carceri del Paese, più di 18mila tentati suicidi ed impedito che quasi 133mila atti di autolesionismo potessero avere nefaste conseguenze.

Ed è per questo che il giudizio del SAPPE sulla riforma dell’Ordinamento Penitenziario è sempre stato critico.

I dati ci confermano che le aggressioni, i ferimenti, le colluttazioni – che spessissimo vedono soccombere anche gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria, sempre più contusi e feriti da una parte di popolazione detenuta prepotente e destabilizzante – sono sintomo di una situazione allarmante, per risolvere la quale servono provvedimenti di tutela per gli Agenti e di sicurezza per le strutture carcerarie e certo non leggi che allarghino le maglie della sicurezza penitenziaria.

 

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