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Emergenza carceri: basta interventi tampone, bisogna costruire nuovi penitenziari

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Emergenza carceri.

Più che indicare la drammatica situazione del sistema penitenziario italiano l’espressione emergenza carceri mi sembra diventato un vero e proprio slogan.

Il titolo di un convegno? Emergenza carceri. Il titolo di un articolo? Emergenza carceri. Un’interrogazione parlamentare? Emergenza carceri. Una dichiarazione del Garante? Emergenza carceri. Un’agenzia di stampa? Emergenza carceri.

E si potrebbe andare avanti così con chissà quanti altri esempi ancora.

A forza di evocare questa disgraziata emergenza carceri abbiamo finito per trasformare il fenomeno da patologico a fisiologico.

Ebbene si… mi sembra proprio che l’emergenza carceri venga ormai considerata come una fisiologia del sistema penitenziario italiano.

L’opinione pubblica si è così abituata a sentire, e leggere, questa tarantella dell’emergenza carceri che ha finito per metabolizzarla come una caratteristica endogena dell’esecuzione penale italiana.

E quando parlo di opinione pubblica intendo anche i mass media, la politica e, purtroppo, perfino la maggior parte degli addetti ai lavori.

Quando la patologia si trasforma in fisiologia, si rischia che il sistema abituato a contrastare i fenomeni morbosi smetta di farlo perché i sintomi vengono percepiti come regolare funzionamento del proprio organismo.

In altre parole, se l’emergenza diventa normalità e lo straordinario diventa ordinario, finirà che dovremo rassegnarci a gestire il sistema penitenziario come un gigantesco caravanserraglio molto simile allo scenario della città-carcere inventata da John Carpenter nel film 1997 fuga da New York.

In quella fiction, però, non c’erano poliziotti penitenziari all’interno del perimetro detentivo.

Talvolta è anche un po’ frustrante analizzare ancora una volta le cause ed i motivi che hanno provocato la degenerazione del sistema penitenziario italiano, a partire dall’indulto concesso nel 2006 che, senza essere stato accompagnato da una riforma strutturale dell’esecuzione penale, è rimasto un provvedimento tampone fine a se stesso e senza alcun effetto frenante sulla crescita della popolazione detenuta.

Eppure, paradossalmente, c’è tuttora qualcuno che difende quel provvedimento considerandolo un "… atto di clemenza che ha fatto bene al carcere e alla società".

A sostegno di questa opinione, ho sentito citare una ricerca dell'Università di Torino secondo la quale "più carcere si fa, più si delinque".

Ricerca che, però a mio avviso, potrebbe condurre anche ad una conclusione opposta per la quale “più si delinque, più carcere si fa”.

Sempre a sostegno dell’opinione secondo la quale l’indulto del 2006 è stato un ottimo provvedimento, qualcuno afferma che sui trentamila detenuti usciti dal carcere il tasso di recidiva è stato soltanto del 28,4 per cento, meno della metà della percentuale della popolazione detenuta che non ne ha beneficiato.

Per questo motivo, secondo costoro, l'indulto avrebbe contribuito alla sicurezza collettiva.

Peccato che in questo ragionamento viene omesso di specificare che il tasso di recidiva degli indultati non tiene conto di chi è tornato a delinquere ma non è stato scoperto e, soprattutto, non accenna al fatto che se quasi diecimila indultati, su trentamila, sono tornati in carcere, l'indulto ha causato diecimila nuove vittime che, senza di questo, non avrebbero subito alcun reato.

Forse, ma proprio forse, sarebbe necessario sentire anche l’opinione delle vittime di questi reati (o, nei casi più gravi, dei parenti superstiti).

Peraltro, per rimanere in tema di ricerche universitarie, sarebbe opportuno ricordare quella della Bocconi che, qualche anno fa, arrivò alla conclusione che il sistema carcerario italiano è tanto costoso quanto inefficiente.

I risultati di quella ricerca provarono anche che la situazione è tornata critica, con la popolazione detenuta risalita ai livelli che spinsero all’indulto del 2006, e con un sovraffollamento causato dal fatto che l’aumento di ricettività (+5,5% negli ultimi dieci anni) non è stato proporzionato all’aumento di detenuti (+22%), in condizioni inaccettabili per i ristretti e per il personale che li sorveglia. 

Secondo i ricercatori, nel breve termine si può anche ricorrere a provvedimenti legislativi o procedurali, come amnistia e misure alternative alla detenzione, ma in un’ottica di lungo periodo la soluzione va ricercata nella gestione più efficiente delle carceri.

Per valutare l’efficienza del sistema, l’università ha studiato i dati di 142 carceri (su un totale di circa 200 esistenti in Italia).

La ricerca ha accertato una ridotta dimensione delle carceri italiane, l’ottanta per cento delle quali ha meno di 300 posti, mentre la popolazione detenuta è risultata essere il 130% della capacità ricettiva del sistema.

Il rapporto medio poliziotti penitenziari-detenuti è risultato essere di 0,85. La spesa per il personale rappresenta il 70% del costo medio per detenuto, con il rimanente 30% che copre vitto, spese mediche, strutture, ecc.

Elaborando i dati, infine, i ricercatori hanno realizzato la funzione di costo delle prigioni italiane, determinando un tasso medio di inefficienza pari al 2,5, ovvero le prigioni italiane spendono 2,5 volte più di quanto sarebbe necessario per essere gestite in modo efficiente. La spesa media per detenuto è chiaramente correlata al numero presente in un singolo carcere e, dato che l’80% dei penitenziari italiani ha meno di 300 posti, ci sono notevoli economie di scala che potrebbero essere sfruttate per guadagnare in efficienza.

In definitiva, dunque, i ricercatori indicano come soluzione ottimale quella di programmare nel lungo periodo la costruzione di carceri più grandi, e dunque più efficienti e, in una prospettiva più immediata, uno sforzo di ottimizzazione nell’utilizzo delle risorse, con la chiusura di istituti fortemente sottoutilizzati che porterebbe, in tempi relativamente brevi, a risparmi di spesa strutturali e non effimeri, stimabili in almeno un centinaio di milioni di euro.

A mio parere, ci sarebbe da ripartire, quindi, con quel piano carceri avviato nel 2011, per il quale furono stanziati 700 milioni di euro ma spesi solo 50, indirizzandolo esclusivamente verso la costruzione di nuovi istituti con maggior numero di posti, con iter più veloci e circuiti differenziati per la detenzione, in linea con i suggerimenti dell’università milanese.

E’ indispensabile, però, che questo, così come qualsiasi altro intervento strutturale sull’esecuzione penale, arrivi a compimento prima che questa stramaledetta emergenza carceri completi la sua mutazione genetica da patologica in fisiologica.

 

 

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