<

Gratteri, Ardita, Stati Generali… fino ad oggi sono state ignorate tutte le proposte di riforma della Polizia Penitenziaria …il 2018 sarà l’anno buono?

0
Share.

Ormai sono diversi anni che si discute e si dibatte sulla opportunità e/o sulla necessità di unificare la Polizia Penitenziaria e la Polizia di Stato.

In realtà, un paio di anni fa ci siamo arrivati davvero ad un passo allorquando si è deciso l’assorbimento del Corpo Forestale dello Stato da parte dell’Arma dei Carabinieri.

Infatti, nel provvedimento originario concepito dal Governo Renzi era previsto, appunto, anche l’assorbimento della Polizia Penitenziaria da parte della Polizia di Stato.

Nell’iter procedurale del provvedimento, però, in fase di acquisizione dei vari pareri istituzionali, emerse un’obiezione.

Fu eccepita, infatti, l’esistenza di  direttive dell’Unione Europea secondo le quali la forza di polizia che deve attendere all’esecuzione penale non può essere la stessa che procede all’arresto del soggetto nei confronti del quale viene applicata la limitazione della libertà personale.

Pur senza approfondire e delineare i termini della questione, l’eccezione fu ritenuta pertinente e, quindi,  sufficiente a far decadere l’iniziativa.

Pur tuttavia, il dibattito non si è interrotto, ne l’argomento ha perso di interesse.

Nel frattempo, infatti, sono sopraggiunte alcune proposte di riforma del Corpo di Polizia Penitenziaria, anche in direzioni opposte fra loro (qualcuna proponeva la perdita delle funzioni di polizia).

La proposta più significativa, in forma soltanto abbozzata, è arrivata dal magistrato Nicola Gratteri incaricato dal premier Renzi di preparare un progetto di riforma della giustizia, più in generale.

Secondo questa bozza, la Polizia Penitenziaria si doveva trasformare nel Corpo della Polizia di Giustizia, da porre alle dirette dipendenze del Ministro, e con esclusive funzioni di polizia. La Polizia di Giustizia avrebbe assunto compiti esterni agli istituti penitenziari laddove sarebbe dovuta intervenire soltanto in caso di necessità determinate da rischi per l’ordine e la sicurezza. Nelle sezioni detentive, secondo Gratteri, avrebbe dovuto prestare servizio soltanto personale civile dei ruoli educativi e/o psico-pedagogici. Alla Polizia di Giustizia, sempre secondo Gratteri, andavano attribuite competenze attinenti l’esecuzione penale esterna, la gestione dei collaboratori di giustizia e la ricerca degli evasi.

In buona sostanza, Nicola Gratteri, il Corpo di Polizia Penitenziaria si doveva riformare ad immagine e somiglianza degli U.S. Marshal statunitensi.

Lirio Abbate, sull’Espresso, scriveva a quel tempo:  Palazzo Chigi affida lo studio della riforma a un comitato guidato da Nicola Gratteri con Davigo e Ardita. Con proposte radicali, che però potrebbero scontrarsi con quelle elaborate dai tecnici del ministero guidato da Andrea Orlando.

Nel corpo dell’articolo Abbate precisava: La Polizia Penitenziaria verrà spazzata via e al suo posto nascerà una “police” della giustizia, con compiti e ruoli ampi anche sul territorio e non solo nelle carceri. Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria sarà cancellato, sostituendolo con una struttura più snella e un risparmio di centinaia di milioni di euro. C’è anche l’idea di eliminare i tour giudiziari dei detenuti di mafia e farli partecipare ai loro processi in video conferenza, come è già previsto per quelli sottoposti al carcere duro, con un risparmio di 70 milioni di euro all’anno. Insomma, una rivoluzione che sta venendo messa a punto da una commissione voluta da Matteo Renzi: una squadra di super-esperti coordinata da Nicola Gratteri, il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, che ha accettato l’incarico a titolo gratuito. Da luglio assieme a lui si riuniscono magistrati di grande prestigio come Piercamillo Davigo, Sebastiano Ardita e Alberto Macchia. Con l’incarico di riformare aspetti chiave della malandata macchina giudiziaria: la semplificazione delle norme, delle misure di prevenzione, del sistema penitenziario e dei reati ambientali.

Successivamente, la bozza di riforma è stata ripresa e approfondita in maniera un po' più articolata dal tavolo 15 degli Stati Generali dell’Esecuzione Penale, presieduto dal magistrato Sebastiano Ardita.

La proposta del tavolo quindici, prendendo le mosse dal lavoro di Gratteri, ha sviluppato ulteriormente l’architettura del progetto.

Secondo Ardita, il Dap è “…una struttura pletorica che comporta altissimi costi per lo Stato e restituisce una azione inefficiente, perché paralizzata, in sede centrale, dall’eccesso di autonomia riconosciuta ai singoli settori, spesso in contrasto tra loro, e, in periferia, dai conflitti interni tra le diverse categorie”.

In buona sostanza “…la riforma degli agenti di custodia del 1990 è rimasta per molti versi incompiuta, risolvendosi nella mera estensione del compito di traduzione dei detenuti a quella che è rimasta in sostanza una polizia del carcere. Eppure il reclutamento, la formazione e le qualifiche attribuite agli appartenenti al Corpo avrebbero meritato un ben altro destino. Nonostante la smilitarizzazione e l’adozione di un ordinamento civile il ruolo è rimasto limitato ed imbrigliato da molteplici fattori di natura organizzativa. ”.

E, sempre secondo il tavolo quindici, “… le ragioni di questa sottoutilizzazione vanno ricercate nella pletorica organizzazione e nella mancata definizione di un target funzionale ed istituzionale ben preciso, e dunque connotato da proprie specifiche ed autonome funzioni di polizia”.

E, ancora, “… la Polizia Penitenziaria, incardinata nel Ministero della Giustizia, nella quale opera un personale qualificato e reclutato tra le migliori risorse umane del Paese, dotata di un ruolo direttivo di nuova istituzione, si trova oggi confinata alla gestione della custodia e del carcere, nonché relegata in posizione di secondo piano tra le forze di polizia”.

Dopo questa attenta analisi, il tavolo quindici degli Stati Generali dell’Esecuzione Penale è arrivato a queste conclusioni: “…solo riorganizzando il Corpo che cura l’esecuzione della pena, prevedendo funzioni organicamente collegate alla medesima ed attribuendogli uno specifico ruolo tra le forze di polizia, si potranno ottenere gli sperati risultati sul piano della efficienza nella esecuzione penale e della corrispondenza del percorso penitenziario alle finalità previste dall’art. 27 della Costituzione. Ineludibile appare l’esigenza di realizzare un Corpo di Giustizia che, come previsto in altri paesi occidentali, si occupi della sicurezza dei luoghi di detenzione e di coloro che ivi operano o sono reclusi. Un Corpo di polizia che, dunque, provveda alla vigilanza ed all’assistenza nel percorso di rieducazione dei reclusi in carcere o nel domicilio sin dal momento di inizio della esecuzione della misura e che, ove il magistrato lo disponga, possa – al pari delle altre forze di polizia – direttamente dare esecuzione ai provvedimenti di carcerazione emessi nei confronti di condannati in via definitiva. Un Corpo che, analogamente a quanto avviene in altri Stati (si pensi ai Marshall negli Stati Uniti), si occupi, inoltre, della protezione dei collaboratori di giustizia, e della sicurezza dei magistrati e degli uffici giudiziari”.

Purtroppo, nonostante le buone intenzioni, né la proposta Gratteri né la proposta del tavolo quindici degli Stati Generali hanno avuto alcun seguito.

Tuttavia, passato il momento potenzialmente riformista, sono tornate a farsi sentire le voci di chi continua a chiedere il passaggio del Corpo alle dipendenze del Ministero dell’Interno.

La maggior parte delle rivendicazioni tendono ad una Polizia Penitenziaria inglobata dalla Polizia di Stato, sul modello dell’assorbimento del Corpo Forestale dello Stato da parte dei Carabinieri.

Le istanze nascono dal grande senso di disagio che pervade i poliziotti penitenziari, che si sentono sempre più soli ed abbandonati da vertici apatici e disinteressati al benessere del personale. Vertici che non indossano l’uniforme del Corpo e che non sono in organico alla Polizia Penitenziaria.

Tutto questo disagio, questo malumore che serpeggia tra le fila dei baschi azzurri sostiene e rafforza un forte desiderio riformista che, prima o poi, potrebbe realizzarsi in una nuova trasformazione del Corpo di polizia che attende all’esecuzione penale.

Chissà che proprio il 2018 non sia l’anno della svolta…

 

 

About Author

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

WhatsApp Ricevi news su WhatsApp