<

I drammi umani che ruotano intorno al carcere

0
Share.

Il mese di dicembre sta registrando dati allarmanti nelle carceri italiane.

In pochi giorni si sono consumati drammi umani inimmaginabili. Martedì 12 dicembre un detenuto di origine marocchina di 20 anni, ristretto per avere commesso il reato di rapina e con fine pena 2020, si è impiccato nel bagno della sua cella nel carcere San Vittore di Milano. L’uomo era detenuto nel V Reparto detentivo del carcere di San Vittore e si è impiccato nel bagno della cella. Nonostante il tempestivo intervento dell’Agente di Polizia Penitenziaria, non è stato purtroppo possibile salvargli la vita. Un gesto grave, che lascia in noi amarezza e sgomento.

Ricordo a me stesso che un pronunciamento del Comitato nazionale per la Bioetica ha sottolineato come “il suicidio di un detenuto costituisce solo un aspetto di quella più ampia e complessa crisi di identità che il carcere determina, alterando i rapporti e le relazioni, disgregando le prospettive esistenziali, affievolendo progetti e speranze. La via più netta e radicale per eliminare tutti questi disagi sarebbe quella di un ripensamento complessivo della funzione della pena e, al suo interno, del ruolo del carcere”.

Ma tra sabato 9 e domenica 10 dicembre altri due detenuti si sono tolti la vita, a Regina Coeli e Terni. Tre detenuti che si tolgono la vita in carcere in meno di una settimana sono un fallimento per lo Stato. Vittime innocenti di un disagio individuale a cui non si riesce a fare fronte nonostante gli sforzi e l’impegno degli operatori, in primis le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria che il carcere lo vivono nelle sezioni detentive. Questi suicidi evidenziano come i problemi sociali e umani permangono, eccome!, nei penitenziari, lasciando isolato il personale di Polizia Penitenziaria (che purtroppo a San Vittore non ha potuto impedire il grave evento) a gestire queste situazioni di emergenza. Il suicidio è spesso la causa più comune di morte nelle carceri. Gli istituti penitenziari hanno l’obbligo di preservare la salute e la sicurezza dei detenuti, e l’Italia è certamente all’avanguardia per quanto concerne la normativa finalizzata a prevenire questi gravi eventi critici. Ma il suicidio di un detenuto rappresenta un forte agente stressogeno per il personale di polizia e per gli altri detenuti. Per queste ragioni un programma di prevenzione del suicidio e l’organizzazione di un servizio d’intervento efficace sono misure utili non solo per i detenuti ma anche per l’intero istituto dove questi vengono implementati.

E’ proprio in questo contesto che viene affrontato il problema della prevenzione del suicidio nel nostro Paese. Ma ciò non impedisce, purtroppo, che vi siano ristretti che scelgano liberamente di togliersi la vita durante la detenzione. Di più, a certificare la drammaticità di ciò che parliamo, si consideri che negli ultimi 20 anni le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria hanno sventato, nelle carceri del Paese, più di 19mila tentati suicidi ed impedito che quasi 145mila atti di autolesionismo potessero avere nefaste conseguenze…

Ma è anche la Polizia Penitenziaria che sta vivendo un periodo nefasto.

In tre settimane, tra novembre e dicembre, si sono tolti la vita due poliziotti penitenziari, l’uno in servizio a Padova e l’altro a Tolmezzo. E sembra davvero non avere fine il mal di vivere che caratterizza gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria, uno dei quattro Corpi di Polizia dello Stato italiano.

E’ importante e fondamentale evitare strumentalizzazioni ma necessario è comprendere e accertare quanto hanno eventualmente inciso l'attività lavorativa e le difficili condizioni lavorative nel tragico gesto estremo posto in essere dal poliziotto.

Non può essere sottaciuto ma deve anzi seriamente riflettere la constatazione che negli ultimi 3 anni si sono suicidati più di 55 poliziotti e dal 2000 ad oggi sono stati complessivamente più di 110, ai quali sono da aggiungere anche i suicidi di un direttore di istituto (Armida Miserere, nel 2003 a Sulmona) e di un dirigente generale (Paolino Quattrone, nel 2010 a Cosenza). Prima del suicidio del collega nel carcere di Tolmezzo, avvenuto nella notte tra sabato 9 e domenica 10 dicembre, vi sono stati suicidi di poliziotti penitenziari a Padova, Termini Imerese, Cosenza (dove l’uomo aveva prima ucciso la moglie) e Marsala. Quel che è certo è che sui temi del benessere lavorativo dei poliziotti penitenziari l’Amministrazione Penitenziaria continua ad essere in grave affanno e in colpevole ritardo, senza alcuna iniziativa concreta. I poliziotti continuano a suicidarsi, l’Amministrazione Penitenziaria non mette in campo alcuna concreta iniziativa per contrastare il disagio lavorativo e dare un sostegno a chi è in prima linea nelle carceri.

Il pensiero del SAPPE va ai familiari, agli amici e ai colleghi dei nostri colleghi che hanno deciso di togliersi la vita. A loro va il nostro pensiero e la nostra vicinanza. Ma il Ministero della Giustizia ed il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria continuano a non fare nulla di concreto per contrastare il disagio psicologico dei poliziotti, anche se non è direttamente collegato col servizio. E non può essere l’istituzione di un numero verde telefonico (di Roma!) la soluzione ai disagi umani e individuali che ognuno di noi può vivere in momenti particolari della vita.

Il dato oggettivo, insomma, è che la situazione nelle carceri resta allarmante. Altro che emergenza superata! E la politica deve assumere provvedimenti concreti, per il carcere ed il Corpo di Polizia Penitenziaria, lasciando da parte gli slogan demagogici.

 

 

About Author

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

WhatsApp Ricevi news su WhatsApp