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I rapporti della Polizia Penitenziaria con le altre figure presenti nel carcere

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Come ho già avuto modo di scrivere la Polizia Penitenziaria ha diversi compiti, ma oggi vorrei soffermami su di uno particolarmente importante, cioè il partecipare alle attività di osservazione e trattamento rieducativo dei detenuti.

Questa attività, a mio avviso, è la più considerevole e se si opera avendo in mente questo obiettivo possono essere raggiunti risultati apprezzabili; va da se che non si tratta di un’operazione semplice e soprattutto non ha sempre esiti positivi. Rimane il fatto che osservare al fine di rieducare è l’unica possibilità che si ha per fare in modo che il carcere non sia solo una punizione ma una riabilitazione, come la stessa Costituzione afferma.

Partendo dall’osservazione si esamina la situazione del detenuto da ogni punto di vista:  famigliare, economico, mentale e culturale in modo da poter comprendere le motivazioni che hanno spinto lo stesso a delinquere, per scoprire se c’è la necessità di un supporto psicologico in modo da poter attuare un piano, chiamato programma di trattamento, così da raggiungere la mission della rieducazione.  

Detto questo, si comprende che è un lavoro che richiede il supporto e, soprattutto, la collaborazione di più figure, oltre a noi quindi sono indispensabili gli educatori, gli assistenti sociali e gli psicologi. Purtroppo, c’è penuria anche tra i loro ranghi ma a mio avviso questo problema potrebbe essere fronteggiato con maggiore collaborazione, che invece risulta piuttosto carente.

Mi spiego meglio, anche se i miei colleghi avranno sicuramente già capito a cosa mi sto riferendo: se io sono a contatto con il detenuto almeno 6, se non 8, ore al giorno è chiaro che saprò meglio dell’educatore che lo vede una volta al mese che carattere ha, che tipo di comportamento attua nei confronti degli agenti e dei suoi compagni, se è maggiormente incline alla tristezza oppure all’allegria e so, probabilmente, non solo che reato ha commesso, ma anche come sta vivendo l’esperienza del carcere. Insomma di certo, anche se non sono un professionista, solo per una questione di tempi, avrò sicuramente un’idea abbastanza completa, no?

No! Perché non veniamo interpellati da nessuno, non c’è uno scambio di opinioni né una sorta di cooperazione con gli altri esperti prima menzionati. Quindi la partecipazione richiesta al nostro Corpo viene senz’altro meno. Dal loro atteggiamento, anzi, si evince che ci considerano uscieri che aprono i cancelli al loro arrivo o segretari che annunciano il detenuto con il quale devono effettuare colloquio e se capita di intervenire o comunque di cercare di avere un dialogo veniamo squadrati dall’alto in basso, come a dire: “Ma tu che ne puoi sapere?”.                    

Cari signori, magari non avremo le competenze, le qualifiche e la preparazione che avete voi ma per forza di cose siamo noi ad avere maggiori contatti con i detenuti e per quanto ci possiamo sforzare di non esserlo, abbiamo comunque un’empatia che ci fa percepire la loro condizione.

E’ il nostro lavoro assicurare l’ordine e la sicurezza, certo, ma questo si può ottenere solo se la serenità regna tra gli animi dei ristretti che si trovano in carcere e non stanno trascorrendo una vacanza in questo posto, perciò, va da sé che non saranno il ritratto della felicità, ma se ci accorgiamo che qualcuno ha un malumore o se percepiamo tensione, prima che si scateni una rissa o che venga compiuto un gesto avventato, noi, percependolo, facciamo in modo di calmare gli animi, magari facendo sfogare il detenuto che vediamo alterato, oppure spingendolo a chiarirsi con i propri compagni in modo civile e pacifico.

Di frequente accade che il malumore è dovuto al fatto stesso che non vedono da molto tempo né l’educatore, né lo psicologo e allora cerchiamo di attivarci per fare in modo che possano avere un colloquio, ma non sempre queste rimostranze hanno  buon esito.

Se ci fosse collaborazione, se l’osservazione che effettuiamo non fosse fine a se stessa e potesse essere base di un dialogo con gli esperti, sicuramente potremmo sopperire alle mancanze di personale che è presente sia nella Polizia Penitenziaria che nelle figure suddette.

Se il colloquio con il detenuto fosse preceduto da un confronto con l’agente sicuramente l’educatore troverebbe la strada un po’ più spianata, saprebbe già con che tipo di persona sta parlando e avrebbe informazioni che altrimenti impiegherebbe mesi ad acquisire, data la frequenza degli incontri.

E inoltre, se il colloquio tra psicologo e detenuto fosse poi seguito da una conversazione con l’agente anche il nostro lavoro sarebbe alleggerito perché, senza dover infrangere alcuna normativa sulla privacy,  fornite le giuste indicazioni sul modo più consono con cui approcciare al detenuto, anche noi faremmo meno tentativi nel rapportarci e eviteremmo di assistere a spiacevoli incidenti tra cui l’autolesionismo. E concludo dicendo che se ci fosse collaborazione ci sentiremmo tutti più realizzati e la rieducazione stessa potrebbe non essere più vista come un miraggio ma un fine a cui non è poi così difficile arrivare. Forse c’è ancora la convinzione che siamo gli stessi che venivano arruolati quarant’anni fa, selezionati con un dettato e gettati in prigione peggio dei detenuti, che imparavano il mestiere per forza di cose, osservando i colleghi più anziani? 

Non siamo più quelli!

Abbiamo effettuato corsi di formazione in cui ci sono state impartite lezioni di psicologia, abbiamo passato molte ore ad ascoltare cosa prevede l’ordinamento penitenziario e in cosa consiste il programma di trattamento, siamo stati a contatto con educatori e psicoterapeuti che ci hanno trasmesso il loro sapere in modo da poterlo utilizzare sul campo e invece ad oggi il nostro operato sembra finalizzato solo ad aprire e chiudere i cancelli e dopo tutte le aspettative e le belle parole ascoltate in aula c’è una domanda che sorge spontanea e non con poca amarezza: ma dov’è la collaborazione?

 

 

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