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I richiami e le ipocrisie dell’Europa sulle carceri italiane

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La perenne questione penitenziaria italiana continua ad occupare le cronache, non solo nazionali.  L'Europarlamento ha infatti espresso preoccupazione per la condizione di detenzione nelle carceri di alcuni Stati membri e i "livelli record" di sovraffollamento, citando l'Italia tra i paesi in cui "la situazione rimane problematica".

Nel testo di una risoluzione adottata il 5 ottobre scorso a Strasburgo, i Deputati europei hanno espresso il timore che il sovraffollamento nelle prigioni dell'Ue possa alimentare la radicalizzazione ed hanno chiesto alle autorità nazionali di optare per pene alternative al carcere ogni volta che è possibile.

Secondo l'Europarlamento, che ha approvato la risoluzione sulle carceri con 474 voti a favore, 109 contrari e 34 astensioni, gli Stati membri dovrebbero migliorare le condizioni di detenzione, proteggere la salute e il benessere dei detenuti e del personale delle prigioni e favorire la riabilitazione.

Per contribuire a prevenire la radicalizzazione, l'Europarlamento ha raccomandato di migliorare la formazione del personale, le pratiche di intelligence all'interno delle carceri, il dialogo inter-religioso e le cure psicologiche. 

Secondo i deputati europei, la carcerazione preventiva dovrebbe essere uno strumento a cui ricorrere solo in ultima istanza, da utilizzare solo in casi legalmente giustificati, e da considerare inappropriato per le persone vulnerabili come i minori, gli anziani, le donne incinta e i malati gravi. Per le persone condannate che non rappresentano un serio pericolo per la società, l'Europarlamento chiede pene alternative al carcere, come gli arresti domiciliari, i servizi in comunità e il braccialetto elettronico. 

Nella risoluzione, i deputati europei incoraggiano gli Stati membri a fornire risorse adeguate per la modernizzazione delle carceri e a garantire ai detenuti programmi di attività equilibrati e tempo fuori dalle celle. Nella motivazione del rapporto firmato dalla francese Joelle Bergeron, su cui l'aula non ha votato, si può tra l’altro leggere che in termini di sovraffollamento "la situazione rimane problematica in alcuni Paesi, in particolare Ungheria, Belgio, Grecia, Spagna, Francia, Portogallo e Italia".

L’Europarlamento, dunque, ha criticato anche il nostro Paese per la condizione delle nostre carceri, ma viene da chiedersi cosa ha fatto – concretamente – l’alto consesso europeo per migliorare i nostri penitenziari, in particolare per proteggere la salute e il benessere del personale appartenente al Corpo di Polizia Penitenziaria. E ben poco mi sembra sia stato fatto anche per la popolazione detenuta, rispetto alla quale vi è indubbiamente una sensibilità diversa rispetto a quella (minimale) dedicata agli Agenti…

Troppo facile stare a Strasburgo, magari appartenendo a Paesi che dal punto di vista sociale e culturale sono profondamente diversi, pretendendo di fare lezioni agli altri senza però avere creato le condizioni per rimuovere le criticità censurate.

Perché, fino ad oggi, non sono state create le condizioni legislative e normative affinché sulle tematiche penitenziari possa esserci una reale omogeneizzazione? Perché, ad esempio, non si prevede l’immediata espulsione di tutti i detenuti stranieri, sanzionando quei Paesi che rifiutano di prendersi i connazionali criminali oggi detenuti in Italia?

Una cosa deve essere chiara agli europarlamentari che hanno approvato la citata risoluzione: non può e non deve passare il principio che in Italia chi commette un reato resti impunito con la scusa che le carceri sono sovraffollate. Se così è, vanno costruiti nuovi penitenziari ed assunte le persone che in esso (Polizia Penitenziaria, Comparto Ministeri, medici ed infermieri ed ogni altra figura professionale) quotidianamente vi lavorano. E l’Europa deve finanziarie tutto questo complesso di investimenti, a cominciare anche da una seria ed efficace politica di formazione ed aggiornamento professionale dei poliziotti penitenziari.

Sono tanti i fronti critici sui quali intervenire, soprattutto in relazione alla continua mutazione della popolazione detenuta in Italia. L’ultimo grave pericolo è arrivato da un importante Consesso. Oltre 200 specialisti riuniti a Roma nel primo fine settimana di ottobre per la XVIII Edizione del Congresso Nazionale SIMSPe-Onlus 'Agorà Penitenziaria', che si è tenuto a Roma. Un confronto multidisciplinare tra medici, specialisti, infettivologi, psichiatri, dermatologi, cardiologi, infermieri.

Un confronto, organizzato insieme alla Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali – SIMIT, che coinvolge le diverse figure sanitarie che operano all'interno degli istituti penitenziari con l’obiettivo di fornire spunti per una riflessione approfondita del fare salute in carcere agli stessi operatori sanitari, a chi amministra gli Istituti e a chi ha il compito di stabilire le regole ed allocare le risorse. E si è reso evidente come sia assolutamente necessario un nuovo approccio per la sanità nelle carceri: solo 1 detenuto su 3 non è malato. 1 su 2 è ignaro della propria patologia. In aumento la tubercolosi. Gravi i dati su HIV e HCV. Tra loro, in mezzo a loro, i poliziotti penitenziari.

Anche per questo credo che sarebbe stata opportuna, nell’autorevole Consesso, la presenza e la testimonianza di chi rappresenta coloro che quotidianamente lavora nella prima linea del carcere, ossia le donne e gli uomini del Corpo di Polizia Penitenziaria…

I LEA – Livelli Essenziali di Assistenza, ossia le Linee Guida, i limiti minimi che devono essere mantenuti dal Sistema Sanitario Nazionale, dal 2017 sono entrati a far parte dell’ambito penitenziario. “È un punto di svolta perché fino ad oggi la sanità penitenziaria è stata attendista, mentre l’obiettivo oggi è di farla diventare proattiva, con una presa in carico di tutte le persone che vengono detenute”, ha dichiarato il Prof. Sergio Babudieri Direttore delle Malattie Infettive dell’Università degli Studi di Sassari e Direttore Scientifico di SIMSPe – Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria. 

Ma per il momento si tratta di un atto formale più che pratico: “Nonostante l’importanza del provvedimento – ha sottolineato – occorre trovare le giuste modalità, sia a livello centrale che regionale, affinché l’organizzazione venga modificata e lo screening nelle carceri venga attivato il prima possibile”.

La condizione dei detenuti impone infatti tempi rapidi: solo 1 su 3 non presenta alcuna patologia, nonostante si tratti di una popolazione molto giovane rispetto alla media; la metà dei malati è ignara della propria patologia, o comunque non la dichiara ai servizi sanitari penitenziari.

“Abbiamo scelto questo tema, significativo poiché denso di contenuti, per approfondire una riflessione ormai quasi decennale sugli effetti concreti del transito dei servizi sanitari penitenziari al Sistema Sanitario Nazionale”, ha affermato Luciano Lucanìa Presidente SIMSPe 2016-18. “Si chiede una sanità adeguata a un bisogno di salute diverso. in qualità e quantità. Serve maggiore attenzione ai problemi legati all'intrinseca vulnerabilità sociale che certamente ampia parte dei detenuti presenta, occorrono buone prassi di informazione sulle maggiori patologie infettive. Fondamentale la cura e la garanzia di un diritto costituzionale. Auspicabile lo sviluppo dei reparti ospedalieri per detenuti con una diffusione almeno regionale, così da poter garantire assistenza ospedaliera in maniera più adeguata”.

Lo studio ha messo in evidenza che nel corso del 2016 sono transitate all'interno dei 190 istituti penitenziari italiani oltre centomila detenuti. Gli stranieri detenuti sono oggi il 34% dei presenti e la detenzione è un’occasione unica per quantificare il loro stato di salute, dal momento che in libertà sono difficilmente valutabili dal punto di vista sanitario. La loro età media è più giovane rispetto agli italiani ed oltre la metà è portatrice latente di Tubercolosi.

Molto diffuse anche le patologie psichiatriche, ed alcune fra le più gravi, quale la schizofrenia, appaiono notevolmente sottostimate, con appena uno 0,6% affetto da questa patologia, che rappresenta in realtà solo i pazienti detenuti con sintomi conclamati e facilmente diagnosticabili. Notevolmente maggiore è la massa di  coloro che hanno manifestazioni meno evidenti ed uguale bisogno di diagnosi e terapia e non vengono spesso valutati.

Ma i dati più preoccupanti provengono dalle malattie infettive. Si stima che gli HIV positivi siano circa 5.000, mentre intorno ai 6.500 i portatori attivi del virus dell'epatite B. Tra il 25 e il 35% dei detenuti nelle carceri italiane sono affetti da epatite C: si tratta di una forbice compresa tra i 25mila e i 35mila detenuti all'anno.

Proprio l’epatite C costituisce un esempio emblematico dei benefici che si potrebbero trarre dai nuovi LEA: dall'1 giugno, infatti, l’Agenzia Italiana del Farmaco ha reso possibile la prescrizione dei nuovi farmaci innovativi eradicanti il virus dell'epatite C a tutte le persone che ne sono affette. Quindi una massa critica di oltre 30mila persone che annualmente passa negli istituti penitenziari italiani, potrebbe usufruire di queste cure per guarire dall’HCV, ma anche per non contagiare altri nel momento in cui torna in libertà.

“È una sfida impegnativa – ha concluso il prof. Babudieri – si tratta di un quantitativo ingente di individui, soggetti peraltro a un continuo turn-over e talvolta restii a controlli e terapie. Un lavoro enorme, di competenza della salute pubblica: senza un’organizzazione adeguata. Pur avendo i farmaci a disposizione, si rischia di non riuscire a curare questi pazienti.

La presa in carico di ogni persona che entra in carcere deve dunque avvenire non nel momento in cui questi dichiara di star male, ma dal primo istante in cui viene monitorato al suo ingresso nella struttura. Questa nuova concezione dei LEA significa che lo Stato riconosce che anche nelle carceri è necessaria un certo tipo di assistenza. Fino al 2016 non c’era alcuna regola: questa segnale può essere un grande progresso”.

Ecco, anche alla luce di queste nuove emergenze penitenziarie sarebbe auspicale che l’Europarlamento concentrasse i propri sforzi, economici e legislativi, per assicurare all’Italia le condizioni idonee per rimuovere le criticità in atto nel sistema penitenziario, a cominciare dal predisporre idonei ed adeguati momenti di formazione ed aggiornamento professionale a favore delle donne e degli uomini appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria italiano.

Fatti, non parole…

 

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