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Il carcere dopo l’Unità d’Italia

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L’istituzione penitenziaria si modifica e si rigenera inevitabilmente a seconda della realtà socio-economica del Paese.

La storia italiana continuava a mutare ma non cambiò con sé la situazione all’interno delle prigioni; l’incremento della popolazione e della criminalità accentuava drammaticamente il problema del sovraffollamento delle carceri, che si mostra sempre più inadeguate per la fatiscenza delle strutture e per la mancanza delle condizioni igieniche minime.

Per circa un ventennio dopo l’Unità qualunque tentativo di riforma venne bloccato sul nascere dalle stesse commissioni parlamentari che, indecise sul sistema penitenziario da adottare, impedirono lo sviluppo di un nuovo regolamento carcerario ad hoc, registrando quindi solo un lungo periodo di cronaca nera.

Cronaca carceraria testimoniata dalla nascita nel 1871 della Rivista di discipline carcerarie che diventò la voce ufficiale della Direzione Generale delle Carceri nel Regno; Rivista che evidenzia le contraddizioni di fondo di quegli anni che vide, da un lato i continui episodi di violenza e di brutalità e delle disumane condizioni di vita negli stabilimenti penitenziari, dall’altro gli incessanti dibattiti parlamentari e i riconoscimenti governativi sulla necessità e l’urgenza di migliorare e ribaltare lo stato delle prigioni. Questa totale inerzia governativa e il mancato sforzo di cogliere le cause del perché accadono tali episodi, non costituiscono i soli motivi dell’arretratezza degli stabilimenti carcerari, ma dobbiamo aggiungervi anche il forte rigore classista che dominava nell’ideologia del codice allora vigente.

Fino al 1889 il codice penale esteso a tutta la penisola, ad eccezione della Toscana, sarà il codice Sardo, in cui i beni e gli interessi tutelati maggiormente saranno ancora quelli appartenenti ai piccoli e medi proprietari terrieri.

Nell’arco di due anni dalla sua entrata in vigore si emanarono cinque nuovi regolamenti corrispondenti ai diversi stabilimenti carcerari, distinguibili in: bagni penali, carceri giudiziari, case di custodia, case di pena e case di relegazione.

Ogni regolamento disciplinava il funzionamento dell’istituto, i criteri per il reclutamento del personale di custodia e il sistema adottato, che in questa fase fu quello dell’isolamento notturno e del lavoro obbligatorio in comune con l’obbligo del silenzio.

Questa impostazione carceraria cambiò nel 1889 con la promulgazione di un nuovo codice penale, lo Zanardelli (in foto ndr), entrato in vigore il 1° gennaio del 1890; stesso anno in cui venne emanata per la prima volta nella storia del carcere una legge relativa all’edilizia penitenziaria e agli stanziamenti di bilancio per farvi fronte.

La riforma penitenziaria del 1889 costituì la base per quello che è stato definito da alcuni autori come il “mostruoso monumento normativo” del Regolamento generale degli stabilimenti carcerari e dei riformatori giudiziari del 1891.

Sebbene definito come monumento (soprattutto perché si abolì ufficialmente la pena di morte e si sostituì con la pena all’ergastolo) la sua riforma rimase praticamente sulla carta; il presupposto per la sua attuazione era costituito dalla legge sull’edilizia carceraria, che rimase anch’essa inattuata.

In Italia continuano a mancare gli spazi fisici per applicare le novità introdotte dal codice Zanardelli e dal Regolamento carcerario.

Una delle poche parti ad aver ricevuto scrupolosa attuazione, su ben 891 articoli rimasti inattuati, fu quella sugli spazi dedicati al sistema delle punizioni e delle ricompense.

Tra le prime ad esempio si passava dall’isolamento in cella a pane e acqua sino a sei mesi, o dalla camicia di forza ai ferri in cella oscura mentre, tra le seconde, si riconobbe: dal permesso di acquistare libri o di tenere il lume in cella per più tempo, al prolungamento delle ore di passeggio o riposo. Inoltre, il Regolamento prevedeva anche un complesso unitario di norme rivolte agli Agenti di Custodia e ai direttori degli stabilimenti: i primi erano addestrati e organizzati militarmente, i secondi subordinati gerarchicamente alla Direzione Generale, erano privi di qualsiasi autonoma iniziativa.

Il fine sotteso dietro questa subordinazione era far sì che i detenuti fossero privati di qualsiasi autonomia nella vita privata e che anche per le esigenze più elementari dipendessero dai direttori, creando in tal modo un controllo indiretto da parte della Direzione Generale.

La struttura carceraria appena descritta proseguì in questa direzione fino allo scontro con nuovi indirizzi politici liberali; il Regolamento del 1891 subì delle modifiche di grande importanza tese a mitigare le condizioni disumane delle carceri del periodo Giolittiano.

Con il Regio Decreto 14 novembre 1903 n. 484 si abolì l’uso delle catene per i condannati ai lavori forzati e si modificarono le sanzioni disciplinari: si soppresse la punizione della camicia di forza, dei ferri e della cella oscurata (aboliti non tanto per un fine umanizzante quanto per la scarsa deterrenza che riscuotevano sui detenuti); il potere di infliggere le punizioni fu sottratto all’arbitrio dei direttori e affidato al parere di un sanitario, che decideva se infliggere materialmente la punizione solo dopo aver controllato lo stato di salute dei detenuti.

Fu riconosciuto eccezionalmente il solo uso della cintura di sicurezza qualificato come mezzo preventivo e utilizzabile solo qualora i metodi morali fossero risultati inefficaci.

Inoltre, la riforma del 1903 introdusse anche un sistema di garanzia, stabilendo l’obbligo di ascoltare il detenuto prima di infliggere il castigo.

Sul piano legislativo la riforma Giolittiana non produsse niente di nuovo: il Regolamento nel suo fulcro fondamentale restò inattuato.

Questo mostra come anche durante i primi anni del ‘900, il tema sull’ordinamento penitenziario si affrontò sempre con la stessa mentalità dalle istituzioni. Mentalità che si mantenne anche durante i primi anni dello scontro mondiale.

Sarà solo con il dopoguerra che l’immobilismo caratterizzante il mondo penitenziario riprese il suo cammino.

Si rinforzarono quei principi portanti secondo cui il detenuto non era più oggetto di repressione ma di cure, da rieducare e non da punire.

Quel “monumentale” regolamento, per lungo tempo trascurato, fu riformato in molteplici ambiti.

La riforma introdotta con il Regio Decreto del 19 febbraio 1922 n. 393 modificò la disciplina del lavoro in carcere, quella sui colloqui e la disciplina delle case di rigore. L’amministrazione carceraria passò dalla direzione sotto il Ministero degli Interni al Ministero di Giustizia. Piccole riforme con modesti contenuti che acquistano la loro rilevanza se guardiamo la storia nel suo susseguirsi, ma l’avvento del fascismo ribaltò tutte quelle piccole conquiste ottenute nel corso di due secoli.

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