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Il concetto criminologico di “femminiello” e il suo rapporto con quello giuridico di pedofilia

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Quando ero giovane  Sostituto Procuratore della Repubblica per i Minorenni di Venezia, i Carabinieri portarono alla mia presenza,  per i provvedimenti di protezione minorile ai sensi dell’ articolo 403 Cod.Civ.,  un ragazzo napoletano di 15 anni che si prostituiva in un parco pubblico di Vicenza che aveva il viso smagrito con il rossetto tinto sulle labbra,  due grandi anelli ai lobi delle orecchie e movenze marcatamente femminili.

Era molto spaurito ma, a seguito delle mie ripetute domande,  improntate alla massima comprensione della sua situazione, si aprì e mi raccontò  la sua tristissima personale vicenda.

Era un adolescente scappato di casa da una famiglia emarginata culturalmente ed economicamente che abitava nei bassifondi della città partenopea.  Era cresciuto in un ambiente famigliare criminogeno, in cui dominava la violenza del padre ubriacone. La madre e i due fratelli maggiorenni spacciavano  sigarette di contrabbando e sostanze stupefacenti. La sua  solitudine esistenziale era ritmata, dopo l’abbandono scolastico avvenuto fin dalle elementari,  da periodiche fughe da casa con le quali era entrato in contatto con  ambienti malavitosi che lo inducevano sovente all’uso della droga e alla prostituzione. Quando gli chiesi come si potesse  sinceramente  giudicare, mi rispose in napoletano stretto “i song nu fmniello” (io sono un femminiello).  In seguito, nella mia lunghisssima carriera di magistrato minorile, quasi quarantennale, ho avuto l’occasione di incontrare altre decine e decine di femminielli minorenni che si prostituivano, tutti con una storia famigliare tristissima alle spalle, ma quel primo incontro mi è sempre rimasto impresso nella memoria.

Questo esempio concreto è utile per stabilire il concetto  terminologico e criminologico di femminiello.

Il Grande Dizionario Italiano dell'editore Hoepli, a cura di Aldo Gabrielli, lo definisce : “sostantivo maschile dialettale a Napoli, giovane effeminato omosessuale che si prostituisce”.

Come si vede, la predetta nozione sottolinea la gioventù del soggetto, prevalentemente minorenne, che si prostituisce.

Tale terminologia, nasce  in Campania già nell'ottocento (ma il primo riferimento storico è di Giovanni Battista Della Porta nel 1586, nel suo libro Della fisionomia dell'uomo, Longanesi, Milano, 1971, pag. 813 ), riferendosi ad un maschio omosessuale con movenze espressive di natura femminile, spesso travestito da donna. Egli, generalmente, vive nei quartieri popolari napoletani  dove viene considerato quasi come un portafortuna. Curzio Malaparte nel suo romanzo storico del 1949 “La pelle” , che narra dell'occupazione alleata in Italia durante la seconda guerra mondiale, descrive  la “figliata dei femminielli” ove questi, simulando il travaglio di un parto, danno alla luce un figlio di pezza dalle forme falliche.

In particolare la tradizione  napoletana del termine “femminiello” si è irradiata in tutta Italia, come può  testimoniare la mia esperienza di magistrato  minorile (quattro anni  Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Venezia, dal 1977 al 1981, e poi dal 1985 al 2013 alla Procura minorile di Roma) dove ho avuto avuto molti  casi di prostituti minorenni che erano denominati femminielli, ma a differenza della tradizione napoletana, non si travestivano generalmente,  con abiti femminili. 

Fatta questa premessa a carattere criminologico, occorre valutare il connesso profilo giuridico di coloro che frequentano femminielli minori che si prostituiscono.

Preliminarmente occorre rilevare che non esiste, allo stato, nel nostro ordinamento penale, uno specifico reato denominato pedofilia.

E' bensì vero  che l'art. 414 bis del codice penale (introdotto dall'art. 4 della legge 1 ottobre 2012 n. 172, che dava esecuzione alla Convenzione del Consiglio d'Europa di Lanzarote del 25 ottobre 2007 in tema di protezione dei minori contro lo sfruttamento e l'abuso sessuale) cita espressamente, nella sua rubrica, il termine pedofilia , prevedendo il reato di “istigazione a pratiche di pedofilia e di pedopornografia”.

Testualmente in siffatto articolo, dopo la precitata rubrica, si legge : “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque con qualsiasi mezzo e qualsiasi forma di espressione, pubblicamente istiga a commettere , in danno di minorenni, uno o più delitti previsti dagli art. 600 bis (prostituzione minorile), 600 ter (pornografia minorile) e 600 quater (detenzione di materiale pornografico), anche se relativi al materiale pornografico di cui all'art. 600 quater1 (pornografia virtuale), 600 quinquies (iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile), 609 bis (violenza sessuale) , 609 quater (atti sessuali con minorenni inferiori ai quattordici anni, ovvero ai sedici anni, qualora trattasi dei loro genitori anche adottivi, dei tutori, ovvero degli affidatari  per ragioni di cura, educazione, istruzione, vigilanza o custodia, ovvero di persone comunque conviventi) e 609 quinquies (corruzione di minorenni) è punito con la reclusione da un anno e sei mesi a cinque anni. Alla stessa pena soggiace chi pubblicamente fa apologia di uno o più delitti previsti dal primo comma. Non possono essere invocate, a propria scusa, ragioni o finalità di carattere artistico, letterario, storico o di costume”.

Come si vede chiaramente dal precitato testo è la stessa norma che offre il contenuto concreto del significato del termine pedofilia con il riferimento ad una serie di tipologie di reato, con diversificati “nomina iuris”, tutte convergenti verso la specifica e prevalente tutela della integrità psicofisica di un soggetto minorenne e cioè di colui che abbia un'età inferiore ai diciotto anni.

Così facendo la legge penale amplia espressamente il concetto di vittima di pedofilia che, nel gergo popolare prevalente, si riferiva esclusivamente a quella di un bimbo in tenerà età (secondo l'etimologia greca della parola in oggetto derivante da filìa, che significa amore e pais, che si traduce fanciullo) e veniva ad indicare l'insieme di pratiche fisiche e morali, di natura perversa, rivolte da adulti, spesso anziani, ai soggetti più fragili  per la loro tenerà età. Di più si deve sottolineare che il reato di istigazione alla pedofilia, sempre contrastando il precitato orientamento della “vulgata”, può essere commesso anche da un minorenne che abbia compiuto i quattordici anni (limite minimo di età per l'imputabilità penale)  nei confronti di un altro minorenne, paradossalmente anche se la vittima minorenne  sia di età maggiore del suo autore.

Da tale considerazione ne consegue, necessariamente, che il concetto giuridico di pedofilo può essere attribuito anche ad una persona minorenne, allargando la nozione restrittiva che, per il passato, si riferiva solo agli adulti, per di più in età avanzata. 

La pedofilia tradizionale, invero, si sostanziava (e in parte ancora lo è) nell'adescamento per strada da parte dell'adulto (spesso anziano) che avvicinava un bambino non accompagnato fuori da scuola e gli offriva  un passaggio in macchina verso casa, offrendogli, durante il percorso, dolci, denaro e solleticanti promesse di visioni private di filmini pornografici.

Attualmente l'approccio del  pedofilo (non particolarmente anziano, anzi, come si è detto, anche minorenne) si svolge prevalentemente attraverso la rete di internet  (secondo i dati forniti da Telefono Arcobaleno esistono 71.806 siti nel mondo – di cui il 73% localizzati in Europa – che permettono siffatti contatti e secondo la F.B.I. Statunitense sarebbero oltre settecento cinquanta mila i soggetti che ogni anno incrementano il numero mondiale dei pedofili che approcciano i bambini via chat) in cui si ha maggiore sicurezza , sfruttando il suo anonimato, nel “trasformarsi” in un coetaneo  dei minorenni contattati, sollecitandone la loro curiosità e vanità. Così, diventando preventivamente loro “amico”, sempre perseguendo l'ancòra nascosto obiettivo perverso, ne conquista la fiducia e, come in un gioco a scacchi, compie delle mosse di “avvicinamento”, richiedendo alle future vittime lo scambio di foto e video  “spinti”, con cui lusingarle e, nel caso di rifiuto, ricattarle di riferire tutto ai genitori.

Così i minori entrano nella spirale virtuale dell'assoggettamento psicologico al pedofilo, fino a che questo non venga scoperto dai genitori preoccupati del comportamento dei loro figlioli, o dagli stessi denunciato, quando abbia superato il  limite della tollerabilità. Questa pedofilia virtuale viene di per sé punita penalmente, dal citato art.600 quater 1 cod. pen. che riguarda tutte le vittime che non abbiano compiuto i diciotto anni.

Però fa eccezione soltanto, per quanto riguarda la fascia di età della vittima che non deve essere superiore ai  sedici anni,  la previsione del reato di adescamento di minorenni ex art. 609 undecies cod. pen .che punisce con la reclusione da uno a tre anni, salvo che il fatto commesso non realizzi un più grave delitto, chiunque adesca  un minore di anni sedici al fine di commettere  i delitti  di riduzione in schiavitù, di violenza sessuale, di prostituzione e pornografia minorile .

Per adescamento il predetto articolo intende : “qualsiasi atto volto a carpire la fiducia del minore attraverso artifici, lusinghe o minacce posti in essere anche mediante l'utilizzo della rete internet o di altre reti o mezzi di comunicazione” .  

La precitata fattispecie del reato di adescamento di minorenni è nota anche come “child grooming” che significa letteralmente “accarezzare il pelo” del bambino – traslando al mondo umano il  gesto che gli animali  usano per motivi di affetto o, come succede per i gatti, a fine di igiene individuale – intendendosi indicare l'atteggiamento “flautato” del pedofilo per tentare di ottenere la fiducia del minore, vincendone le sue difese psicologiche, fiducia propedeutica alla realizzazione del suo turpe scopo principale che consiste nel commettere sul bambino, passando dal mondo virtuale a quello reale, il delitto di violenza sessuale (ex art. 609 bis cod. pen.)  o di prostituzione (art.600 bis cod. pen.) ovvero di atti sessuali con minorenne (ex art. 609 quater cod. pen.).

Invero il pedofilo, sovente, non si accontenta del predetto  “scacco matto”  virtuale , ma vuole anche effettuarlo nella realtà, facendo  l'ultima mossa con la richiesta realizzata di un appuntamento concreto di “conoscenza diretta”.

E la vittima diventa aggiogata ai suoi desideri malefici, fino a quando , non riesce a trovare la forza di ribellarsi e di denunciare tutto. Insomma il delitto di adescamento di minorenni  (beninteso fino ai sedici anni) si potrebbe quasi definire  come un tentativo di pedofilia, un prodromo della medesima, che potrebbe, è questo il nostro augurio, non debordare necessariamente in quello di atti di  pedofilia consumata alla quale si riferiscono le violazioni già citate di cui agli artt.600 bis, 600 ter, 600 quater, 600 quater 1 cod. pen. , 600 quinquies, 609 bis, 609 quater e 609 quinquies del codice penale.

L'autore della pedofilia possiede spesso un disturbo di natura psichiatrica, che rientra in quelli definiti parafiliaci nel Mauale diagnostico e statistico dei disturbi mentali  (DSM) 5 dell'Associazione Psichiatri Americani (APA) del 2013, che lo delinea come un interesse sessuale per i minori, dovuto ad una distorsione del loro comportamento sessuale per un vissuto “problematico”.

Contro la pedofilia a mezzo Internet la legge n. 38 del 2006 ha previsto l'istituzione presso il servizio di polizia postale delle telecomunicazioni del Ministero dell'Interno di un Centro Nazionale per il contrasto della pedopornografia sulla rete Internet, che ha la funzione di raccogliere ogni informazione sui siti che diffondono materiale pedopornografico, provvedendo anche al loro oscuramento, oltre che alla identificazione dei loro gestori.

Di più è stato anche costituito presso

il Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, l'Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pedopornografia minorile (ai sensi del Decreto Ministeriale  Politiche per la famiglia 30 ottobre 2007 n. 240 ), con funzioni di monitoraggio dell'attività di prevenzione e repressione dei fenomeni di pedofilia mediante l'elaborazione di una banca dati.

Tutto ciò premesso occorre ora rispondere al quesito se colui che inneggia ad avere rapporti intimi con

il cosiddetto femminiello possa essere legittimamente considerato un pedofilo.

Da quanto precede  emerge la necessaria connessione fra la figura  del femminiello e la pedofilia. Invero, essendo egli un  ragazzo giovanissimo, quasi sempre minorenne ,  necessariamente,  colui che si accompagna con lui intimamente, o comunque istiga o fa l'apologia di  frequentare intimamente i femminielli, deve essere correttamente definito, sotto un profilo giuridico, quale pedofilo per tutto quello che si è scritto in precedenza in questa nota. A nulla possano ostare le eventuali giustificazioni  per  eventuali “ragioni o finalità di carattere artistico, letterario, storico o di costume”, come recita l'art. 414 bis, terzo comma, cod. pen.. 

Ne consegue necessariamente che non sussiste il delitto di diffamazione per chi definisca pedofilo una persona che “frequenta” o istiga , ovvero fa l'apologia alla loro “frequentazione”, dei femminielli, in quanto la sua reputazione (sintesi di onore e decoro) corrisponde esattamente ai requisiti di legge, sopra ampiamente descritti, richiesti per la definizione di pedofilia, a cui siffatta reputazione, purtroppo in senso negativo, si adegua perfettamente.

 

 

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