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Il Dap si riorganizza … ma si dimentica sempre dell’Appuntato Caputo

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A proposito dei fatti di Bergamo che rendono oramai ineludibile il cambiamento del modello organizzativo del carcere.
Qualcuno ricorderà, quando negli anni settanta, circolava una barzelletta sull’organizzazione. Erano i tempi, quelli, in cui cominciavano a diffondersi tra i giovani i festini del sabato sera che, a volte, si concludevano sperimentando (in modo alquanto innocente però) un’ammucchiata. La barzelletta raccontava proprio questo. 
Uno dei ragazzi, quando la serata volgeva al termine, gridava “…dai ragazzi, organizziamoci” spegnendo la luce della sala. Dopo un po’, lo stesso ragazzo, riaccendendo la luce, invitava nuovamente gli amici e le amiche a “…riorganizzarsi”. Ed ancora, dopo un po', sempre spegnendo e riaccendendo la luce, rinnovava l’invito a riorganizzarsi. Fino a quando, preso dallo sconforto, riaccendendo per l’ennesima volta luce, non esclamò “…no ragazzi, così non va!!! Non capisco perché, nonostante ci siamo riorganizzati, io continuo sempre a prenderlo…(censura)”
Questa è una metafora che disegna bene l’organizzazione del Sistema penitenziario, che nelle svariate occasioni in cui si è “riorganizzato” ha sempre trascurato le esigenze del carcere e del personale che in esso vi opera, ben rappresentato umoristicamente dalle vignette dell’ass.te Caputo sulla rivista del Sappe. L’assistente Caputo, che continua a spegnere e accendere la luce del nostro Sistema penitenziario, ostinatamente fiducioso che prima o poi anche lui potrà godere della giusta attenzione. 
L’ultima volta che si è spenta la luce, con le conseguenze che oramai tutti avrete capito, è accaduto nel carcere di Bergamo dove l’assistente Caputo ha assunto le sembianze del direttore, del comandante, di alcuni agenti e persino di alcuni medici. Ovviamente, non ho commenti da fare sull’azione giudiziaria avviata. Mentre ne ho ben donde sull’organizzazione obsoleta del carcere che, pur generando un’enorme quantità di processi lavorativi di organizzazione, di programmazione, di coordinamento e soprattutto di gestione negli ambiti della sicurezza, del trattamento, della contabilità, della tutela della salute e della sicurezza sul posto di lavoro, si ostina a ricondurre le responsabilità amministrative, contabili, civili e penali al direttore penitenziario che, di volta in volta, condivide quasi sempre con il comandante e il personale di polizia e, in altre rare occasioni, con l’altro personale. E’ accaduto a Civitavecchia, a seguito della morte di un detenuto, a Rebibbia N.C. dopo l’evasione di alcuni detenuti, a Regina Coeli, a Viterbo, a Firenze, a Genova per il mancato rientro da un permesso… insomma, la storia continua a produrre storie giudiziarie in quasi tutti gli istituti penitenziari, senza che nessuno sappia ascoltare i bisogni dell’assistente Caputo.
L’organizzazione attuale ne è responsabile.Quindi è necessario introdurre un nuovo modello organizzativo del carcere che crei i presupposti per rendere trasparenti funzioni, competenze e responsabilità; che sia in grado di riconoscere una nuova funzione del direttore per liberare nuove competenze autonome da riservare alla Polizia Penitenziaria e alle aree amministrativa, contabile, trattamentale e sociale. Sarebbe un percorso rapido e senza costi particolari che aprirebbe le porte persino alla dirigenza generale della Polizia Penitenziaria che, per resistenze interne al sistema stesso, ho vanamente sostenuto in sede di riordino; e che. forse, aprirebbe anche al primo contratto della dirigenza penitenziaria, ancora inapplicato dopo oltre dieci anni dalla sua previsione, pure in questo caso per un pigro accomodamento della dirigenza sul contratto della Polizia di Stato!
Gli scenari di un nuovo modello organizzativo, renderebbero più efficace il controllo, anche giudiziario, sulla legalità dell’azione penitenziaria che quotidianamente viene espressa in un carcere. L’assistente Caputo continuerà a rimanere inascoltato al grido di “…riorganizziamoci”?…continuando, imperterriti, a puntare il dito della colpevolezza sempre verso il carcere e trascurando invece altre responsabilità che, in modo molto più critico, appartengono ai livelli superiori e viciniori? Il vaso di Pandora andrebbe scoperto a quest'ultimo grido di “riorganizziamoci” per tradurre la speranza in realtà.

 

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