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Il Ministro Orlando dice che la situazione delle carceri è sotto controllo. Non ha dati aggiornati o non vuole spaventare gli italiani?

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Il ministro Andrea Orlando, come gli altri, in campagna elettorale pur parlando relativamente poco di programmi, ci ha invece fatto credere che la condizione dei penitenziari è oggi abbastanza accettabile e sostanzialmente sotto controllo. Peccato che i suicidi in carcere sono sempre troppi e che l'indice di affollamento reale non è quello ufficialmente dichiarato ma ancora molto, molto diverso e lontano dalla realtà. I casi sono due: o il ministro non gode di dati aggiornati o non vuole spaventare gli italiani descrivendo lo stato reale delle cose. Ambedue le preoccupanti ipotesi non ci sembrano all'altezza della situazione. Di nuovo dobbiamo interrogarci sui criteri con i quali la politica, attraverso l'amministrazione statale, sceglie, decide, si pronuncia in presenza di situazioni altamente drammatiche che riguardano le carceri in Italia. Giusta, e lo ripetiamo ancora con convinzione, la decisione fatta a suo tempo di promuovere gli “Stati generali dell'esecuzione penale”. Ma questo non basta Onorevole Ministro. Meno giusto l'ambiguo "percorso" successivo che in certi ambiti più ristretti, tra discussioni, lotte interne, proclami e contestazioni ha visto partorire l’idea del “nuovo” carcere di Nola. Un progetto sul quale abbiamo avuto modo di discuterne l'evidente obsolescenza progettuale verificando che la concezione di base, nata purtroppo già vecchia, con cifre stratosferiche di costruzione e di futura pessima gestione. Vetrate blindate, brise soleil, frangisole a gogò, organizzazione funzionale tardo-ottocentesca ma con tanta demagogia coperta dal solito vetusto “politically correct”, quello ben noto di una obsoleta sinistra in cachemire che tanto male ha fatto al pensiero democratico e riformatore.

La domanda viene spontanea: chi decide queste soluzioni aberranti? Chi sceglie colui (o colei) che deve decidere simili aberrazioni? Saremmo ben curiosi di sapere quali siano i criteri di valutazione, se esistono, che hanno portato talune figure professionali a coordinare tavoli, meeting, convegni, simposi, conferenze e altre pubbliche manifestazioni dedicate alla (loro) più recente scoperta di una necessaria "riflessione" sulle carceri? Saremmo soddisfatti se almeno una delle teste responsabili, al di là delle amicizie e dei cognomi importanti anche se (ufficialmente) non pagata, avendo scoperto di recente queste problematiche, ci dicesse il perché di questi subitanei interessi verso l'architettura penitenziaria pur non avendo la necessaria pratica consolidata da anni in questo specifico settore. Quali titoli abbia acquisito o quali altre motivazioni "umanitarie" l'abbiano spinta a preoccuparsi di una così specialistica attività professionale. I ponti crollano per i calcoli sbagliati o perché costruiti male. Le carceri invece non funzionano perché troppe sono le deficienze informative di base che dovrebbero essere fondamento di un corretto approccio culturale teso ad una corretta progettazione e gestione. Gli istituti italiani nella maggior parte dei casi sono tutti fuori norma. Ed è l'intero patrimonio edilizio che occorre ripensare. Appunto: "ripensare". Ma per questo ci vorrebbe un pensiero, una cultura, l'esperienza e una informazione vasta. Le improvvisazioni di norma non danno buoni risultati. I ponti crollano e le carceri scoppiano.

Il sospetto: ormai si sa quasi tutto per promuovere una vera riforma dell’esecuzione penale. Sono piene le biblioteche italiane e straniere di libri, manuali, idee perché ci si possa adeguatamente informare, se necessario, sul modo come risolvere questa insostenibile situazione. Ogni giorno si fanno convegni tra esperti che tra loro si parlano, si confrontano, discutono, talvolta litigano sulle misure migliori da adottare per attuare riforme. Tutto è da tempo profondamente noto. La domanda è: perché non si fa? Il sospetto sempre più forte è che una volta instradata la soluzione dei problemi, il gigantesco apparato politico burocratico che governa e amministra, a riforme fatte, di che si occupa?

 

Domenico Alessandro De Rossi

​Architetto e urbanista, già docente di Pianificazione territoriale, costiera e portuale alla facoltà di Ingegneria dell’Università del Salento. Nel 2005 è stato chiamato dal governo della Libia per la pianificazione del nuovo Programma Penitenziario conforme alle disposizioni dei Diritti umani sotto il patrocinio delle Nazioni Unite coordinando docenti universitari e professionisti per il Piano nazionale delle carceri dello Stato per oltre 6000 detenuti. E' responsabile nazionale dell'Osservatorio LIDU onlus (Lega Italiana dei Diritti dell'Uomo) "Persone private della libertà" e cofondatore del "Tribunale Dreyfus", organizzazione per la difesa della giustizia giusta. Ha curato e scritto il libro "NON SOLO CARCERE", Mursia ed. 2016

 

 

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