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Il pericolo radicalizzazione nelle carceri italiane

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Il  “proselitismo” e il “radicalismo”, sono caratteri degeneri del carcere.

In fondo la degenerazione della funzione del carcere è tutta racchiusa nella banale, ma significativa, espressione “il carcere è l’università del crimine”.

Spesso infatti si entra in carcere con il diploma di delinquente e si esce con il titolo di “specializzazione”.

Il proselitismo quindi ha le sue radici “nell’addestramento a delinquere” che i giovani detenuti ricevono dai più anziani ed esperti, radicati inesorabilmente in una dimensione antisociale.

È quanto accadeva sovente per la delinquenza comune e per la criminalità organizzata e ora accade anche per il terrorismo nazionale con radicalizzazione in carcere del terrorismo islamico e jihadista.

La definizione di “terrorismo cosiddetto islamico” è stata adottata in ossequio alle affermazioni di autorevoli esponenti delle magistrature e delle forze di polizia di vari paesi islamici i quali, nel corso di vari incontri motivati da ragioni scientifiche e da esigenze di cooperazione internazionale, hanno osservato che l’espressione “so called islamic terrorism” può ritenersi idonea ad evitare ogni impropria, se non offensiva, generalizzazione.

Dopo gli efferati attentati dell’11 settembre 2001, di Madrid (2004), Londra (2005), ed in particolare a seguito di quelli di Berlino del dicembre 2016 in cui è stato coinvolto un terrorista (Anis Amri) che si presume possa essersi radicalizzato durante il periodo della sua detenzione nel carcere “Ucciardone” di Palermo, si è sentita, anche in Italia, in maniera ancora più forte la necessità di individuare contromisure sempre più efficaci, sia a livello nazionale che internazionale. 

Il termine “radicalizzazione” è entrato nel linguaggio corrente della maggior parte delle istituzioni, pubbliche o private, in particolare in ambito penitenziario è ritenuta come il nemico principale del trattamento con due allarmanti fenomeni legati al radicalismo islamico.

Il primo riguarda la radicalizzazione di molti criminali comuni, specialmente di origine nordafricana, i quali, pur non avendo manifestato nessuna particolare inclinazione religiosa al momento dell’entrata in carcere, sono trasformati gradualmente in estremisti sotto l’influenza di altri detenuti già radicalizzati.

Il secondo fenomeno, diffuso in misura crescente particolarmente nel Regno Unito, riguarda l’imposizione della legge islamica (la cosiddetta sharia) all’interno delle carceri ad opera di gruppi di detenuti fondamentalisti.

La radicalizzazione in carcere, può avvenire attraverso due canali, per osmosi interna, ossia grazie all’influenza di altri detenuti, oppure per l’influenza esterna, ossia l’introduzione di testi devianti o l’accesso di visitatori autorizzati per vari motivi quali l’assistenza religiosa, i colloqui familiari etc.

Per cercare di fronteggiare il fenomeno radicalismo e arginare la possibilità di attentati terroristici è stato istituito, il 6 maggio 2004, con Decreto del Ministro dell’Interno, il C.A.S.A., ovvero il Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo consistente in un tavolo permanente, presieduto dal Direttore Centrale della Polizia di Prevenzione, nel cui ambito vengono condivise e valutate le informazioni sulla minaccia terroristica interna ed internazionale.

Vi prendono parte le Forze di polizia a competenza generale – Polizia di Stato e Arma dei Carabinieri – le Agenzie di intelligence -AISE ed AISI – e, per i contributi specialistici, la Guardia di Finanza ed il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.

È stato lo stesso C.A.S.A. più volte a ribadire che proprio nelle carceri, luoghi imprescindibili di controllo, i fenomeni di radicalizzazione hanno la meglio.

I numeri del resto parlano chiaro: secondo l’ultima relazione presentata dal D.A.P. sono ben 506 i soggetti radicalizzati in carcere.

Dei 506, poi, 242 sono i detenuti c.d. di “primo livello”, ovvero soggetti detenuti per reati di terrorismo internazionale (per questo tipo di reato i ristretti sono 62 secondo le fonti D.A.P) o particolarmente attenzionati per atteggiamenti che rilevano forme di proselitismo; 114 sono di “livello medio” a cui fanno riferimento quei detenuti che hanno posto in essere più atteggiamenti che fanno presupporre la loro vicinanza

alle ideologie jihadiste; 150 c.d. di “basso livello” con cui si fa riferimento a quei detenuti che meritano approfondimento per la valutazione successiva di inserimento nel primo o secondo livello.

Il Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria adotta forme di controllo straordinarie, monitorando i soggetti in ogni momento della loro vita detentiva, dalla preghiera svolta nella camera detentiva agli incontri casuali quali i “passeggi”, fino ai locali adibiti ai luoghi di culto nei penitenziari.

 

 

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