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Il piano del Governo per svuotare le carceri: benefici anche per reati gravi e senza il parere della Direzione Nazionale Antimafia

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Ottomila detenuti oltre la capienza, sprint per approvare la riforma prima dell'insediamento del nuovo governo. Più misure alternative e tutele sanitarie: "Atto di civiltà". Le associazioni delle vittime protestano. Queste le novità.

Il premier Paolo Gentiloni ha annunciato che entro la fine della legislatura sarà approvata la riforma dell'ordinamento penitenziario voluta dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando. Un passaggio quasi epocale, poiché è previsto l'allargamento della platea di chi può ottenere benefici anche se condannato per reati gravi, mentre saranno aumentate le tutele sanitarie in carcere. L'insorgenza di "gravi problemi psichici" durante la detenzione è equiparata a quella d'importanti menomazioni fisiche, con possibilità di sospendere la pena dietro le sbarre.

E per le donne con figli piccoli si apriranno più strade per l'esecuzione alternativa della condanna. L'obiettivo è coniugare diritti umani, diminuzione dei detenuti e dei tassi di recidiva, spesso più elevati fra chi ha affrontato un percorso soltanto punitivo.

Il 31 gennaio erano presenti nelle 190 prigioni per adulti del Paese 58.087 persone, a fronte d'una capienza di poco superiore a 50 mila, e il trend non cala con regolarità. Va inoltre ricordato che l'Italia nel 2010 aveva dichiarato lo stato d'emergenza per il sovraffollamento (si rasentavano le 70 mila presenze), nel 2013 è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo per le condizioni delle celle (980 suicidi dal 2000) e nel novembre 2017 l'Onu ha chiesto delucidazioni sulla durezza del regime 41 bis applicato a mafiosi e terroristi.

I decreti attuativi sono in agenda per il consiglio dei ministri di giovedì, quando si dovrà decidere se recepire le osservazioni delle commissioni giustizia di Camera e Senato. La seconda ha chiesto modifiche restrittive, accogliendo le forti perplessità di alcuni magistrati antimafia. Molto critiche le associazioni delle vittime, mentre le Camere penali (avvocati) guidano il gruppo di chi definisce il testo "un atto di civiltà".

 

Niente cella se la condanna è inferiore ai quattro anni

In carcere non entrerà più chi ha riportato condanne inferiori ai quattro anni o ne deve scontare poco meno, combinando riforme del codice penale e dell'ordinamento penitenziario: "Viene innalzato da 3 a 4 anni – si legge nell'ultima versione dello schema di decreto legislativo – il limite massimo di pena inflitta o residua entro cui sono consentite misure alternative", parificando così la soglia per i domiciliari a quella per l'affidamento in prova ai servizi sociali.

Cruciale sarà la valutazione del giudice di sorveglianza in primis sui casi di stalking (le condanne oscillano sovente fra i 3 e i 4 anni), mentre la penuria di risorse fa saltare gli investimenti per incrementare le opportunità di lavoro dei detenuti e per la rieducazione dei minori. Novità nella disciplina della Polizia Penitenziaria, che dovrà verbalizzare in modo più sistematico l'attività di perquisizione e indagine dentro le celle.

Il Sappe, sindacato maggioritario fra i 30 mila agenti in servizio, pur riconoscendo la necessità di alleggerire istituti dove negli ultimi vent'anni sono stati sventati 18 mila suicidi, ribadisce che il testo andava approvato nel cuore della legislatura per consentire una fase di rodaggio, e non in extremis.

 

Pena all'esterno per chi ha figli e assistenza ai malati psichici

Alcuni passaggi fondamentali riguardano le mamme detenute spesso con figli al seguito. Viene prevista la possibilità "per le madri di prole non superiore ai sei anni, di espiare la pena negli istituti a custodia attenuata (Icam) subordinando l'assegnazione al consenso della donna o, in assenza, al tribunale di sorveglianza".

Non proprio un automatismo, ma quasi. Si prevede poi la facoltà, per accudire figli che abbiano compiuto i dieci anni, di chiedere misure alternative alla detenzione domiciliare. Il giudice dovrà coniugare "l'interesse del minore e la tutela della collettività", nonché "l'affidabilità della detenuta in riferimento al concreto pericolo di fuga".

Importanti gli aggiornamenti in materia sanitaria. La "grave infermità psichica" viene equiparata a quella fisica "ai fini del possibile rinvio dell'esecuzione della pena e del possibile accesso alle misure alternative", anche quando la malattia subentra durante l'espiazione. Saranno create apposite sezioni per detenuti malati "di esclusiva gestione sanitaria", all'interno delle quali entreranno soltanto i medici e i loro assistenti. Sì ai colloqui via Skype, più protezione a chi rischia discriminazione sessuale.

 

Benefici anche dopo reati gravi restano esclusi boss e terroristi

Il tema più spinoso riguarda la concessione di benefici come lavoro esterno, permessi premio, affidamento in prova e detenzione domiciliare a una serie di detenuti inquadrati secondo l'articolo 4 bis (diverso dal 41 bis) dell'ordinamento penitenziario. I bonus saranno preclusi ai condannati per associazione mafiosa o terrorismo, ma al contrario di prima accessibili a chi ha riportato pene per riduzione in schiavitù, prostituzione minorile, tratta di persone, violenza sessuale di gruppo, pornografia minorile e associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga.

Un ergastolano (in Italia sono oltre 1.000) potrà chiedere la semilibertà in anticipo sui vent'anni minimi di espiazione fissati fino ad oggi, se in precedenza ha fruito senza problemi per almeno cinque anni dei permessi che gli vengono concessi dal decimo di reclusione.

Ogni caso sarà valutato singolarmente, l'ultima parola spetta sempre al giudice di sorveglianza. Il procuratore aggiunto di Catania Sebastiano Ardita, molto accreditato fra i colleghi, ascoltato al Senato ha contestato le nuove norme, sostenendo che produrranno un boom di richieste e contenziosi e renderanno ancora meno "certa" la pena.

 

Fuori dalla lista nera anche senza l'ok dell'antimafia

Viene sottratto al vertice della Direzione nazionale antimafia il potere di stoppare l'uscita dalla lista nera in cui non si possono ottenere benefici. Il via libera, con il quale va certificata l'assenza di collegamenti con associazioni mafiose del detenuto che sta per ottenere agevolazioni, sarà concesso dalla Procura del distretto in cui era avvenuta la condanna.

Sul punto è stato critico il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho. Secondo il magistrato solo un pool centralizzato ha un quadro completo dei possibili agganci alle cosche; mentre le varie articolazioni territoriali dispongono sì d'informazioni capillari, ma su un'area più ristretta. Un altro dubbio sulle garanzie antimafia, oltre a quello sui maggiori margini per le donne-boss, riguarda la visione più parcellizzata delle singole condanne, laddove ci sia da decidere se sottoporre o meno un detenuto a un regime restrittivo.

Scomponendo il suo percorso criminale, senza contemplare nel "cumulo" le pene già espiate, si rischierebbe in astratto di escludere dalla super-sorveglianza persone che invece lo meritano. Nell'opinione di De Raho, tuttavia, non dovrebbe cambiare nulla per i 730 detenuti sottoposti al 41 bis, il carcere duro riservato ad alcuni capiclan e terroristi.

di Matteo Indice – La Stampa, 19 febbraio 2018

 

Le osservazioni del Cons. Ardita sulla riforma ordinamento penitenziario: il testo integrale audizione Commissione Giustizia del Senato

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