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Il suicidio in e dal carcere. Il desiderio di evasione degli agenti di Polizia Penitenziaria

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Non ci lascia mai indifferenti l’apprendere la notizia del suicidio di un detenuto, soprattutto perché, in un modo che forse solo noi agenti della Polizia Penitenziaria possiamo comprendere, ci sentiamo responsabili.

Siamo i loro referenti, a volte i loro confidenti e quindi ci si domanda se non potevamo fare di più; se non potevamo prestare maggiore attenzione e comprendere quello stato di logoramento; se si poteva evitare la tragedia.

Ma l’apprendere la notizia del suicidio di un collega colpisce ancora di più, ti segna, ti fa riflettere e purtroppo i casi vanno aumentando anche se non se ne parla e si evita di collegare il nefasto evento all’ambiente lavorativo. Ma ognuno di noi è il risultato della realtà che lo circonda e non può essere accantonato il fattore mestiere, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo: minimo 36 ore settimanali sono trascorse in carcere per un agente di Polizia Penitenziaria.

Senza cellulare o mezzi di comunicazione con l’esterno; senza possibilità di potersi distrarre, dietro le sbarre; circondato da detenuti da controllare; spesso da soli.

Insomma se la giornata non è partita bene di certo non migliorerà durante il servizio e sicuramente se si ha qualche brutto pensiero si ha molto tempo per rimuginarci sopra e peggiorare la situazione.

C’è un nome specifico per tutto questo ed è sindrome da burnout, cioè: l’esito patologico di un processo stressogeno che interessa, in varia misura, diversi operatori e professionisti che sono impegnati quotidianamente e ripetutamente in attività che implicano le relazioni interpersonali.

La categoria delle forze dell’ordine, la nostra, rientra in quelle più esposte a questa sindrome perché si vive costantemente in contatto con persone che vivono stati di disagio e sofferenza ma non solo; questa patologia è dovuta anche al contesto lavorativo e alle emozioni legate ad esso.

Tra le cause più frequenti sono indicate: sovraccarico di lavoro, mancato riconoscimento per il lavoro svolto, mancanza di equità, assenza di controllo.

Beh direi che se queste caratteristiche fossero figurine potremmo dire che non ce ne manca una!

L’album è completo, vero colleghi?

A chi, infatti, non è capitato di lavorare con la sensazione di non riuscire a gestire tutte le attività e le difficili situazioni che si presentano?

Chi di noi può dire, dopo un turno di 8 ore, di non sentire di aver lavorato troppo?

A chi non è capitato di sorbirsi una ramanzina dai superiori per una piccola mancanza pensando a quanti comportamenti peggiori sarebbero da redarguire?

Quanti di noi ricevono apprezzamenti e gratitudine per quello che fanno?

A quanti è capitato di sentirsi presi in giro quando ci viene negato un giorno di permesso quando ad altri è tutto concesso?

Anche noi abbiamo le nostre colpe.

Se vediamo un collega poco loquace, distante, “strano” tendiamo ad isolarlo, a dargli un soprannome buffo, a prenderlo in giro perché è più facile classificare invece che farsi delle domande; è più divertente fare una battuta piuttosto che chiedere se c’è qualcosa che non va; è più semplice fare i buffoni che cercare di essere amici.

Esaurimento emotivo, depersonalizzazione, disinteresse, cinismo, ridotta realizzazione personale: sono queste le conseguenze, a lungo andare del burnout fino alla depressione, all’alcolismo ed infine al suicidio.

Si parla di più di cento casi tra le nostre fila dal 2000 ad oggi e in tutti questi anni, ormai stiamo andando per il ventennio, non è stato fatto niente a parte istituire una help line alla quale non risponde nessuno.

L’aspetto peggiore di queste statistiche e purtroppo i casi vanno sempre più aumentando, è l’indifferenza da parte della nostra amministrazione: dobbiamo ritenerci fortunati se ci viene concesso un giorno di riposo per donare il sangue figuriamoci se può essere concepita l’idea di un sostegno psicologico a nostra disposizione.

Il medico del lavoro lo si vede una volta ogni 4 anni, se va bene, e la visita consiste in una chiacchierata di 5 minuti durante la quale viene compilata una cartellina con i dati anagrafici e vengono effettuati i prelievi.

Le solite pratiche burocratiche per intenderci.

Il suicidio è definito come il comportamento di un soggetto che cerca e trova la soluzione ad un problema nella sua stessa morte. Perciò vorrei concludere questo pezzo facendo un appello: innanzitutto a chi si sente solo, insoddisfatto e incompreso.

Ci sono dei professionisti che possono aiutarvi, non vergognatevi ad ammettere che avete bisogno di un sostegno; non aspettate di “bruciarvi” nel vostro dolore, è solo coraggioso e coscienzioso chi si rende conto del proprio stato di salute.

Non esiste solo il benessere fisico perché la psiche è il nostro “organo” più importante.

Vorrei poi dire a chi si accorge che un collega sta passando un brutto periodo o è un po’ cupo che chiedere anche solo come va e cercare di capire se c’è un disagio non è mancanza di riservatezza perché a volte un “come stai?” può cambiarti la giornata.

E infine alla nostra amministrazione: so che siamo in carenza di personale, che mancano i fondi, che i carceri sono sovraffollati e che gli uffici sono sommersi di pratiche da smaltire ma il benessere del personale deve essere al primo posto nei vostri interessi.

Se non potete ridurre l’orario lavorativo, se non potete diminuire il carico di lavoro che abbiamo, non dimenticatevi di noi.

Fateci sentire apprezzati, sostenuti, validi.

Ringraziateci, sosteneteci, comprendeteci, aiutateci per far sì che queste tristi statistiche non si facciano più.

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