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Impedire l’accesso e l’utilizzo dei telefonini in carcere è possibile. Perché il DAP non agisce?

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Ogni settimana vengono ritrovati telefoni cellulari all’interno delle carceri, a disposizione della popolazione detenuta.

Si tratta ancora di un possesso vietato dalla Legge: almeno fino ad ora.

Ad ogni ritrovamento gli apparecchi vengono sequestrati e partono le indagini per accertare le modalità di ingresso in istituto.

Il motivo del divieto di avere a disposizione un apparecchio di telefonia mobile in carcere è semplice: impedire che le persone detenute, soprattutto quelle in “Alta Sicurezza”, per non parlare dei 41-bis, possano mantenere comunicazioni con l’esterno ed in questo modo, continuare a gestire traffici illeciti, impartire o ricevere ordini e, in definitiva, continuare a delinquere che è anche uno dei motivi per il quale quelle stesse persone sono in carcere. In realtà, qualunque telefonino, anche se “solo” a disposizione di una persona detenuta impiegata nei lavori all’esterno, è comunque una fonte di pericolo per il mantenimento della sicurezza dell’istituto ed è quindi evidente che andrebbe profuso ogni sforzo per debellare un fenomeno del genere.

E’ possibile evitare che entrino in continuazione telefonini nelle carceri italiane? Si.

E’ possibile accorgersi di chiamate in corso con i telefonini nelle sezioni detentive? Si.

Da parte dell’Amministrazione penitenziaria, viene impiegato ogni sforzo per impedire l’ingresso e l’utilizzo dei telefoni cellulari in carcere? No.

E perché no? Forse costerebbe troppo dotare tutti gli istituti penitenziari di apparecchiature idonee ad individuare un telefono in ingresso in carcere oppure, una volta entrato illecitamente in qualche modo, che venga utilizzato? No, con poche migliaia di euro per ogni istituto, tutte le carceri italiane potrebbero essere “bonificate” ed impedito l’ingresso di ogni altra apparecchiatura tecnologica vietata.

Sono mesi infatti che la Polizia Penitenziaria ha sperimentato con successo alcune delle ultime apparecchiature in commercio che possono scoprire ogni telefonino nascosto nelle carceri ed impedire che ne entrino di nuovi.

La soluzione c’è. E’ a portata di mano. Costa pochissimo …e i soldi sono già disponibili.

Qual è allora il problema?

Una serie di motivi. Prima di tutto il DAP, evidentemente, sottovaluta i pericoli derivanti dall’utilizzo dei telefoni cellulari in carcere, ma anche una certa “cultura permissiva” che in questi ultimi anni ha decisamente preso il sopravvento, anche su questioni di buon senso come questa. Per fare un esempio, ancora qualche mese fa, un’associazione molto vicina ai vertici del DAP e del DGMC, si era lanciata in dichiarazioni che, non solo volevano minimizzare lo scandalo dei continui ritrovamenti dei telefoni in un determinato istituto (in particolare, in sezioni AS), ma che anzi, cercavano di motivare quei ritrovamenti come un evidente “bisogno” dei detenuti di comunicare con i propri cari; un bisogno che semmai, per l’Associazione, andava favorito, invece che impedito.

A dire il vero, la soluzione sperimentata, ha fornito talmente tante prove a favore, che il DAP è stato “costretto” a diramare una lettera a tutti i Provveditori, lasciando loro la facoltà di valutare il possibile utilizzo di tali apparecchiature.

Alcuni Provveditori si sono mossi, altri no, ma anche per un motivo comprensibile: in mancanza di una precisa indicazione e sollecitazione dal parte del DAP per l’acquisto di tali strumentazioni, con quale criterio un Provveditore e, a cascata, un Direttore, dovrebbe prendersi la responsabilità di impiegare dei soldi per comprare apparecchiature che il DAP stesso non ha voluto prendersi la responsabilità di acquistare? Quanto meno, ciascun Provveditore/Direttore, vorrà prima capire di cosa si tratta…

Ed è per questo che, molto probabilmente, nonostante i successi della sperimentazione delle apparecchiature a contrasto del fenomeno dell’utilizzo dei telefonini in carcere, nonostante i pericoli derivante dall’utilizzo dei telefoni negli istituti, nonostante l’esiguità dei soldi da impiegare e, soprattutto, nonostante questi soldi siano già disponibili nei rispettivi capitoli di bilancio, anche per il resto delle prossime settimane, continueremo a leggere di telefonini ritrovati negli istituti penitenziari, ma quel che è peggio, non sapremo quanti non sono stati ancora ritrovati e quindi continueranno ad essere utilizzati.

La soluzione a breve termine potrebbe essere quella che uno dei vertici dell’Amministrazione penitenziaria, magari uno degli ultimi arrivati, poco legato alle logore dinamiche dipartimentali, prenda in mano la situazione e imponga un preciso indirizzo per migliorare la sicurezza e la legalità nelle carceri.

La soluzione a medio termine, potrebbe essere quella di procedere alla prima convocazione della Commissione Tecnologica ed Informatica prevista dall’art. 26 comma 1 lettera f) del D.P.R. 31 luglio 1995 n° 395, che in più di diciotto anni non si è mai riunita.

 

Bambino neonato utilizzato durante i colloqui in carcere per consegnare droga e telefonino al padre detenuto

 

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