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Intervento del Ministro della Giustizia Andrea Orlando al bicentenario della Polizia Penitenziaria

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Signor Presidente della Repubblica,
Signor Capo Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria,
Autorità tutte,

la giornata odierna riveste particolare rilievo nel contesto delle celebrazioni del bicentenario della fondazione Corpo di Polizia Penitenziaria, che si sono protratte durante tutto l’anno.  

Due secoli ci separano dalla promulgazione delle Regie Patenti da parte di Vittorio Emanuele I che approvarono il “Regolamento relativo alle Famiglie di Giustizia”. Questi due secoli ci ricordano il ruolo di primo piano svolto dal Corpo nella storia d’Italia, fin da prima dell’Unità e in seguito nel corso di tutto il cammino unitario.

Nella storia della nostra Repubblica, la Polizia Penitenziaria ha fornito un importante contributo per la difesa e la realizzazione dei valori costituzionali.  

Il Bicentenario è l’occasione per ricordare l’evoluzione normativa che ha accompagnato la crescita e la capacità del Corpo di adattarsi ai profondi cambiamenti che hanno caratterizzato la nostra società.

Il Bicentenario è anche il momento per sottolineare l’attualità delle fondamentali funzioni del Corpo e per rivendicare con orgoglio la professionalità e la specializzazione di una Forza di polizia moderna e capace di tenere insieme le esigenze di controllo e di ordine negli Istituti penitenziari, con quelle di sostegno e recupero delle persone detenute.

Nel corso di due secoli, il Corpo di Polizia Penitenziaria ha mostrato una dedizione costante affrontando con sacrificio stagioni sanguinose e di fortissima contrapposizione che il nostro Paese ha vissuto anche all’interno degli Istituti penitenziari. E, forse, ancor più drammaticamente, all'interno degli istituti penitenziari.

In questa solenne occasione, presento il mio personale omaggio ai tanti caduti del Corpo ed esprimo la mia vicinanza e il mio cordoglio alle famiglie. In particolare voglio rinnovare il ricordo del Maresciallo degli Agenti di Custodia Calogero di Bona e dell’Agente di Polizia Penitenziaria Carmelo Magli. Due “Vittime del Dovere”.

Attraverso la loro dedizione e il loro sacrificio hanno concorso, assieme a molti operatori del Corpo, alla resistenza dello Stato e delle Istituzioni, alla difesa della Repubblica dalla mafia e dalle azioni sovversive che hanno messo in serio pericolo la tenuta complessiva della nostra democrazia.  

Durante i decenni di fortissima tensione sociale che hanno caratterizzato l’Italia del dopoguerra, con fenomeni di terrorismo interno particolarmente diffusi e violenti, e durante la strategia del terrore del crimine mafioso contro lo Stato, la Polizia Penitenziaria ha svolto un ruolo fondamentale nella reazione unitaria delle Istituzioni.  

Nel corso della sua lunga storia, il Corpo di Polizia Penitenziaria ha quindi costantemente rappresentato un presidio essenziale per la sicurezza della Repubblica, rendendo tangibile la presenza dello Stato in un luogo cruciale per la democrazia come il carcere. Un luogo che spesso una vasta parte della società italiana non ha voluto e vuole vedere, non ha voluto vivere, avvolgendolo in una nube di indifferenza. L’esperienza quotidiana della Polizia Penitenziaria ci ricorda costantemente che non possiamo permetterci nessuna forma di indifferenza sulla questione carceraria. Là si misura la cifra di una democrazia.

A fianco alla dedizione, mi preme ricordare la capacità di innovazione del Corpo, un’altra sua caratteristica di fondo all’interno della storia repubblicana.  

La Polizia Penitenziaria si è adattata alle nuove prospettive della pena, cogliendo, a partire da un’impareggiabile esperienza e conoscenza diretta, l’esigenza della rieducazione e della riconnessione sociale delle persone detenute.  

Ci tengo a ricordare, in questo contesto, come il Corpo abbia accompagnato il lavoro del Ministero della Giustizia negli anni più recenti. Anni in cui, con gli Stati Generali dell’Esecuzione Penale, abbiamo portato avanti un lavoro di confronto e di elaborazione su tutti gli ambiti dell’esecuzione penale. Non si è trattato di un mero un esercizio teorico, ma di una precisa scelta politica, culturale, e di metodo, che ha teso a coniugare esperienze e professionalità diverse, unite dal comune impegno dell’elaborazione di una nuova cultura della pena.

All’interno di questo percorso, volto a radicare nel Paese l’idea di un vero reinserimento sociale in una logica riparativa e di riconnessione, il contributo della Polizia Penitenziaria è stato prezioso, anche attraverso la partecipazione attiva ai tavoli di lavoro.

Nello specifico modello di vigilanza dinamica emerso dagli Stati Generali dell’Esecuzione Penale, la Polizia Penitenziaria acquista sempre più il ruolo di osservatore di prossimità. L’idea di una attività diretta esclusivamente alla custodia statica dei detenuti sta infatti lasciando il passo ad un modo più dinamico di realizzare le funzioni di controllo e di sicurezza che sono e saranno anche in futuro indispensabili all’interno del carcere.

In questo contesto, il patrimonio di conoscenze e di competenze del Corpo sulle modalità delle relazioni del detenuto trova una rinnovata valorizzazione in ottica trattamentale, coniugando da un lato maggiore autonomia e dall’altro lato una più efficace prevenzione delle situazioni problematiche.

Bisogna assolutamente evitare che una maggiore apertura del carcere si traduca in una flessione degli strumenti di controllo ed in un aumento dei rischi di sopraffazione e di violenza. Allo stesso modo è indispensabile governare con equilibrio i delicati passaggi connessi alla riorganizzazione amministrativa e tenere sotto costante controllo il concreto funzionamento dei nuovi modelli di vigilanza dinamica introdotti di recente.

Sotto questo profilo vi deve essere il massimo impegno per assicurare le migliori condizioni di operatività ai poliziotti penitenziari contenendo il più possibile i rischi di violenze e di tensioni. Inoltre, devono essere garantiti pienamente i diritti del personale e va messo in campo il massimo sforzo per ridurre lo stress che inevitabilmente deriva dal difficilissimo lavoro che sono chiamati a svolgere.

Dalla storia della Polizia Penitenziaria, così come dalle sue risposte alle sfide del presente, si evince la capacità di adattarsi alle evoluzioni normative e sociali, e alle esigenze sempre più complesse della popolazione detenuta. Ne è un esempio la partecipazione della polizia Penitenziaria alle attività di osservazione e di trattamento che permettono di conoscere le persone detenute e comprendere gli strumenti migliori da mettere in campo per garantirne il recupero, assicurando, allo stesso tempo, le necessarie condizioni di sicurezza all’interno delle quali questi percorsi di “riconnessione” si sviluppano. Altrettanto vale per l'attività cruciale che la Polizia Penitenziaria svolge per il monitoraggio della radicalizzazione nel carcere.

Nella consapevolezza dei rischi che affronta il nostro Paese, in un delicato scenario geopolitico, caratterizzato da minacce ibride e spesso inedite, nonché da dinamiche di radicalizzazione che richiedono un attento monitoraggio, occorre soffermarsi anche sul ruolo del Corpo di Polizia Penitenziaria in materia di sicurezza.

In questa prospettiva, la Polizia Penitenziaria entra a pieno titolo nel sistema della sicurezza nazionale, collaborando alle attività di reinserimento del condannato (con il contenimento del rischio di recidiva) e mettendo in campo una fondamentale azione di prevenzione che, soprattutto in materia di criminalità organizzata e terrorismo, assume rilevanza più generale anche all’esterno del carcere.

In questi ultimi anni sono stati fatti molti sforzi per cambiare il sistema complessivo della esecuzione penale e per migliorare la vivibilità del carcere e le condizioni di lavoro del personale. Interventi normativi ed una profonda innovazione amministrativa stanno dando un nuovo assetto che dovrà essere completato con l’attuazione della delega in materia di riforma dell’ordinamento penitenziario.

Una mia priorità è sempre stata quella di dare al Corpo pari dignità rispetto alle altre Forze di polizia; il riallineamento ed il riordino, con la previsione dell’accesso alla dirigenza dei funzionari, credo siano stati passi importanti nella giusta e doverosa direzione.

Non vi è dubbio che nuove esigenze, come quelle derivanti dalla sempre più insidiosa minaccia terroristica, rendono sempre più importante l’impegno nella formazione e nel reperimento di risorse umane e materiali adeguate ai delicati compiti affidati ai poliziotti penitenziari.
 
Oggi celebriamo due secoli di dedizione, di innovazione, di sicurezza.

Dobbiamo essere grati al Corpo di Polizia Penitenziaria per il suo servizio all’Italia. Per il grande contributo che, attraverso la specificità delle proprie funzioni e la capacità delle sue persone, donne e uomini, fornisce e potrà continuare a fornire a tutto il Paese.

Viva l'Italia. Viva la Polizia Penitenziaria.

Andrea Orlando
Ministro della Giustizia

 

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