<

La Polizia Penitenziaria nella lotta al terrorismo e alla radicalizzazione jihadista

0
Share.

La lotta al terrorismo internazionale e alla radicalizzazione jihadista rappresenta una priorità nell’agenda politica nazionale ed internazionale che richiede un’azione coordinata, determinata e ferma, per garantire risposte concrete ad un pericolo che non deve e non può essere in alcun modo sottovalutato. Dal lato normativo sono stati fatti molti passi in avanti, adeguando il nostro impianto sanzionatorio con la previsione di quattro nuove norme incriminatrici ed andando ad ampliare il campo applicativo di quelle che già erano vigenti nel nostro sistema.

Una spinta decisiva, in questo senso, è giunta dalle istituzioni comunitarie che, nell’ambito dell’Agenda europea sulla sicurezza per il periodo 2015-2020, hanno sottolineato come l’esigenza di contrastare ogni forma di proselitismo, finalizzata ad una radicalizzazione verso forme estremistiche di odio e di violenza, debba essere considerata tra le priorità e debba coinvolgere tutti gli Stati membri in un clima di piena cooperazione e condivisione delle informazioni e delle azioni necessarie. La risposta sanzionatoria non è però sufficiente da sola ad evitare il rischio della radicalizzazione, ma deve essere messa in campo una strategia di prevenzione che parta da una approfondita analisi del fenomeno e dalla conoscenza delle forme e dei luoghi dove questo “virus” può nascere e svilupparsi. L’attenzione, che prima era focalizzata quasi esclusivamente sui luoghi di preghiera, si è spostata negli ultimi tempi anche sulle carceri perché, per motivi facilmente intuibili, costituiscono l’ambiente ideale per adescare soggetti più emarginati dalla società e instradarli verso un percorso di indottrinamento che li può portare a coltivare sentimenti di odio, violenza, rabbia e rancore nei confronti di tutto ciò che rappresenta il nostro modello esistenziale. Il tema della lotta alla radicalizzazione non può che essere affrontato in una visione complessiva che deve coinvolgere, in un ruolo di primo piano, anche la Polizia Penitenziaria che costituisce un baluardo per la sicurezza e per il controllo di tutto ciò che accade, in particolare, all’interno delle strutture di reclusione.

Non possiamo non ricordare gli importanti passi in avanti che si sono ottenuti negli anni, anche nell’organizzazione dello stesso Corpo, attraverso l’esperienza acquisita nella lotta a fenomeni di terrorismo interno, come quello delle Brigate Rosse, e di criminalità organizzata, che hanno portato alla creazione di nuove strutture operative altamente professionalizzate, come il Nucleo Investigativo Centrale (NIC) e il Gruppo Operativo Mobile (GOM), che costituiscono oggi, insieme ad altre importanti strutture interne al Corpo stesso,  un punto di riferimento fondamentale nella rete di raccolta e analisi di dati e informazioni indispensabili per creare un sistema di prevenzione efficace e dinamico. Dobbiamo sfruttare queste competenze per garantire la sicurezza e valorizzare la professionalità di queste donne e uomini che, quotidianamente, si dedicano alla salvaguardia della sicurezza sociale e della legalità. Secondo i dati emersi nel recente convegno per il decennale del NIC, sono oltre 4.500 i soggetti che sono stati attenzionati e controllati per il rischio di radicalizzazione e, per alcuni, è scattata la misura dell’espulsione dal territorio del nostro Paese. La sicurezza, quale bene fondamentale per i cittadini, passa anche dal costante e continuo lavoro di squadra che viene compiuto da tutte le Forze dell’Ordine, in collaborazione con il Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo (CASA) e la Procura nazionale antimafia e antiterrorismo. Attualmente sono al lavoro le commissioni per la stesura dei decreti legislativi legati alla riforma dell’Ordinamento Penitenziario, delegata dal Parlamento al Governo, e credo sia questa la sede più adeguata per specificare tutte le misure che possono essere intraprese per migliorare ulteriormente il controllo e la prevenzione nelle attività confessionali, e non solo, all’interno delle strutture detentive. Già nei lavori dei vari tavoli degli Stati generali sull’esecuzione penale era emersa la necessità di intervenire per rispondere alla nuova dimensione multietnica e multiculturale della popolazione carceraria, attraverso il più concreto coinvolgimento di mediatori culturali e di ministri di culto, per garantire, da una parte, l’esercizio della libertà religiosa, e dall’altra, una maggiore conoscenza di coloro che si pongono nella posizione di interpreti delle esigenze di questi soggetti.

Il personale che opera all’interno delle strutture penitenziarie deve essere messo nella condizione di poter decodificare ed individuare quegli elementi tipici del comportamento che possono essere sintomi di una radicalizzazione in corso e poter attivare immediatamente tutte le misure che possono essere utili ad interrompere un percorso di indottrinamento.

Certamente questo sforzo richiederà, non solo una ulteriore formazione per gli agenti che già sono molto qualificati dal punto di vista professionale, ma anche l’affiancamento di questi con nuovo personale qualificato che dovrà essere individuato nei prossimi concorsi. Le sfide sono davanti a noi, sarà il tempo a giudicare se saremo stati capaci di affrontarle e superarle con successo.

 

About Author

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

WhatsApp Ricevi news su WhatsApp