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La vicenda Riina alla luce della sentenza della Suprema Corte di Cassazione

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La prima sezione penale della Corte di Cassazione, nei giorni scorsi, ha emesso una sentenza destinata fin da subito a far discutere, non tanto per il contenuto, quanto per la persona della quale si era occupata: Totò Riina, detenuto dal 1993 al regime del 41 bis. L’avvocato di Riina aveva presentato al Tribunale di sorveglianza di Bologna una richiesta di differimento della pena ex articolo 147, n. 3, del codice penale e, in subordine, di esecuzione della pena nelle forme della detenzione domiciliare, ex art. 47 – ter, comma 1 – ter, legge 26 luglio 1975, n. 354.

Il Tribunale ha escluso la sussistenza dell’ipotesi di differimento obbligatorio dell’esecuzione della pena detentiva, ai sensi dell’articolo 146 del codice penale, poiché non era emerso da alcuna relazione che le condizioni di salute del detenuto non consentivano alcun tipo di cura efficace, considerato, anche, che lo stesso era stato più volte ricoverato ex art 11 legge 354/75, nonché attentamente monitorato rispetto alle pur gravi condizioni di salute. Per quanto riguarda la sussistenza dei presupposti di un rinvio facoltativo, ai sensi dell’articolo 147 c. p., il Tribunale ha sostenuto che il detenuto era seguito in ambiente penitenziario per tutte le patologie, peraltro stazionarie. Inoltre, per alcune di esse era stato ricoverato e, quindi, adeguatamente curato. Lo stesso giudice escludeva il superamento dei limiti inerenti il rispetto del senso di umanità di cui deve essere connotata la pena e del diritto alla salute. Evidenziava il giudice nell’ordinanza che lo stato di detenzione nulla aggiungeva alla sofferenza della patologia, essendo il rischio dell’esito infausto pari e comune a quello di ogni cittadino, anche in stato di libertà. Evidenziava altresì il Tribunale la tutela del preminente interesse collettivo alla tutela dell’ordine e dell’incolumità pubblica, in considerazione della pericolosità sociale e della capacità criminale del detenuto, essendo lo stesso in posizione di vertice assoluto dell’organizzazione criminale “Cosa Nostra”.

Il Collegio ha accolto il ricorso ritenendo che la motivazione fosse carente e contraddittoria. La Corte ha osservato che lo stato di salute incompatibile con il regime carcerario, idoneo a giustificare il differimento dell’esecuzione della pena per infermità o l’applicazione della detenzione domiciliare non deve ritenersi limitato alla patologia implicante un pericolo per la vita della persona, dovendosi piuttosto avere riguardo ad ogni stato morboso o scadimento fisico capace di determinare un’esistenza al di sotto della soglia di dignità che deve essere rispettata pure nella condizione di restrizione carceraria. Rileva la Corte che il giudice di merito deve adeguatamente verificare e motivare se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza ed un’afflizione di tali intensità da eccedere il livello che, inevitabilmente, deriva dalla legittima esecuzione di una pena… rileva nel giudizio de quo la valutazione complessiva dello stato di logoramento fisico in cui versa il soggetto, sovente aggravata anche da altre cause non patologiche come, nel caso di specie, la vecchiaia.

La Corte afferma l’esistenza di un diritto di morire dignitosamente che deve essere assicurato al detenuto ed in relazione al quale il giudice che ha rigettato il provvedimento di differimento dell’esecuzione

della pena deve adeguatamente motivare.

Nel secondo punto la Corte evidenzia la contraddittorietà

della motivazione dove, da un lato afferma la compatibilità dello stato di detenzione del condannato con le sue condizioni di salute e dall’altro evidenzia espressamente le deficienze strutturali della casa di reclusione di Parma, dove egli è ristretto, pur ritenendo le stesse irrilevanti ai fini della decisione sulle istanze oggetto di valutazione. Ciò, in considerazione del fatto che è lo stesso Tribunale ad evidenziare la necessità del condannato, per come rappresentata dal difensore e non contestata dal provvedimento, di avere a disposizione un particolare letto rialzabile, le cui dimensioni non rientrerebbero nella ristretta stanza detentiva. La Corte ha ritenuto che il Tribunale abbia errato nel ritenere che le deficienze strutturali del luogo di restrizione non siano rilevanti ai fini del decidere sull’istanza del ricorrente. Lo stesso Tribunale, ad avviso della Corte, avrebbe dovuto rinviare la propria decisione all’esito di un accertamento volto a verificare, in concreto, se e quanto la mancanza di un letto incida sul superamento o meno di quel livello di dignità dell’esistenza che anche in carcere deve essere assicurato, con riferimento ad un soggetto anziano e gravemente malato, non dotato di autonomia di movimento.

Al terzo punto la Corte ha altresì ritenuto il provvedimento carente di motivazione sotto il profilo della attualizzazione della valutazione sulla pericolosità del soggetto, tali da configurare quelle eccezionali esigenze che impongono l’inderogabilità della esecuzione della pena. Pertanto, la Corte ha annullato l’ordinanza e rinviato al Tribunale di sorveglianza di Bologna, per un nuovo esame. Il Tribunale, quindi, dovrà reiterare l’ordinanza, ovviando alla carenza e alla contraddittorietà della motivazione, lacune che hanno portato all’annullamento di quella precedente, da parte della suprema Corte. Basterà questo per far rimanere in carcere Totò Riina, fino al resto dei suoi giorni di vita.

Com’era prevedibile, visto lo spessore criminale della persona coinvolta, la sentenza della Corte di cassazione ha fatto molto discutere, anche in considerazione della sintesi giornalistica che, a volte, soprattutto quando si tratta di questioni giuridiche piuttosto complesse, può generare disinformazione. Si è parlato e scritto, soprattutto nei titoli di stampa, di spiraglio per Totò di Riina di poter uscire dal carcere. Niente di tutto ciò, ma solo l’affermazione, attraverso una sentenza, di alcuni principi di diritto che ormai possono ritenersi incontrovertibili nel nostro ordinamento, oltre all’invito, al tribunale di sorveglianza di Bologna, di meglio motivare il diniego del differimento dell’esecuzione della pena, sia in ordine alle condizioni oggettive di detenzione, sia rispetto all’attualità del pericolo che il condannato costituisce per l’ordine e la sicurezza pubblica.  Sulla vicenda è immediatamente intervenuto il Procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, il quale in un’intervista al Corriere della Sera ha affermato che Totò Riina, pur avendo gravi problemi di salute, deve rimanere in carcere perché resta il capo di Cosa Nostra. Ha altresì affermato che Provenzano era in condizioni addirittura peggiori, ma è rimasto in carcere. Roberti ha anche sottolineato come in carcere i diritti del detenuto siano garantiti, forse più di un cittadino libero.

A mettere una pietra tombale sulla vicenda è stata la Presidente della Commissione antimafia, onorevole Rosy Bindi, la quale, a sorpresa, si è recata a Parma, insieme ad altri componenti della stessa commissione.  Dopo aver visitato il detenuto, attualmente ricoverato in una struttura ospedaliera, si è successivamente recata nel carcere parmense, dove ha potuto constatare la situazione della stanza in cui è stato detenuto Totò Riina e nella quale dovrebbe ritornare, nel caso di rientro in carcere. La Presidente scrive nella relazione che al di là delle diverse opinioni espresse e diffuse dalla stampa, alcune che appaiono ispirate alla legge del taglione e che altre invece ad una malintesa umanizzazione della pena ben oltre quanto previsto dalle norme costituzionali, abbiamo cercato di acquisire i dati essenziali per una valutazione della vicenda secondo i principi del nostro ordinamento.

Quanto scritto dalla Presidente Bindi rende molto bene l’idea di quali siano i punti di vista con cui, a volte, vengono affrontate certe questioni nel nastro Paese. La malintesa umanizzazione della pena sembra essere ben radicata in politici come Marco Di Lello, componente della Commissione antimafia, il quale, proprio in commissione, ha affermato che se Riina va a casa è lo Stato che è più forte della mafia, io la penso al contrario della Presidente Bindi, non si tratta di una sconfitta. Io non ho bisogno di arrivare a livelli sotto la civiltà per dimostrare la forza dello Stato.

Voce fuori dal coro, quella di Di Lello, e per questo molto stonata.

L’onorevole Bindi, nella sua relazione, ha affermato che Riina si trova in una condizione di cura e assistenza continue che a dir poco sono identiche, se non superiori, a quelle che potrebbe godere in uno status libertatis o in uno di regime di arresti domiciliari e di cui gli è ampiamente assicurato il diritto innanzitutto ad una vita dignitosa e dunque a morire, quando ciò avverrà, altrettanto dignitosamente a meno che non si voglia postulare l’esistenza di un diritto a morire fuori dal carcere non riconosciuto dalle leggi vigenti.

Inoltre, nella stessa relazione si evidenzia come il detenuto, seppur gravemente malato, sia nelle piene facoltà cognitive, circostanza, questa, confermata anche dagli agenti del GOM (Gruppo operativo mobile della Polizia Penitenziaria); egli intrattiene rapporti epistolari con i famigliari, con i quali fa regolari colloqui, nonché con l’avvocato. Ciò, a testimonianza del fatto che potrebbe sempre impartire ordini, nell’ambito dell’organizzazione mafiosa “Cosa Nostra”, possibilità, questa, che renderebbe concreta ed attuale la sua pericolosità sociale.

Infine, qualora il detenuto dovesse rientrare in carcere, troverebbe una situazione logistica completamente mutata, a seguito dei lavori di adeguamento della stanza detentiva, eseguiti proprio al fine di poter contenere il letto di degenza, di cui lo stesso detenuto potrebbe avere bisogno.

La vicenda Riina e tutto quello che ne è conseguito dovrebbe far riflettere sul fatto che la salvaguardia dei diritti umani in carcere, a cominciare soprattutto da quello alla salute, non è poi così disastrosa nel nostro Paese, se si considera che un qualsiasi detenuto, da questo punto di vista, può considerarsi un privilegiato, rispetto ad un qualsiasi cittadino, il quale, se va in pronto soccorso, rischia di trascorrerci dalle dieci alle quindici ore, in relazione al tipo di problema che presenta; un detenuto, invece, proprio in ragione della condizione in cui si trova, gode sicuramente di una corsia privilegiata. Lo stesso dicasi per eventuali visite specialistiche ed esami diagnostici, per cui un qualsiasi cittadino deve attendere mesi, se non anni. Un cittadino che ha sempre lavorato onestamente e pagato le tasse, se dovesse trovarsi nelle condizioni di Riina, cosa che capita spesso, purtroppo, dovrebbe pagarsi le cure e anche la badante, con enormi sacrifici per la famiglia.

 

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