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Lavorare insieme per il cambiamento: la collaborazione tra Polizia Penitenziaria e Area educativa

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“Io sono qui per far rispettare le regole, e questo vale per tutti e per primi per i miei uomini Nella misura in cui noi rispettiamo le regole siamo credibili e possiamo pretendere che anche i detenuti lo facciano, questo è anche il senso della divisa simbolo di uno Stato garante del Diritto.  Il fatto che nel carcere tutti debbano rispettare le norme è rieducativo perché diverso da contesti in cui la criminalità impone il suo volere arbitrario e i diritti sono calpestati. Io ho un ruolo che implica la partecipazione ad un percorso di trattamento e di rieducazione per questo credo sia fondamentale il lavoro d'equipe e il dialogo con gli altri operatori ”. Queste furono le parole di presentazione del comandante di un carcere nel giorno del suo insediamento e che hanno il merito di richiamare due delle funzioni  fondamentali del Corpo di Polizia Penitenziaria: la vigilanza e il trattamento.

Il rispetto delle regole diventa anche il prerequisito della possibilità di poter proporre attività trattamentali in sicurezza, ma è anche vero che l'adesione alle regole più duratura avviene per consenso e non per imposizione, per questo vi è un legame logico che unisce le due funzioni rendendole complementari.

Il senso della pena oltre che avere una funzione di protezione sociale e sanzionatoria, diviene anche quello di un progetto finalizzato al cambiamento rispetto alla devianza o quanto meno alla possibilità di tentare un percorso ad esso finalizzato.

Questa è anche la direzione indicata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: “La concreta realizzazione di un sistema rispettoso dell'art 27 della Costituzione sulla funzione rieducativa della pena e sul senso di umanità cui devono corrispondere i relativi trattamenti rimane obiettivo prioritario…

Occorre proseguire sulla strada di un modello organizzativo e di gestione che, nel garantire la sicurezza della comunità e il libero svolgimento delle relazioni sociali, sappia unire l'opportunità dell'istruzione, del lavoro, l'apertura alla società per offrire ai detenuti la scelta del recupero e dell'integrazione” .

(Sergio Mattarella, messaggio al Capo Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, 2017).

La complessità delle funzioni richiamate dal Presidente della Repubblica, a fronte anche della penuria dei mezzi a disposizione delle carceri e dell'eterogeneità del tipo di detenuti e atti devianti,  richiama la necessità che il lavoro  di rieducazione  veda come base la collaborazione tra area educativa e polizia. L'impostazione di un progetto di rieducazione spesso incontra ostacoli e non si è mai certi del suo raggiungimento finale, per  questo richiede un continuo lavoro di confronto e di scambio di informazioni tra polizia e area educativa. al fine di impostare un percorso di cambiamento ad personam, che garantisca un trattamento individualizzato.

L’Ordinamento Penitenziario individua gli elementi del trattamento rieducativo nell’istruzione, nel lavoro, nella religione, nelle attività culturali, ricreative e sportive, nei rapporti con la famiglia e nei contatti con il mondo esterno , contesti di rilettura del comportamento e dell'identità dei detenuti e che i poliziotti possono osservare essendo sempre presenti nel loro svolgimento.

Polizia e area educativa sono continuamente chiamate a declinare obbiettivi e indicatori di cambiamento da verificare in sede di equipe, dove si dovranno esprimere valutazioni tenendo conto delle osservazioni emerse.

Utile a tal fine è anche il confronto e spesso la consulenza dei poliziotti della matricola nell'interpretare i documenti giuridici o recuperare sentenze fondamentali per un inquadratura giuridica della situazione del detenuto, e per aiutarlo a orientarsi rispetto alla sua progettualità futura.

L'articolo 5 dell'ordinamento del Corpo di Polizia Penitenziaria 395/90 introduce una novità rispetto al passato, indicando tra i compiti istituzionali della Polizia Penitenziaria la partecipazione alle attività di osservazione e trattamento rieducativo dei detenuti, anche nell'ambito di lavori di gruppo, andando nella direzione di una collaborazione tra le aree e sottolineando il fine rieducativo della pena nel rispetto delle rispettive funzioni di ruolo.

In quanto psicologo carcerario vorrei anche richiamare l'utilità delle segnalazioni ricevute dai poliziotti che lavorano in sezione rispetto allo stato di disagio dei detenuti in circostanze particolari o il contributo possibile al loro sostegno psichico,  raccontato dagli stessi detenuti quando viene attuato.

La frase di un agente di turno in sezione: “dottoressa quel detenuto non sta bene non è che ci può fare un colloquio…” spesso accompagna il lavoro di psicologi ed educatori.

M. detenuto da lunghi anni recentemente aveva avuto notizie molto preoccupanti senza parlarne a nessuno ed aveva anche pensato al suicidio, un agente che lo conosceva bene lo aveva avvicinato, notando che non stava bene “il fatto che si accorgesse che stavo male mi ha fatto sentire che non ero solo un delinquente senza dignità ma una persona,  non mi sono sentito solo e sono riuscito a chiedere aiuto” .

Lo stesso agente lo inviò allo psicologo ed ebbe poi un ruolo determinante nel sostegno psichico di quella persona che più volte torno da lui per ringraziarlo.

I detenuti inoltre spesso richiamano l'importanza dell'atteggiamento dei poliziotti quando i figli entrano per andare a trovarli: sono loro ad accoglierli e guidarli nelle sale colloqui, sono loro che devono interrompere il colloquio anche quando il bambino non si vuole allontanare dal genitore. L'atteggiamento con cui viene fatto  e le parole che accompagnano questi momenti rimangono impresse nella memoria delle nuove generazioni in senso positivo o negativo.

“GL è un detenuto di alta sicurezza, ha una figlia di 4 anni che lo viene regolarmente a trovare, ultimamente la bambina a fine colloquio non si vuole allontanare da lui e i familiari solo con la forza riescono a staccare la bimba, che si allontana piangendo. A volte è presente un agente che notando la sua difficoltà cerca di intervenire per calmare la bambina: quando lui è di turno, racconta il padre, il distacco è più facile e la bambina esce più serena”.

 La complessità del compito e del contesto, l'isolamento del carcere rispetto alla società e la scarsità delle risorse, portano spesso a far emergere i problemi e i fallimenti rispetto a questi obiettivi, ma esistono molti esempi positivi di professionalità.

 In una ricerca del Ministero della Giustizia il tasso di recidiva dopo 7 anni era del 68,45 % (1998-2005), tra chi, prima della liberazione, era stato in affidamento ai servizi sociali era del 19%.

Chiaramente i detenuti che accedono alla misure alternative sono tra quelli dal percorso migliore, ma è vero anche che il contributo al cambiamento e quindi ad un comportamento che agevoli l'apertura alle misure alternative diviene parte integrante della prevenzione della recidiva.

La prevenzione e l'adesione alla norma per consenso abbassa il tasso di devianza e risponde alla richiesta della vittima che da un lato è di riconoscimento del male subito, e dall'altro che in futuro non debba ricapitare di subire un reato.

“Recuperare l’autore di reato, in questo senso, non è rilevante solo dal punto di vista umanitario, ma costituisce un fattore cardine di prevenzione generale, intesa – correttamente – nel senso positivo. Come ben sanno le organizzazioni criminose, che non a caso cercano di evitare, soprattutto, la defezione dei loro membri, in quanto fattore destabilizzante rispetto all’indiscutibilità dei comportamenti nei quali il gruppo si riconosce” .

(Luciano Eusebi, professore di Diritto Penale Università Cattolica Milano).

Il motto scritto sullo stemma della Polizia Penitenziaria è “Despondere spem munus nostrum”, garantire la speranza è il nostro compito, parole impegnative  che sintetizzano come la missione di garantire la sicurezza debba completarsi con l'investimento nella possibilità di un cambiamento, questo per provare a prevenire altre vittime, pur ribadendo che a tal fine la collaborazione del detenuto è essenziale.

 

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